| In questo mercoledì 1°setembre, Benedetto XVI ha presieduto l’udienza generale all’esterno del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo davanti a oltre 5 mila persone soffermando la sua catechesi a una santa del Medioevo Ildegarda di Bingen, vissuta in Germania nel XII secolo. “Lei amò Cristo e servì la Chiesa in un tempo in cui, come oggi, essa è ferita dai peccati “dei suoi preti e dei suoi laiciâ€. Ha affermato il papa. Alla fine il pontefice ha fatto un invito ai giovani a impegnarsi per la pace e la giustizia nel mondo. Ecco il testo la sua catechesi. |
Cari fratelli e sorelle,
nel 1988, in occasione dell’Anno Mariano, il Venerabile Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera Apostolica intitolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezioso che le donne hanno svolto e svolgono nella vita della Chiesa. “La Chiesa – vi si legge – ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità ; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile” (n. 31).
Anche in quei secoli della storia che noi abitualmente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminili spiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’insegnamento. Oggi vorrei iniziare a presentarvi una di esse: santa Ildegarda di Bingen, vissuta in Germania nel XII secolo. Nacque nel 1098 in Renania, a Bermersheim, nei pressi di Alzey, e morì nel 1179, all’età di 81 anni, nonostante la permanente fragilità della sua salute. Ildegarda apparteneva a una famiglia nobile e numerosa e, fin dalla nascita, venne votata dai suoi genitori al servizio di Dio. A otto anni, per ricevere un’adeguata formazione umana e cristiana, fu affidata alle cure della maestra Giuditta di Spanheim, che si era ritirata in clausura presso il monastero benedettino di san Disibodo. Si andò formando un piccolo monastero femminile di clausura, che seguiva la Regola di san Benedetto. Ildegarda ricevette il velo dal Vescovo Ottone di Bamberga e, nel 1136, alla morte di madre Giuditta, divenuta Superiora della comunità , le consorelle la chiamarono a succederle. Svolse questo compito mettendo a frutto le sue doti di donna colta, spiritualmente elevata e capace di affrontare con competenza gli aspetti organizzativi della vita claustrale. Qualche anno dopo, anche a motivo del numero crescente di giovani donne che bussavano alle porte del monastero, Ildegarda fondò un’altra comunità a Bingen, intitolata a san Ruperto, dove trascorse il resto della vita. Lo stile con cui esercitava il ministero dell’autorità è esemplare per ogni comunità religiosa: esso suscitava una santa emulazione nella pratica del bene, tanto che, come risulta da testimonianze del tempo, la madre e le figlie gareggiavano nello stimarsi e nel servirsi a vicenda.
Già negli anni in cui era superiora del monastero di san Disibodo, Ildegarda aveva iniziato a dettare le visioni mistiche, che riceveva da tempo, al suo consigliere spirituale, il monaco Volmar, e alla sua segretaria, una consorella a cui era molto affezionata, Richardis di Strade. Come sempre accade nella vita dei veri mistici, anche Ildegarda volle sottomettersi all’autorità di persone sapienti per discernere l’origine delle sue visioni, temendo che esse fossero frutto di illusioni e che non venissero da Dio. Si rivolse perciò alla persona che ai suoi tempi godeva della massima stima nella Chiesa: san Bernardo di Chiaravalle, del quale ho già parlato in alcune Catechesi. Questi tranquillizzò e incoraggiò Ildegarda. Ma nel 1147 ella ricevette un’altra approvazione importantissima. Il Papa Eugenio III, che presiedeva un sinodo a Treviri, lesse un testo dettato da Ildegarda, presentatogli dall’Arcivescovo Enrico di Magonza. Il Papa autorizzò la mistica a scrivere le sue visioni e a parlare in pubblico. Da quel momento il prestigio spirituale di Ildegarda crebbe sempre di più, tanto che i contemporanei le attribuirono il titolo di “profetessa teutonica”. È questo, cari amici, il sigillo di un’esperienza autentica dello Spirito Santo, sorgente di ogni carisma: la persona depositaria di doni soprannaturali non se ne vanta mai, non li ostenta e, soprattutto, mostra totale obbedienza all’autorità ecclesiale. Ogni dono distribuito dallo Spirito Santo, infatti, è destinato all’edificazione della Chiesa, e la Chiesa, attraverso i suoi Pastori, ne riconosce l’autenticità .
Parlerò ancora una volta il prossimo mercoledì su questa grande donna “profetessa”, che parla con grande attualità anche oggi a noi, con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica, che oggi viene ricostruita, il suo amore per Cristo e per la Sua Chiesa, sofferente anche in quel tempo, ferita anche in quel tempo dai peccati dei preti e dei laici, e tanto più amata come corpo di Cristo. Così santa Ildegarda parla a noi; ne parleremo ancora il prossimo mercoledì. Grazie per la vostra attenzione.
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| Udienza generale, stamani, nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Papa ha lanciato un appello per le popolazioni alluvionate del Pakistan. Nella catechesi si è soffermato sulla figura di san Pio X, Papa, di cui sabato prossimo si celebra la memoria liturgica. Ecco il suo testo integrale: |
Cari fratelli e sorelle!
oggi vorrei soffermarmi sulla figura del mio Predecessore san Pio X, di cui sabato prossimo si celebra la memoria liturgica, sottolineandone alcuni tratti che possono essere utili anche per i Pastori e i fedeli della nostra epoca.
Giuseppe Sarto, così il suo nome, nato a Riese (Treviso) nel 1835 da famiglia contadina, dopo gli studi nel Seminario di Padova fu ordinato sacerdote a 23 anni. Dapprima fu vice parroco a Tombolo, quindi parroco a Salzano, poi canonico della cattedrale di Treviso con l’incarico di cancelliere vescovile e direttore spirituale del Seminario diocesano. In questi anni di ricca e generosa esperienza pastorale, il futuro Pontefice mostrò quel profondo amore a Cristo e alla Chiesa, quell’umiltà e semplicità e quella grande carità verso i più bisognosi, che furono caratteristiche di tutta la sua vita. Nel 1884 fu nominato Vescovo di Mantova e nel 1893 Patriarca di Venezia. Il 4 agosto 1903, venne eletto Papa, ministero che accettò con esitazione, perché non si riteneva all’altezza di un compito così alto.
Il Pontificato di san Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e fu caratterizzato da un notevole sforzo di riforma, sintetizzata nel motto Instaurare omnia in Christo, “Rinnovare tutte le cose in Cristo”. I suoi interventi, infatti, coinvolsero i diversi ambiti ecclesiali. Fin dagli inizi si dedicò alla riorganizzazione della Curia Romana; poi diede avvio ai lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, promulgato dal suo Successore Benedetto XV. Promosse, poi, la revisione degli studi e dell’”iter” di formazione dei futuri sacerdoti, fondando anche vari Seminari regionali, attrezzati con buone biblioteche e professori preparati. Un altro settore importante fu quello della formazione dottrinale del Popolo di Dio. Fin dagli anni in cui era parroco aveva redatto egli stesso un catechismo e durante l’Episcopato a Mantova aveva lavorato affinché si giungesse ad un catechismo unico, se non universale, almeno italiano. Da autentico pastore aveva compreso che la situazione dell’epoca, anche per il fenomeno dell’emigrazione, rendeva necessario un catechismo a cui ogni fedele potesse riferirsi indipendentemente dal luogo e dalle circostanze di vita. Da Pontefice approntò un testo di dottrina cristiana per la diocesi di Roma, che si diffuse poi in tutta Italia e nel mondo. Questo Catechismo chiamato “di Pio X” è stato per molti una guida sicura nell’apprendere le verità della fede per il linguaggio semplice, chiaro e preciso e per l’efficacia espositiva.
Notevole attenzione dedicò alla riforma della Liturgia, in particolare della musica sacra, per condurre i fedeli ad una più profonda vita di preghiera e ad una più piena partecipazione ai Sacramenti. Nel Motu Proprio Tra le sollecitudini (1903, primo anno del suo pontificato), egli afferma che il vero spirito cristiano ha la sua prima e ed indispensabile fonte nella partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa (cfr ASS 36[1903], 531). Per questo raccomandò di accostarsi spesso ai Sacramenti, favorendo la frequenza quotidiana alla Santa Comunione, bene preparati, e anticipando opportunamente la Prima Comunione dei bambini verso i sette anni di età , “quando il fanciullo comincia a ragionare” (cfr S. Congr. de Sacramentis, Decretum Quam singulari : AAS 2[1910], 582).
Fedele al compito di confermare i fratelli nella fede, san Pio X, di fronte ad alcune tendenze che si manifestarono in ambito teologico alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, intervenne con decisione, condannando il “Modernismo”, per difendere i fedeli da concezioni erronee e promuovere un approfondimento scientifico della Rivelazione in consonanza con la Tradizione della Chiesa. Il 7 maggio 1909, con la Lettera apostolica Vinea electa, fondò il Pontificio Istituto Biblico. Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. L’appello ai cattolici del mondo, lanciato il 2 agosto 1914 per esprimere «l’acerbo dolore» dell’ora presente, era il grido sofferente del padre che vede i figli schierarsi l’uno contro l’altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
Cari fratelli e sorelle, san Pio X insegna a noi tutti che alla base della nostra azione apostolica, nei vari campi in cui operiamo, ci deve essere sempre un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Questo è il nucleo di tutto il suo insegnamento, di tutto il suo impegno pastorale. Solo se siamo innamorati del Signore, saremo capaci di portare gli uomini a Dio ed aprirli al Suo amore misericordioso, e così aprire il mondo alla misericordia di Dio.
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| Dal 16 al 19 settembre Benedetto XVI sarà in Gran Bretagna, e beatificherà il cardinal Newman. Intervista a Lord Patten, incaricato del governo per l’organizzazione della visita: “Spero che stimoli chi pensa di non aver bisogno di Dio, a farsi delle domande†|
Lord Patten, a 50 giorni dall’arrivo di Benedetto XVI in Gran Bretagna, sta crescendo l’attesa dei cittadini britannici per questo evento?
CHRIS PATTEN – Rapp. del governo britannico per la visita del Papa
Sarà la prima visita di Stato di un Papa nel Regno Unito, non la prima visita vera e propria perché Papa Giovanni Paolo II venne per una visita pastorale nel 1982 ma ci sarà enorme interesse per la visita di Papa Benedetto e credo che nel programma della visita, sia gli incontri di Stato che quelli pastorali, susciteranno un entusiasmo e un interesse sempre più crescenti.
Quali sono gli eventi della visita che richiedono un maggior sforzo organizzativo?
CHRIS PATTEN – Rapp. del governo britannico per la visita del Papa
Credo che le grandi folle all’aperto a Glasgow, al Bellahouston Park, e poi Birmingham, dove si terrà la beatificazione del cardinal Newman, credo che saranno difficili da gestire ma credo anche che sarà un grande successo, a patto che faccia bel tempo, ma anche con la pioggia sferzante, sono sicuro che la gente vivrà un’esperienza spirituale straordinaria.
Il motto della visita del Papa sarà “heart speaks unto heartâ€, il motto del Cardinal Newman, che il Papa beatificherà il 19 settembre. Qual è il peso di questa storica figura nella società britannica di oggi?
CHRIS PATTEN – Rapp. del governo britannico per la visita del Papa
Il cardinal Newman è una delle grandi figure del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna non solo per il suo ruolo come figura ecumenica, come figura pastorale – è stato un grande parroco a Birmingham per tanti anni – non solo per il suo ruolo di intellettuale ma anche per il suo contributo alla civilizzazione della società . Io sono alla guida di un’università , a Oxford, dove il cardinale Newman ha studiato e poi insegnato in due dei nostri collegi prima di diventare prete anglicano ad Oxford. E il cardinale Newman ha scritto il migliore libro ma i scritto sui valori liberali dell’educazione e dell’educazione universitaria. Ha trattato dell’effetto di civilizzazione che l’educazione – aprendo la mente delle persone, permettendo ad esse di sviluppare il proprio potenziale – ha sull’intera società . Quindi, penso che questi siano temi importanti oggi, che dovremmo ricordare, per non diventare semplicemente schiavi della meritocrazia e del consumismo.
Che ricordo ha lasciato la visita di Giovanni Paolo II del 1982 tra i cittadini in generale e tra i cattolici in particolare?
CHRIS PATTEN – Rapp. del governo britannico per la visita del Papa
E’ stato un gran successo e molte persone mi hanno raccontato: “sono riuscito solo ad intravedere da lontano il Papa in questa o in quest’altra occasione ma sono comunque lieto di esserci stato e rappresenta un momento importante della mia vita e della vita dei miei figliâ€, quindi credo che tante persone che assistono a questi eventi, che si mettono in strada per vedere passare la papamobile, che sono testimoni del pellegrinaggio del Papa, credo che per queste persone sarà un’occasione personale e familiare molto significativa. Spero che contribuirà ad animare quella che è già una comunità ecclesiale attiva e spero che stimolerà le persone che pensano di non aver bisogno di Dio nella loro vita, a farsi delle domande.
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| All’Udienza Generale di questo mercoledì, il Santo Padre Benedetto XVI al balcone del Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo si è soffermato sul martirio, “espressione di amore totale a Dioâ€, ricordando che in questi giorni facciamo memoria di alcuni Santi martiri, come San Lorenzo, Edith Stein e Massimiliano Kolbe, che hanno seguito il Signore fino in fondo. Quindi, ha esortato i fedeli a seguire il loro esempio per vincere l’egoismo e l’individualismo con l’amore di Dio che trasforma il mondo. Ecco il suo testo integrale: |
Cari fratelli e sorelle,
oggi, nella Liturgia ricordiamo santa Chiara d’Assisi, fondatrice delle Clarisse, luminosa figura della quale parlerò in una delle prossime Catechesi. Ma in questa settimana – come avevo già accennato nell’Angelus di domenica scorsa – facciamo memoria anche di alcuni Santi martiri, sia dei primi secoli della Chiesa, come san Lorenzo, Diacono, san Ponziano, Papa, e san Ippolito, Sacerdote; sia di un tempo a noi più vicino, come santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, patrona d’Europa, e san Massimiliano Maria Kolbe. Vorrei allora soffermarmi brevemente sul martirio, forma di amore totale a Dio.
Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice: sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita (cfr Gv 10,10). Cristo è il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (cfr Is 52,13-15), che ha donato se stesso in riscatto per molti (cfr Mt 20,28). Egli esorta i suoi discepoli, ciascuno di noi, a prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità : “chi non prende la propria croce e non mi segue – ci dice, – non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà , e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà ” (Mt 10,38-39). E’ la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cfr Gv 12,24). Gesù stesso “è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo” (Benedetto XVI, Visita alla Chiesa luterana di Roma [14 marzo 2010]). Il martire segue il Signore fino in fondo, accettando liberamente di morire per la salvezza del mondo, in una prova suprema di fede e di amore (cfr Lumen Gentium, 42).
Ancora una volta, da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr 2Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità , si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
Cari fratelli e sorelle, come dicevo mercoledì scorso, probabilmente noi non siamo chiamati al martirio, ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità , a vivere in misura alta l’esistenza cristiana e questo implica prendere la croce di ogni giorno su di sé. Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo. Per intercessione dei Santi e dei Martiri chiediamo al Signore di infiammare il nostro cuore per essere capaci di amare come Lui ha amato ciascuno di noi.
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Da lunedì 2 agosto, oltre cinquantamila tra bambini, adolescenti e giovani sono giunti nell’Urbe da diciassette Paesi europei per partecipare al decimo pellegrinaggio promosso dall’associazione presieduta dal vescovo ausiliare di Basilea, monsignor Martin Gächter.
Nell’udienza Generale di questo mercoledì in Piazza San Pietro il Santo Padre Benedetto XVI – proveniente in elicottero dalla residenza estiva di Castel Gandolfo – ha incontrato i migliaia di chierichetti giunti a Roma da molti Paesi europei in occasione del decimo Pellegrinaggio Internazionale organizzato dal Coetus Internationalis Ministrantium – CIM.
Durante una catechesi speciale, in lingua tedesca, dovuto alla presenza maggioritaria di ragazzi provenienti dalla Germania presenti in piazza, il papa ha sottolineato l’importante figura di San Tarcisio, patrono dei ministranti, un giovane di Roma che, all’epoca delle persecuzioni dell’imperatore Valeriano, morì, picchiato selvaggiamente dai suoi coetanei, mentre cercava di proteggere le ostie consacrate destinate a cristiani malati o carcerati.
“Svolgete con amore, con devozione e con fedeltà il vostro compito di ministranti – ha chiesto il pontificie- “aiutando i vostri sacerdoti nel servizio all’altare contribuite a rendere Gesù più vicino, ad essere sempre più presente nella vita di ogni giorno, nella Chiesa e in ogni luogo”, ha concluso il Santo Padre.
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Prosegue a Castelgandolfo il periodo di vacanza del Santo Padre, che comunque da alcuni giorni ha cominciato a preparare il terzo volume della sua grande opera su Gesù. Dopo aver consegnato nei mesi scorsi il manoscritto del secondo volume, dedicato alla Passione e alla Risurrezione, di cui si stanno ora preparando le traduzioni ed edizioni nelle diverse lingue e di cui si prevede l’uscita in libreria nella prossima primavera, Benedetto XVI ha posto mano ora alla terza ed ultima parte, dedicata ai “Vangeli dell’infanziaâ€. Nel mese di luglio sono state inoltre sospese tutte le udienze private e quelle generali, che riprendono nel mese di agosto, mentre rimane sempre invariato l’appuntamento con i fedeli la domenica per la recita dell’Angelus nel cortile del palazzo Apostolico di Castelgandolfo.
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Il Padre Nostro è la preghiera che esprime fiducia in Dio, capace di rispondere ai bisogni spirituali e materiali dell’umanità . Lo ha rilevato Benedetto XVI, che parlando ai fedeli ha avuto parole di cordoglio per la sciagura avvenuta a Duisburg in Germania, questa notte, in cui sono morti diversi giovani e molti altri sono rimasti feriti. Su amici e parenti che sono nel dolore, ha detto il Papa in italiano e tedesco, invoco il conforto della preghiera e sono loro vicino nel momento della sofferenza.Spiegando quindi il Padre Nostro e la sua importanza, Benedetto XVI ha rilevato che siamo di fronte alle prime parole della Sacra Scrittura che apprendiamo fin da bambini. Parole che si imprimono nella memoria, plasmano la nostra vita, ci accompagnano fino all’ultimo respiro. Essere figli diventa l’equivalente di seguire Cristo. Ogni volta che recitiamo il Padre Nostro, la nostra voce si intreccia con quella della Chiesa perché chi prega non è mai solo. Infine ai pellegrini spagnoli il Papa ha dato appuntamento a Compostela, in novembre, nell’ambito di un viaggio che lo porterà anche a Barcellona.
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Tuttavia, in molti aspetti pubblici e morali, il suo approccio coincide pienamente con l’approccio della Chiesa ortodossa russa.Questo ci dà l’opportunità di difendere i valori cristiani con la Chiesa cattolica, in particolare tra le organizzazioni internazionali e nell’arena mondiale “, ha detto.
Allo stesso tempo, ha riconosciuto “molti fenomeni pericolosi” al protestantesimo contemporaneo, quando i cristiani “lasciano i elementi peccaminosi del mondo entrare all’interno del loro mondo e giustificano questi elementi, se fossero offerte dalla società secolare” e, come risultato, “frasi e azioni filosofiche secolari sono ripetuti all’interno delle chiese protestanti, e si radicano nel pensiero religioso”.
Ne è un esempio la questione del sacerdozio femminile che è emersa nel mondo occidentale “quando la concezione secolare dei diritti umani è stata incorporata nella teologia e nelle pratiche ecclesialiâ€. Un altro caso è quello dell’omosessualità in cui, ha detto, “la Parola di Dio viene distorta per adeguarsi agli standard del pensiero liberaleâ€. ha detto il Patriarca.
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Benedetto XVI – ottobre 2009: per tutto questo rinnovo la mia gratitudine a ciascuno di voi in questo momento nel quale saluto questa bella e allegra località , a me cara.
Queste furono le parole di Benedetto XVI l’anno scorso quando ha salutato la Casa Pontificia estiva, situata nella città di Castel Gandolfo, a 60 km da Roma. Il luogo che tanto piace al Sommo Pontefice si caratterizza per la tranquillità e per il paesaggio naturale che affascina tutti coloro che si recano in essa. Una piccola cittadina, di abitudine semplici e che possiede uno stile tipico dei piccoli centri italiani. Castel Gandolfo, accoglie i pontefici dal 1628, essendo il papa Urbano VIII il primo a recarsi. Seguendo la tradizione il papa rimarrà qui durante tutta l’estate, senza andare in montagna, come aveva fatto negli anni passati. Il motivo per cui non va in altri posti è per dedicare più tempo alla meditazione, alla preghiera e alla lettura.
Mons. Maecello Semeraro- Vescovo di Albano: I giorni qui a Castel Gandolfo sono metodici, visto che questa è una caratteristica del papa. In generale, nel mese di luglio e agosto si dedica tutte le mattine allo studio e alla preghiera. Generalmente in questo periodo non ha impegni ufficiali. Durante i pomeriggi generalmente, fa una passeggiata nel giardino. Un altro elemento importante è la presenza del suo fratello Georg Ratzinger. Per il Santo Padre questo è motivo di grande gioia, visto che nutre un grande affetto per il suo fratello.
Nonostante l’udienza generale dei mercoledì sono sospese durante questo mese, per la gioia dei pellegrini, il papa continuerà con la recita dell’Angelus le domeniche, dal luogo del suo riposo a Castel Gandolfo.
Maurizio Colacchi- sindaco di Castel Gandolfo: i cittadini rispettano il riposo del papa nei giorni in cui soggiorna qui, addirittura cercano di parlare più basso nei dintorni al palazzo estivo, per paura di incomodare il Santo Padre, giacché il papa ha scelto questo posto per meditare, e trovare un momento di serenità e tranquillità .
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| Benedetto XVI nell’ultima udienza generale, prima della pausa estiva a Castel Gandolfo, ha proseguito il ciclo di catechesi sulla cultura cristiana medievale evidenziando la figura del teologo francescano Beato Giovanni Duns Scoto. Nel suo discorso il papa ha detto che la libertà è “una qualità fondamentale della volontà umana, ma sarebbe incompleta se fosse assoluto e non posti in ascolto di Dio. Pubblichiamo di seguito il suo discorso: |
Cari fratelli e sorelle,
questa mattina – dopo alcune catechesi su diversi grandi teologi – voglio presentarvi un’altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un’antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: “l’Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque”. Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d’Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione – quell’intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis, “Dottore sottile”- Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l’insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Opus Oxoniense (Oxford), Reportatio Cambrigensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il Papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l’esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.
Cari fratelli e sorelle, questo fatto ci invita a ricordare quante volte, nella storia della Chiesa, i credenti hanno incontrato ostilità e subito perfino persecuzioni a causa della loro fedeltà e della loro devozione a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Noi tutti guardiamo con ammirazione a questi cristiani, che ci insegnano a custodire come un bene prezioso la fede in Cristo e la comunione con il Successore di Pietro e, così, con la Chiesa universale.
Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens, oggi si direbbe professore ordinario. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l’8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età , lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.
A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell’Ordine francescano e il Venerabile Papa Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 Marzo 1993, definendolo “cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolata Concezione”. In questa espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia.
Anzitutto, egli ha meditato sul Mistero dell’Incarnazione e, a differenza di molti pensatori cristiani del tempo, ha sostenuto che il Figlio di Dio si sarebbe fatto uomo anche se l’umanità non avesse peccato. Egli afferma nella “Reportata Parisiensa”: “Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che – anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo – in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera” (in III Sent., d. 7, 4). Questo pensiero, forse un po’ sorprendente, nasce perché per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità . Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà , a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l’Incarnazione è l’opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente, ma è l’idea originale di Dio di unire finalmente tutto il creato con se stesso nella persona e nella carne del Figlio.
Fedele discepolo di san Francesco, Duns Scoto amava contemplare e predicare il Mistero della Passione salvifica di Cristo, espressione dell’amore immenso di Dio, il Quale comunica con grandissima generosità al di fuori di sé i raggi della Sua bontà e del Suo amore (cfr Tractatus de primo principio, c. 4). E questo amore non si rivela solo sul Calvario, ma anche nella Santissima Eucaristia, della quale Duns Scoto era devotissimo e che vedeva come il Sacramento della presenza reale di Gesù e come il Sacramento dell’unità e della comunione che induce ad amarci gli uni gli altri e ad amare Dio come il Sommo Bene comune (cfr Reportata Parisiensia, in IV Sent., d. 8, q. 1, n. 3).
Cari fratelli e sorelle, questa visione teologica, fortemente “cristocentrica”, ci apre alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine: Cristo è il centro della storia e del cosmo, è Colui che dà senso, dignità e valore alla nostra vita! Come a Manila il Papa Paolo VI, anch’io oggi vorrei gridare al mondo: “[Cristo] è il rivelatore del Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità , è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita… Io non finirei più di parlare di Lui” (Omelia, 29 novembre 1970).
Non solo il ruolo di Cristo nella storia della salvezza, ma anche quello di Maria è oggetto della riflessione del Doctor subtilis. Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo, a prima vista, poteva apparire compromessa da una simile affermazione, come se Maria non avesse avuto bisogno di Cristo e della sua redenzione. Perciò i teologi si opponevano a questa tesi. Duns Scoto, allora, per far capire questa preservazione dal peccato originale, sviluppò un argomento che verrà poi adottato anche dal beato Papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. E questo argomento è quello della “Redenzione preventiva”, secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. Quindi Maria è totalmente redenta da Cristo, ma già prima della concezione. I Francescani, suoi confratelli, accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.
A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull’Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il Popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà , nelle espressioni dell’arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Così la fede sia nell’Immacolata Concezione, sia nell’Assunzione corporale della Vergine era già presente nel Popolo di Dio, mentre la teologia non aveva ancora trovato la chiave per interpretarla nella totalità della dottrina della fede. Quindi il Popolo di Dio precede i teologi e tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei, cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare la realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente. In questo senso, il Popolo di Dio è “magistero che precede”, e che poi deve essere approfondito e intellettualmente accolto dalla teologia. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente della fede e conservare l’umiltà e la semplicità dei piccoli! L’avevo ricordato qualche mese fa dicendo: “Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura… ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo… L’essenziale è rimasto nascosto! Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia ‘non scientifica’, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura” (Omelia. S. Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 1 dicembre 2009).
Infine, Duns Scoto ha sviluppato un punto a cui la modernità è molto sensibile. Si tratta del tema della libertà e del suo rapporto con la volontà e con l’intelletto. Il nostro autore sottolinea la libertà come qualità fondamentale della volontà , iniziando una impostazione di tendenza volontaristica, che si sviluppò in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista. Per san Tommaso d’Aquino, che segue sant’Agostino, la libertà non può considerarsi una qualità innata della volontà , ma il frutto della collaborazione della volontà e dell’intelletto. Un’idea della libertà innata e assoluta collocata nella volontà che precede l’intelletto, sia in Dio che nell’uomo, rischia, infatti, di condurre all’idea di un Dio che non sarebbe legato neppure alla verità e al bene. Il desiderio di salvare l’assoluta trascendenza e diversità di Dio con un’accentuazione così radicale e impenetrabile della sua volontà non tiene conto che il Dio che si è rivelato in Cristo è il Dio “logos”, che ha agito e agisce pieno di amore verso di noi. Certamente, come afferma Duns Scoto nella linea della teologia francescana, l’amore supera la conoscenza ed è capace di percepire sempre di più del pensiero, ma è sempre l’amore del Dio “logos” (cfr Benedetto XVI, Discorso a Regensburg, Insegnamenti di Benedetto XVI, II [2006], p. 261). Anche nell’uomo l’idea di libertà assoluta, collocata nella volontà , dimenticando il nesso con la verità , ignora che la stessa libertà deve essere liberata dei limiti che le vengono dal peccato.
Parlando ai seminaristi romani – l’anno scorso – ricordavo che “la libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità , sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna” (Discorso al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 20 febbraio 2009). Però, proprio la storia moderna, oltre alla nostra esperienza quotidiana, ci insegna che la libertà è autentica, e aiuta alla costruzione di una civiltà veramente umana, solo quando è riconciliata con la verità . Se è sganciata dalla verità , la libertà diventa tragicamente principio di distruzione dell’armonia interiore della persona umana, fonte di prevaricazione dei più forti e dei violenti, e causa di sofferenze e di lutti. La libertà , come tutte le facoltà di cui l’uomo è dotato, cresce e si perfeziona, afferma Duns Scoto, quando l’uomo si apre a Dio, valorizzando quella disposizione all’ascolto della Sua voce, che egli chiama potentia oboedientialis: quando noi ci mettiamo in ascolto della Rivelazione divina, della Parola di Dio, per accoglierla, allora siamo raggiunti da un messaggio che riempie di luce e di speranza la nostra vita e siamo veramente liberi.
Cari fratelli e sorelle, il beato Duns Scoto ci insegna che nella nostra vita l’essenziale è credere che Dio ci è vicino e ci ama in Cristo Gesù, e coltivare, quindi, un profondo amore a Lui e alla sua Chiesa. Di questo amore noi siamo i testimoni su questa terra. Maria Santissima ci aiuti a ricevere questo infinito amore di Dio di cui godremo pienamente in eterno nel Cielo, quando finalmente la nostra anima sarà unita per sempre a Dio, nella comunione dei santi.
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