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Archivi per 'Anno Sacerdotale'

Postado em 24-06-2010
Un avvenimento “molto ben recepito”. A pochi giorni dalla conclusione dell’Anno Sacerdotale, la Congregazione per il Clero fa il bilancio di dodici mesi durante i quali innumerevoli celebrazioni, convegni e raduni hanno portato migliaia di presbiteri a riflettere sulla natura e il ruolo del loro ministero.

Molte riflessioni spirituali hanno dato sostanza a questo particolare Anno voluto da Benedetto XVI e proprio la costante attenzione del Papa, afferma il cardinale Claudio Hummes, prefetto del dicastero vaticano del Clero, ha costituito per tutti i sacerdoti un costante punto di riferimento.

Card. CLAUDIO HUMMES – Prefetto Congregazione per il Clero
“Praticamente in tutte le sue omelie, i suoi discorsi, ovunque, lui tornava a questo tema dell’Anno sacerdotale, del sacerdozio, di ciò che lui si aspettava. Senza contare i suoi orientamenti, le sue riflessioni di approfondimento teologico, spirituale. E poi, le celebrazioni della chiusura sono state un grande segno di come quest’Anno fosse ben recepito e fosse una necessità che la Chiesa sentiva, che i sacerdoti avvertivano per esprimere la loro gioia, il loro riprendere con nuova gioia e con più chiarezza la loro identità sacerdotale e la loro missione. E, allo stesso tempo, c’era la volontà di appoggiare il Papa: dar un forte sostegno a lui che ha avuto un anno di sofferenza a causa delle questioni riguardanti gli abusi sessuali”.

Durante l’Anno Sacerdotale, il cardinale Hummes ha partecipato in giro per il mondo a diversi congressi nazionali, tutti caratterizzati dalla massiccia partecipazione di presbiteri: 800 quelli incontrati in India, mille in Brasile, tremila in Polonia, più di mille ad Ars, nella cittadina di San Giovanni Maria Vianney, sotto il cui patrocinio il Papa aveva posto lo svolgimento dell’Anno. E poi la grande chiusura di venerdì 11 giugno, con l’intensa omelia di Benedetto XVI che ha lasciato nel cuore del prefetto vaticano due impressioni vivide:

Card. CLAUDIO HUMMES – Prefetto Congregazione per il Clero
“Questo è un primo punto che mi ha colpito molto: il sacerdote, in tutte le sue attività, deve sempre essere molto cosciente di dover portare Dio vicino alla gente e la gente deve sentirsi vicina a Dio e amata da Dio. E il secondo punto va anche in questa direzione, e cioè che Dio ha avuto l’audacia di affidare questo suo voler essere vicino alla gente attraverso uomini che sono deboli, che sono fragili, che sono peccatori”.

L’Anno Sacerdotale, conclude il cardinale Hummes, è un seme gettato nel solco della Chiesa del 21.mo secolo. Un seme che darà frutti in termini di qualità e quantità di vocazioni al sacerdozio.

Card. CLAUDIO HUMMES -Prefetto Congregazione per il Clero
“Essere cioè sempre molto attenti, accoglienti verso coloro che vogliono venire, però compiere sempre un vero discernimento, molto rigoroso, affinché possiamo avere persone che possano poi sviluppare questo ministero con dignità e, in definitiva, con qualità”.

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Postado em 12-06-2010
Fai un click per vedere le foto della conferenza

Fai un click per vedere le foto della messa

Fai un click per vedere le foto della veglia

Il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone ha priseduto la messa di questo secondo giorno d’incontro internazionale dei sacerdoti. In un clima di festa e aspettativa nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, ancora una volta, come nel primo giorno, il numero di sacerdoti che hanno partecipato a questi incontri ha chiamato l’attenzione.

Nel primo momento il cardinale Marc Oullet, arcivescovo di Quebec, Canada, ha proposto una riflessione a partire della sua testimonianza personale e della sua vocazione. Il cardinale canadese, ha fatto riferimento anche agli scandali che ha toccato alcuni membri della Chiesa, ha enfatizzato che si deve riconoscere la gravità dei casi e ripararli con sincerità. Alla fine ha chiesto che tutti preghino per l’unità della Chiesa e per la santificazione dei sacerdoti.

Alla messa erano presenti cardinali di varie nazionalità, la messa è stata celebrata quasi tuta in latino. Durante la sua omelia il cardinale Bertone, ha difeso il celibato sacerdote e ha parlato della maternità di Maria verso i sacerdoti. Questa mattina è stato una preparazione per ciò che vivranno i sacerdoti durante la veglia sta sera con Benedetto XVI.

Cinque domande al papa, una per ogni continente nella veglia finale dell’Anno Sacerdotale. Cinque sfide per la Chiesa e i sacerdoti del nostro tempo. Cinque riposte, quale date da Benedetto XVI che, palando a braccio e non con un discorso preparato, ha voluto così consegnare ai sacerdoti di tutto il mondo, anche tangibilmente, il segno della sua paterna vicinanza. Il Pontefice, a lungo acclamato al suo arrivo da una piazza San Pietro, gremita, ha riposto e argomentato.

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Postado em 12-06-2010

Si respira tanta attesa in occasione dell’incontro con il Santo Padre a Roma per la chiusura dell’anno sacerdotale. Tanti sacerdoti sottolineano l’importanza di rinnovare il proprio sacerdozio soprattutto in questo momento in cui la Chiesa vive momenti di prova.

Intervista al Cardinale Peter Turkson, presidente del Consiglio per la Giustizia e la Pace
Intervista a Don Louis Menvielle, congregazione per i clero
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Postado em 12-06-2010

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Cari confratelli nel ministero sacerdotale, Cari fratelli e sorelle,

l’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola «sacerdozio». Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì». Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci. Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdoti: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi – e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il Salmo 23 (22) – “Il Signore è il mio pastore” –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria vita. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”: in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa di noi. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia di Dio.

Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: “Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire Lui – questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché Egli nei Comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Salmo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i Comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta della vita.

C’è poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. “Se scendo negli inferi, eccoti”, dice il Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro Salmo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.

“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore.

Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’Eucaristia in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo – come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me”? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita” (23 [22], 6).

Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: “Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due Sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il Battesimo e l’Eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez 47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e nell’Eucaristia.

La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: “Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva” (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen.

BENTOXVI_assinatura

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Postado em 11-06-2010

Abbiamo trasmesso in diretta con il segnale della CTV la messa di chiusura dell’anno sacerdotale, con la presenza di 15 mila sacerdoti e tanti cardinali e vescovi giunti di tutto il mondo nella piazza S. Pietro a Roma, nella solennità del Sacro Cuore di Gesù.

Il Santo Padre nella sua omelia ha sottolineato l’importanza di essere sacerdoti secondo il cuore di Gesù “Buon Pastore”. riprendendo il salmo 23 ha spiegato che il modello per eccellenza del sacerdote è Cristo il quale dona la vita per le sue pecore, ha evidenziato ancora che i sacerdoti non possono pascolare se stessi, ma donare la loro vita, per essere fedeli alla chiamata di Dio.

L’assemblea composta esclusivamente da sacerdoti hanno gremito la piazza, e hanno seguito con grande silenzio le parole del Papa.

Alla fine della celebrazione il Santo Padre ha compiuto un gesto significativo, consacrando e affidando tutti i sacerdoti alla Madonna, rappresentata nell’Icona di Maria Salus Popoli, venerata a Roma, affinchè sia vicina ai suoi figli sacerdoti, soprattutto nei momenti di tribolazione.

Tutti i sacerdoti ripartono con la gioia e la forza di aver vissuto una comunione profonda con Dio, con il papa e tra di loro in questi 3 giorni intensi, occasione in cui hanno rinnovato il loro si, per essere testimoni là dove il Signore li ha chiamati ad essere servi tra i servi.

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Postado em 11-06-2010

Cinque domande al Papa, una per ogni continente, nella veglia finale dell’Anno Sacerdotale. Cinque sfide per la Chiesa e i sacerdoti del nostro tempo. Cinque risposte, quelle date da Benedetto XVI che, parlando a braccio e non con un discorso preparato, ha voluto così consegnare ai sacerdoti di tutto il mondo, anche tangibilmente, il segno della sua paterna vicinanza. Il Pontefice, a lungo acclamato al suo arrivo da una piazza San Pietro gremita, ha risposto e argomentato.

Sul celibato ha fatto notare che «sono sorprendenti le critiche» a questa regola, «in un mondo in cui va di moda non sposarsi». Ma il celibato dei preti «è una cosa fondamentalmente diversa dal non sposarsi di tanti, oggi, che è un non volere vincoli per vivere solo per se stessi». Il nostro celibato è totalmente diverso, «è un lasciarsi prendere per mano da Dio, un atto di fedeltà e fiducia che suppone la stessa fedeltà del matrimonio. È infatti un obbligarsi a un sì definitivo». Dunque matrimonio e celibato si richiamano a vicenda. «Se scompare il matrimonio, scompare la radice della nostra cultura».

Quanto alle difficoltà, il Pontefice ha ricordato che, «sì è vero, è molto difficile fare il parroco, in parrocchie sempre più grandi», ma ha anche sottolineato che ci sono tanti sacerdoti che fanno il loro dovere e li ha ringraziati. «È importante che la gente veda che non siete impiegati a ore, ma che siete appassionati di Cristo», ha detto. «Se si accorgeranno di ciò, i parrocchiani vi aiuteranno». Quindi il Papa ha fatto seguire alcune raccomandazioni: «Non trascurare la loro propria anima», altrimenti «non puoi dare agli altri quanto devi dare». E ancora: «Dio ci liberi dagli scandali che oscurano la testimonianza». Infine la raccomandazione della preghiera («per il sacerdote non è una cosa marginale, pregare è la sua professione»), di celebrare degnamente l’eucaristia e di fare la carità rendendosi sempre presenti accanto ai sofferenti.

Alla domanda sulla teologia Benedetto XVI ha risposto che «l’arroganza della ragione oscura la presenza di Dio nel mondo». «Bisogna avere il coraggio – ha aggiunto – di resistere alla apparente scientificità e non pensare che la ragione positivistica che esclude il trascendente è la vera ragione: è una ragione debole quella che presenta solo le cose sperimentabili». Perciò «noi teologi – ha scandito papa Ratzinger – dobbiamo usare la ragione grande e avere il coraggio di andare oltre il positivismo e l’esperimento, non sottomettendoci a tutte le ipotesi del momento».
Papa Ratzinger ha anche messo in guardia dal «clericalismo, la tentazione del sacerdote in tutti i tempi». La tentazione cioè «di trasformare il sacerdozio in una normale professione, di rendere accessibile e facile la via verso la Salvezza». Infine per il Papa, «la crisi delle vocazioni fa correre il rischio a tante Chiese di inaridirsi».

Alla veglia, che si è conclusa con l’adorazione eucaristica, hanno preso parte 15mila presbiteri un migliaio di seminaristi e 10mila laici. Diverse le testimonianze dal vivo, così come i collegamenti via satellite, che hanno portato sui maxischermi di piazza San Pietro i diversi contesti mondiali in cui i sacerdoti si trovano a svolgere il loro ministero. Da Ars l’attuale parroco della cittadina francese di San Giovanni Maria Vianney. Quindi il cenacolo da Gerusalemme, un religioso che opera nelle favelas di Buenos Aires e un parroco di Hollywood. Ambienti differenti, un’unica missione. Il tutto condito dalle note delle Orchestre sinfoniche del Conservatorio «Piccinni» e della Provincia di Bari.
«Vorremmo che questo Anno non finisse mai – ha detto il prefetto della Congregazione per il clero, cardinale Claudio Hummes – cioè, che non finisse mai la tensione di ciascuno verso la santità». Di qui il suo grazie al Papa «per ciò ha fatto e sta facendo per tutti i sacerdoti, anche per quelli smarriti». Il Pontefice, ha concluso, «ha già perdonato e sempre perdona il dolore che alcuni gli hanno provocato».
Mimmo Muolo

Fonte: Avvenire

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Postado em 09-06-2010
Foto della Conferenza nella Basilica San Giovanni Laterano

Foto della messa nella Basílica San Paolo fuori le mura

Oggi contemporaneamente in due Basiliche papali di Roma si è svolta un’altra giornata d’incontro con tutti i sacerdoti del mondo che sono arrivati per la chiusura dell’anno sacerdotale. 14 mila i sacerdoti iscritti per questo incontro internazionale col Papa, giunti da tutto il mondo. Nella Basilica San Giovanni in Laterano erano riuniti coloro di lingua, spagnola, portoghese, e francese, nella Basilica San Paolo Fuori le Mura invece i provenienti di lingua tedesca, inglese, e italiana.

In entrambe le Basiliche il programma è stato simile. Dopo un momento di introduzione, c’è stata l’adorazione eucaristica, durante la quale i sacerdoti in un clima di profondo silenzio, hanno vissuto un momento d’intensa intimità con il loro Signore, per trovare in Lui la forza di essere fedeli testimoni nel mondo.

Al pomeriggio l’appuntamento per tutti era presso l’Aula Paolo VI in Vaticano per continuare con l’incontro, proposto dai movimenti dei Focolari, Schoenstan, e Rinnovamento cattolico carismatico tra altri, con un fitto programma dai temi “Uomini di Dio – Icone di Cristo” (prima parte) “Fratelli tra i fratelli: nell’unico popolo (seconda parte), “Profeti di un mondo nuovo” (terza parte) alternato da momenti artistici, e testimonianze di alcuni sacerdoti e vescovi provenienti da varie parti del mondo. L’incontro si è concluso con la celebrazione dei vespri presieduta da S. Em. card Claudio Hummes, presidente della congregazione per il Clero. L’appuntamento è per domani per continuare gl’incontri sempre nelle due Basiliche durante la mattina, e alla sera la attesa veglia di preghiera nella piazza San Pietro con sua santità Benedetto XVI.

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Postado em 09-06-2010

Don Tonini Salvatore, Don Antonio Sebastiani, e Don Luigi, sacerdoti della diocesi di Trento, hanno evidenziato che questo incontro è importante perché Il grande nemico della Chiesa non è solo il peccato, come ha detto il papa, ma anche la divisione, e anche se è una sfida essere sacerdoti in tempi cosi secolarizzati, è importante essere uniti in questo incontro per vivere un momento di grande ecclesialità.

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Postado em 09-06-2010

Durante la mattina di oggi ha avuto luogo un momento forte di preghiera rivolto ai sacerdoti. Matteo Calisi, presidente della fraternità Cattolica delle nuove comunità e Michelle Moran presidente dell’ICCRS, entità responsabile del rinnovamento carismatico in tutto il mondo, hanno dato slancio alla giornata di ritiro. La prima relazione del giorno intitolata “il donno del sacerdozio” è stata fatta da Mons. Joseph Grech, vescovo di Sandhurst – Australia, nel suo commovente discorso ha sottolineato che i sacerdoti sono stati unti e scelti da Dio indipendentemente di qualsiasi debolezza. Il vescovo ha enfatizzato anche che ogni ministro ordinato è chiamato a portare il popolo ad una appartenenza a Gesù.

Subito dopo Mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero ha detto che Spirito Santo è lo colui che fa di ogni sacerdote partecipe del Sacerdozio di Cristo. La prima parte del ritiro che si è prolungato sino all’una del pomeriggio, si è concluso con l’adorazione al Santissimo Sacramento. La sera, preghiera e testimonianze di sacerdoti con il tema effusione dello spirito Santo è stato il seguito della giornata.

Padre Kevin Scallon e suor Briege Mckenna hanno proposto ai sacerdoti alcune rivelazioni particolari che li ha portati a pregare per il clero. La giornata si è conclusa con la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Peter Turkson Presidente per il consiglio della giustizia e la pace, il quale durante la sua omelia ha sottolineato che ogni sacerdote deve ricordarsi prima di dare il dono dell’Eucaristia agli altri di essere stati loro per primi a ricevere tale dono.

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Postado em 08-06-2010

Don Andrea della Comunità Oasi della Pace ci parla della sua impressione sull’evento nella Basilica San Giovanni in Laterano in occasione della chiusura dell’Anno Sacerdotale promosso dall’ICCRS.
Per lui è stato un dono dello Spirito questo incontro durante il quale ha sentito una grande gioia per il dono del suo ministero sacerdotale, sperimentando il potere di Gesù che  rinnova sempre. Secondo lui il sentirsi povero è la condizione necessaria per poter annunciare il Signore, confessando la propria debolezza il proprio niente. Il mondo attende uomini che hanno incontrato Gesù, che dà la vita e la forza per andare oltre la natura umana.

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