L’Instrumentum laboris del Sinodo per il Medio Oriente, ovvero il documento per il lavoro dell’assise sinodale, viene pubblicato in 4 lingue: arabo, francese, inglese ed italiano. Benedetto XVI lo consegnerà ai rappresentanti dell’episcopato del Medio Oriente nel corso della sua visita apostolica a Cipro. L’assemblea speciale avrà luogo dal 10 al 24 ottobre 2010 sul tema: “La Chiesa Cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza. ‘La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola’ (At 4, 32)”. Il documento, di una quarantina di pagine, è stato realizzato dall’elaborazione delle numerose risposte al Questionario dei Lineamenta, pervenute dai Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, dalle Conferenze episcopali, dai Dicasteri della Curia Romana, dall’Unione dei Superiori Generali come pure da tante persone singole e gruppi ecclesiali.
Nella prefazione, il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, l’arcivescovo Nikola Eterović, sottolinea che “la situazione attuale nel Medio Oriente è per non pochi versi simile a quella vissuta dalla primitiva comunità cristiana in Terra Santa” in mezzo a difficoltà e persecuzioni. “I primi cristiani agivano in situazioni alquanto avverse. Trovavano l’opposizione e l’inimicizia dei poteri religiosi del proprio popolo … la loro patria era occupata, inserita all’interno del potente impero romano”. Ciononostante “proclamavano integra la Parola di Dio”, compreso l’amore per i nemici, arrivando a testimoniare “con il martirio la fedeltà al Signore della vita”.
Nell’Introduzione si ricorda che Benedetto XVI ha voluto personalmente annunciare tale evento il 19 settembre 2009, accogliendo così “la richiesta di numerosi confratelli nell’episcopato che di fronte all’attuale delicata situazione ecclesiale e sociale” avevano proposto la convocazione di un’assemblea sinodale (1). Due gli obiettivi principali del Sinodo: innanzitutto, quello di “confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità mediante la Parola di Dio e i Sacramenti”; in secondo luogo quello di “ravvivare la comunione ecclesiale tra le Chiese sui iuris, affinché possano offrire una testimonianza di vita cristiana autentica, gioiosa e attraente” (3). Sottolineati con forza anche l’impegno ecumenico e il dialogo con ebrei e musulmani “per il bene dell’intera società ” e perché “la religione, soprattutto di quanti professano un unico Dio” diventi “sempre di più motivo di pace” (4). Il Sinodo intende “fornire ai cristiani le ragioni della loro presenza in una società prevalentemente musulmana, sia essa araba, turca, iraniana, o ebrea nello Stato d’Israele” (6). La riflessione è guidata dalla Sacre Scritture (7-12).
Il Primo capitolo tratta della Chiesa cattolica in Medio Oriente ricordando che tutte le Chiese del mondo “risalgono alla Chiesa di Gerusalemme” (14). Si afferma che le divisioni tra i cristiani (Concili di Efeso e Calcedonia, nel quinto secolo, e separazione di Roma e Costantinopoli nell’undicesimo secolo) furono dovute soprattutto a “motivi politico-culturali”. Tuttavia “lo Spirito opera nelle Chiese per avvicinarle e far cadere gli ostacoli all’unità visibile voluta da Cristo”. Nel Medio Oriente, l’unica Chiesa Cattolica è presente in varie Tradizioni, in diverse Chiese Orientali Cattoliche sui iuris. Oltre alla Chiesa di tradizione latina, vi sono 6 Chiese patriarcali, ognuna con un suo ricco patrimonio spirituale, teologico, liturgico. “Queste tradizioni sono, allo stesso tempo, una ricchezza per la Chiesa universale” (15-18). Si ricorda che le Chiese del Medio Oriente sono d’origine apostolica e “che sarebbe una perdita per la Chiesa universale se il Cristianesimo dovesse affievolirsi o scomparire proprio là dove è nato”. C’è dunque la “grave responsabilità ” di “mantenere la fede cristiana in queste terre sante” (19). Purtroppo si deve constatare che oggi lo “slancio evangelico è spesso frenato e la fiamma dello Spirito sembra essersi affievolita” (20). “Se la Chiesa non lavora per le vocazioni è destinata a scomparire” (21). La crisi delle vocazioni è dovuta a varie cause: emigrazione delle famiglie, diminuzione delle nascite, un ambiente sempre più contrario ai valori evangelici. Inoltre “la mancanza di unità tra i membri del clero” costituisce “una controtestimonianza” mentre “la formazione umana e spirituale di sacerdoti, religiosi e religiose talvolta lascia a desiderare” (22). Anche “la vita contemplativa, pilastro di ogni vera consacrazione … è assente nella maggior parte delle congregazioni” (23). Si afferma quindi che i cristiani, nonostante il loro “numero esiguo”, “appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e all’identità stessa” di questi Paesi. La loro scomparsa rappresenterebbe una perdita per il pluralismo del Medio Oriente (24). I cattolici sono chiamati a promuovere il concetto di “laicità positiva” dello Stato per “alleviare il carattere teocratico del governo” e permettere “più uguaglianza tra i cittadini di religioni differenti favorendo così la promozione di una democrazia sana, positivamente laica, che riconosca pienamente il ruolo della religione, anche nella vita pubblica, nel pieno rispetto della distinzione tra gli ordini religioso e temporale” (25). I cristiani devono essere minoranza attiva, senza ripiegarsi su di sé “in un atteggiamento ghettizzante” (28). La Chiesa incoraggia a formare famiglie numerose e promuove l’educazione, “che resta l’investimento maggiore” (29): le scuole e università cattoliche accolgono migliaia di persone di tutte le religioni, così come i centri ospedalieri e i servizi sociali (40). Tuttavia, le Chiese e le scuole cattoliche “potrebbero aiutare di più i meno fortunati” (29). E’ infatti “soprattutto grazie alle attività caritative indirizzate non soltanto ai cristiani, ma anche ai musulmani e agli ebrei, che l’azione delle … Chiese in favore del bene comune è particolarmente tangibile” (30). C’è poi un “richiamo alla trasparenza nella gestione del denaro della Chiesa, soprattutto da parte dei sacerdoti e dei Vescovi, per distinguere ciò che è dato per uso personale da ciò che appartiene alla Chiesa (31). Il documento sottolinea quindi che i conflitti regionali rendono ancora più fragile la situazione dei cristiani. “L’occupazione israeliana dei territori Palestinesi rende difficile la vita quotidiana per la libertà di movimento, l’economia e la vita sociale e religiosa (accesso ai Luoghi Santi, condizionato da permessi militari accordati agli uni e rifiutati agli altri, per ragioni di sicurezza). Inoltre, alcuni gruppi fondamentalisti cristiani giustificano, basandosi sulle Sacre Scritture, l’ingiustizia politica imposta ai palestinesi, il che rende ancor più delicata la posizione dei cristiani arabi” (32). I cristiani sono tra le principali vittime della guerra in Iraq. “Ancor’oggi la politica mondiale non ne tiene sufficiente conto” (33). “In Libano, i cristiani sono divisi sul piano politico e confessionale”. “In Egitto, la crescita dell’Islam politico, da una parte, e il disimpegno, in parte forzato, dei cristiani nei confronti della società civile, dall’altra, rendono la loro vita esposta a serie difficoltà ”. “In altri Paesi, l’autoritarismo, cioè la dittatura, spinge la popolazione, compresi i cristiani, a sopportare tutto in silenzio per salvare l’essenziale. In Turchia, il concetto attuale di laicità pone ancora problemi alla piena libertà religiosa del Paese” (34). I cristiani sono esortati a non tralasciare il loro impegno nella società nonostante le tentazioni allo scoraggiamento (35). “In Oriente – si rileva – libertà di religione vuol dire solitamente libertà di culto”, non dunque “libertà di coscienza, cioè della libertà di credere o non credere, di praticare una religione da soli o in pubblico senza alcun impedimento, e dunque della libertà di cambiare religione. In Oriente, la religione è, in generale, una scelta sociale e perfino nazionale, non individuale. Cambiare religione è ritenuto un tradimento verso la società , la cultura e la Nazione costruita principalmente su una tradizione religiosa” (37). Per questo “la conversione alla fede cristiana è vista come il frutto di un proselitismo interessato, non di una convinzione religiosa autentica. Per il musulmano, essa è spesso vietata dalle leggi dello Stato”. D’altra parte, per quanto riguarda i cristiani, “in alcuni casi, la conversione all’Islam non avviene per convinzione religiosa, ma per interessi personali … A volte, essa può verificarsi anche sotto la pressione del proselitismo musulmano”. Alcune risposte ai Lineamenta “affermano il fermo rifiuto del proselitismo cristiano, pur segnalando che esso è apertamente praticato da alcune comunità ‘evangeliche’. Di fatto, la questione dell’annuncio ha bisogno di una riflessione più approfondita” per arrivare ad affermare “il diritto di ogni persona e la sua completa libertà di coscienza” (38). L’estremismo islamico, nel frattempo, continua a crescere in tutta l’area costituendo “una minaccia per tutti, cristiani, ebrei e musulmani” (41-42). In questo contesto di conflittualità , difficoltà economiche e limitazioni politiche e religiose, i cristiani continuano ad emigrare: “nel gioco delle politiche internazionali – si sottolinea – si ignora spesso l’esistenza dei cristiani, i quali ne sono le prime vittime; questa è una delle cause principali dell’emigrazione (43-44). Si invitano le Chiese in Occidente a sensibilizzare i governi dei loro Paesi a questa situazione (45). D’altra parte si rileva la crescente immigrazione in Medio Oriente di lavoratori africani ed asiatici, tra cui molti cristiani, “spesso oggetto di ingiustizie sociali … sfruttamento e abusi sessuali” (49). In questo contesto i cattolici sono chiamati ad essere “sempre più testimoni autentici della Resurrezione nella società ” (52).
Il Secondo capitolo è dedicato alla comunione ecclesiale. Il documento rileva che i fedeli del Medio Oriente “sono consapevoli del fatto che la comunione cristiana ha per fondamento il modello della vita divina nel mistero della Santissima Trinità . Dio è amore (cf. 1 Gv 4, 8), e i rapporti tra le persone divine sono rapporti d’amore”. Così è necessario che, in seno a ciascuna Chiesa, ciascun membro viva “la comunione stessa della Santissima Trinità . La vita della Chiesa e delle Chiese d’Oriente deve essere comunione di vita nell’amore, sul modello dell’unione del Figlio con il Padre e lo Spirito. Ciascuno è membro del Corpo il cui capo è Cristo” (54). “Questa comunione in seno alla Chiesa cattolica – leggiamo nel testo – si manifesta mediante due segni principali: il battesimo e l’Eucaristia nella comunione con il Vescovo di Roma, Successore di Pietro, corifeo degli apostoli (hâmat ar-Rusul), ‘principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione’” (55). “Per promuovere l’unità nella diversità , occorre superare il confessionalismo in ciò che può avere di limitato o esagerato, incoraggiare lo spirito di cooperazione tra le varie comunità , coordinare l’attività pastorale e stimolare l’emulazione spirituale e non la rivalità ” (56). “La comunione tra i vari membri di una stessa Chiesa o Patriarcato – si legge nell’Instrumentum laboris – avviene sul modello della comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro, il Vescovo di Roma. A livello della Chiesa Patriarcale, la comunione si esprime mediante il sinodo che riunisce i Vescovi di tutta una comunità attorno al Patriarca, Padre e capo della sua Chiesa. A livello dell’eparchia/diocesi, è attorno al Vescovo che avviene la comunione del clero, dei religiosi e delle religiose, come pure dei laici” (57). I cristiani sono invitati a sentirsi “membri della Chiesa Cattolica in Medio Oriente, e non soltanto membri di una Chiesa particolare”. I ministri di Cristo e i consacrati sono chiamati ad “essere modello ed esempio per gli altri … molti fedeli auspicano, da parte loro, una maggiore semplicità di vita, un reale distacco in rapporto al denaro e alle comodità del mondo, una pratica edificante della castità e una purezza di costumi trasparente” (58). “Il Sinodo deve incoraggiare i fedeli ad assumere maggiormente il loro ruolo di battezzati promuovendo iniziative pastorali, specialmente per quanto riguarda l’impegno sociale, in comunione con i pastori della Chiesa” (60).
Il Terzo capitolo affronta il tema della testimonianza cristiana. Si ribadisce innanzitutto “l’importanza della catechesi per conoscere e trasmettere la fede” eliminando “il distacco tra la verità creduta e la vita vissuta”: sono elencati alcuni metodi di catechesi (62-69). Per quanto riguarda la liturgia il documento riporta l’auspicio di molti per “uno sforzo di rinnovamento, che, pur rimanendo fermamente radicato nella tradizione, tenga conto della sensibilità moderna e dei bisogni spirituali e pastorali attuali”. “L’aspetto più rilevante del rinnovamento liturgico finora portato avanti consiste nella traduzione in lingua vernacola, principalmente in arabo dei testi liturgici” (70-75). Si ribadisce l’urgenza dell’ecumenismo, superando pregiudizi e diffidenze attraverso il dialogo e la collaborazione: a questo proposito “gioverà , inoltre, la celebrazione dei sacramenti della confessione, dell’Eucaristia, dell’unzione dei malati in una Chiesa diversa dalla propria, nei casi previsti dagli ordinamenti canonici”. “Due segni sono di particolare importanza: l’unificazione delle feste cristiane (Natale e Pasqua) e la gestione comune dei Luoghi di Terra Santa … nell’amore e nel rispetto mutuo”. Si condanna “decisamente il proselitismo che usa mezzi non conformi al Vangelo” (76-84). Si passano in rassegna quindi i rapporti con l’ebraismo che trovano “nel Concilio Vaticano II un punto di riferimento fondamentale”. Il dialogo con gli ebrei è definito “essenziale, benché non facile” risentendo del conflitto israelo-palestinese. La Chiesa auspica che “ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti”. Si ribadisce la ferma condanna dell’antisemitismo, sottolineando che “gli attuali atteggiamenti negativi tra popoli arabi e popolo ebreo sembrano piuttosto di carattere politico” e dunque estranei ad ogni discorso ecclesiale. I cristiani sono chiamati “a portare uno spirito di riconciliazione basata sulla giustizia e l’equità per le due parti. D’altra parte, le Chiese nel Medio Oriente invitano a mantenere la distinzione tra la realtà religiosa e quella politica” (85-94). Anche le relazioni della Chiesa Cattolica con i musulmani hanno fondamento nel Concilio Vaticano II. Vengono ribadite le parole di Benedetto XVI: “Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”. Si rileva che “è importante da una parte avere i dialoghi bilaterali – con gli ebrei e con l’Islam – e poi anche il dialogo trilaterale”. “Le relazioni tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili – si legge nel documento – soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini, mentre essi sono cittadini di questi Paesi già da ben prima dell’arrivo dell’Islam. La chiave del successo della coesistenza tra cristiani e musulmani dipende dal riconoscere la libertà religiosa e i diritti dell’uomo”. “I cristiani sono chiamati … a non isolarsi in ghetti, in atteggiamenti difensivi e di ripiegamento su di sé tipici delle minoranze. Molti fedeli insistono sul fatto che cristiani e musulmani sono chiamati a lavorare assieme per promuovere la giustizia sociale, la pace e la libertà , e difendere i diritti umani e i valori della vita e della famiglia”. Si suggerisce “la revisione dei libri scolastici e soprattutto di insegnamento religioso, affinché siano liberi da ogni pregiudizio e stereotipo sull’altro” e si invita al dialogo della “verità nella carità ” (95-99). Nella situazione conflittuale della regione i cristiani sono esortati a promuovere “la pedagogia della pace”: si tratta di una via “realistica, anche se rischia di essere respinta dai più; essa ha anche più possibilità di essere accolta, visto che la violenza tanto dei forti quanto dei deboli ha condotto, nella regione del Medio Oriente, unicamente a fallimenti e a uno stallo generale”. Si tratta di una situazione “sfruttata dal terrorismo mondiale più radicale”. Il contributo dei cristiani, “che esige molto coraggio, è indispensabile” anche se “troppo spesso” i Paesi mediorientali “identificano l’Occidente con il Cristianesimo” recando grande danno alle Chiese cristiane (100-102). Il documento analizza anche il forte impatto della modernità che al musulmano credente “si presenta con un volto ateo e immorale. Egli la vive come un’invasione culturale che lo minaccia, turbando il suo sistema di valori”. “La modernità , del resto, è anche lotta per la giustizia e l’uguaglianza, difesa dei diritti”. Le scuole cattoliche cercano “di formare persone capaci di discernere il positivo dal negativo, per prendere solo il meglio”. Ma “la modernità è anche un rischio per i cristiani”: le società della regione sono infatti anch’esse “minacciate dall’assenza di Dio, dall’ateismo e dal materialismo, e più ancora dal relativismo e dall’indifferentismo … Tali rischi, al pari dell’estremismo, possono facilmente distruggere … famiglie, società e Chiese (103-105). “Da questo punto di vista, musulmani e cristiani devono percorrere un cammino comune”. I cristiani, da parte loro, devono essere consapevoli di appartenere al Medio Oriente e di esserne “una componente essenziale come cittadini”: anzi, “sono stati i pionieri della rinascita della Nazione araba” e “il loro ruolo è riconosciuto nella società ” (106-108) anche se “con la crescita dell’integralismo islamico, aumentano un po’ ovunque gli attacchi contro i cristiani” (110). “Il cristiano ha un contributo speciale da apportare nell’ambito della giustizia e della pace”; ha il dovere di “denunciare con coraggio la violenza da qualunque parte essa provenga, e suggerire una soluzione, che non può passare che per il dialogo”, la riconciliazione e il perdono. Tuttavia i cristiani devono “esigere con mezzi pacifici” che anche i loro diritti “siano riconosciuti dalle autorità civili” (111-114). Il documento affronta quindi il tema dell’evangelizzazione in una società musulmana che può avvenire solo attraverso la testimonianza: ma “si chiede che essa sia garantita anche da opportuni interventi esterni”. Ad ogni modo l’attività caritativa delle comunità cattoliche “verso i più poveri e gli esclusi, senza discriminazione, rappresenta il modo più evidente della diffusione dell’insegnamento cristiano”. Tali servizi spesso sono assicurati solo dalle istituzioni ecclesiali (115-116).
Nella Conclusione, il documento rileva “la preoccupazione per le difficoltà del momento presente, ma, al contempo, la speranza, fondata sulla fede cristiana”. “La storia – si legge – ha fatto sì che diventassimo un piccolo gregge. Ma noi, con la nostra condotta, possiamo tornare ad essere una presenza che conta. Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione. La conseguenza di tutto ciò è l’emigrazione, specialmente dei cristiani. Di fronte a questa sfida e sostenuto dalla comunità cristiana universale, il cristiano del Medio Oriente è chiamato ad accettare la propria vocazione, al servizio della società ”. L’invito ai credenti è che “siano dei testimoni, consapevoli che testimoniare la verità può portare ad essere perseguitati”. “Ai cristiani del Medio Oriente – conclude l’Instrumentum laboris – si può ripetere ancora oggi: ‘Non temere, piccolo gregge’ (Lc 12, 32), tu hai una missione, da te dipenderà la crescita del tuo Paese e la vitalità della tua Chiesa, e ciò avverrà solo con la pace, la giustizia e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini!” (118-123).
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Cari fratelli e sorelle in Cristo,
saluto con gioia i Patriarchi e Vescovi delle varie comunità ecclesiali del Medio Oriente che sono venuti a Cipro per questa occasione e ringrazio specialmente il Molto Reverendo Youssef Soueif, Arcivescovo Maronita di Cipro, per le parole che mi ha rivolto all’inizio della Messa. Rivolgo un caloroso saluto a Sua Beatitudine Crisostomo II. Lasciatemi dire quanto io sia felice di avere questa opportunità di celebrare l’Eucarestia insieme a così tanti fedeli di Cipro, una terra benedetta dal lavoro apostolico di San Paolo e San Barnaba. Saluti tutti voi con grande affetto e vi ringrazio per l’ospitalità e per la generosa accoglienza che mi avete riservato. Estendo un particolare saluto agli immigrati Filippini e dello Sri Lanka ed alle altre comunità di immigrati che formano un significativo gruppo nella popolazione cattolica di questa isola. Prego perché la vostra presenza qui possa arricchire l’attività e il culto delle parrocchie alle quali appartenete e che a vostra volta possiate ottenere il sostegno spirituale dall’antica eredità cristiana della terra che avete scelta come vostra casa.
Oggi celebriamo la Solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Corpus Christi, il nome dato a questa festa in Occidente, è usato nella tradizione della Chiesa per indicare tre distinte realtà : il corpo fisico di Gesù, nato dalla Vergine Maria, il suo corpo eucaristico, il pane del cielo che ci nutre in questo grande sacramento, e il suo corpo ecclesiale, la Chiesa. Riflettendo su questi diversi aspetti del Corpus Christi, giungiamo ad una più profonda comprensione del mistero della comunione che lega tutti coloro che appartengono alla Chiesa. Tutti quelli che si nutrono del corpo e sangue di Cristo nell’Eucarestia sono riuniti dallo Spirito Santo in un solo corpo (cfr Preghiera Eucaristica II) per formare l’unico popolo santo di Dio. Così come lo Spirito Santo è sceso sugli Apostoli nel Cenacolo a Gerusalemme, lo stesso Santo Spirito è all’opera in ogni celebrazione della Messa per un duplice scopo: santificare i doni del pane e del vino affinché diventino il corpo e sangue di Cristo e riempire coloro che sono nutriti da questi santi doni perché possano divenire un solo corpo ed un solo spirito in Cristo.
Sant’Agostino spiega magnificamente questo processo (cfr Sermone 272). Egli ci ricorda che il pane non è preparato a partire da un solo, ma da numerosi grani. Prima che questi grani diventino pane devono essere macinati. Egli fa qui allusione all’esorcismo al quale i catecumeni dovevano sottomettersi prima del loro battesimo. Ciascuno di noi che apparteniamo alla Chiesa ha bisogno di uscire dal mondo chiuso della propria individualità ed accettare la compagnia di coloro che condividono il pane con lui. Non devo più pensare a partire da “me stesso” ma da “noi”. E’ per questo che tutti i giorni noi preghiamo “nostro” Padre per il “nostro” pane quotidiano. Abbattere le barriere tra noi e i nostri vicini è prima premessa per entrare nella vita divina alla quale siamo chiamati. Abbiamo bisogno di essere liberati da tutto quello che ci blocca e ci isola: timore e sfiducia gli uni verso gli altri, avidità ed egoismo, mancanza di volontà di accettare il rischio della vulnerabilità alla quale ci esponiamo quando ci apriamo all’amore.
I grani di frumnto, una volta schiacciati, sono mischiati nella pasta e cotti. Qui sant’Agostino fa riferimento all’immersione nelle acque battesimali seguita dal dono sacramentale dello Spirito Santo che infiamma il cuore dei fedeli con il fuoco dell’amore di Dio. Questo processo che unisce e trasforma i grani isolati in un solo pane ci presenta una immagine suggestiva dell’azione unificante dello Spirito Santo sui membri della Chiesa, realizzata in maniera eminente attraverso la celebrazione dell’Eucarestia. Coloro che prendono parte a questo grande sacramento diventano il Corpo ecclesiale del Cristo quando si nutrono del suo Corpo eucaristico. “Sii ciò che tu puoi vedere – dice sant’Agostino incoraggiandoli – e ricevi ciò che tu sei”.
Queste forti parole ci invitano a rispondere generosamente all’invito ad “essere il Cristo” per coloro che ci circondano. Noi siamo il suo corpo adesso sulla terra. Per parafrasare una celebre frase attribuita a santa Teresa d’Avila, noi siamo gli occhi con i quali la sua compassione guarda a coloro che sono nel bisogno, siamo le mani che egli stende per benedire e per guarire, siamo i piedi dei quali egli si serve per andare a fare il bene, e siamo le labbra con le quali il suo Vangelo viene proclamato. E’ quindi importante sapere che quando noi partecipiamo così alla sua opera di salvezza, noi non facciamo memoria di un eroe morto prolungando ciò che egli ha fatto: al contrario, Cristo è vivente in noi, suo corpo, la Chiesa, suo popolo sacerdotale. Nutrendoci di Lui nell’Eucarestia e accogliendo lo Spirito Santo nei nostri cuori, diventiamo veramente il corpo di Cristo che abbiamo ricevuto, siamo veramente in comunione con lui e gli uni con gli altri, e diveniamo autenticamente suoi strumenti, rendendo testimonianza a lui davanti al mondo.
“La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Nella prima comunità cristiana, nutrita alla tavola del Signore, noi vediamo gli effetti dell’azione unificatrice dello Spirito Santo. Condividevano i loro beni in comune, staccandosi da ogni bene materiale per amore dei fratelli. Hanno trovato soluzioni eque alle loro differenze come vediamo, per esempio, nella risoluzione della disputa fra Ellenisti ed Ebrei sulla distribuzione quotidiana (cfr At 6,1-6). Come più tardi ha detto un commentatore: “Vedi come questi cristiani si amano l’un l’altro e come sono pronti a morire l’uno per l’altro” (Tertulliano, Apologia,39). Ma il loro amore non era affatto limitato verso i loro amici credenti. Mai hanno considerato se stessi come esclusivi, privilegiati beneficiari del favore divino, ma invece come messaggeri inviati a spargere la buona notizia della salvezza in Cristo fino ai confini della terra. E fu così che il messaggio affidato agli Apostoli dal Signore Risorto, venne sparso in tutto il Medio Oriente e da qui al mondo intero.
Cari fratelli e sorelle in Cristo, oggi siamo chiamati, come loro, ad essere un cuore ed un’anima sola, approfondendo la nostra comunione con il Signore e tra di noi, ed essere suoi testimoni dinnanzi al mondo.
Siamo chiamati a superare le nostre differenze, a portare pace e riconciliazione dove ci sono conflitti, ad offrire al mondo un messaggio di speranza. Siamo chiamati ad estendere la nostra attenzione ai bisognosi, dividendo generosamente i nostri beni terreni con coloro che sono meno fortunati di noi. E siamo chiamati a proclamare incessantemente la morte e risurrezione del Signore, finché egli venga. Per lui, con lui ed in lui, nell’unità che lo Spirito Santo dona alla Chiesa, rendiamo onore e gloria a Dio nostro Padre celeste insieme a tutti gli angeli e santi che cantano le sue lodi per sempre. Amen.
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| Nel pomeriggio del suo secondo giorno a Cipro, nella Chiesa parrocchiale latina di Holy Cross, Benedetto XVI ha presieduto la messa ai sacerdoti, religiosi, diaconi, catechisti e membri di movimenti ecclesiali cattolici di Cipro. Nell’omelia, Benedetto XVI ha parlato della croce come strumento di redenzione. Facendo un riferimento sull’unigenito Figlio di Dio che avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita, il papa ha affermato- “Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione†e a proseguito- “La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. La sua omelia pubblichiamo di seguito: |
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
il Figlio dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cfr Gv 3,14-15). In questa Messa votiva adoriamo e lodiamo il nostro Signore Gesù Cristo, poiché con la sua Santa Croce ha redento il mondo. Con la sua morte e risurrezione ha spalancato le porte del Cielo e ci ha preparato un posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare alla sua gloria. Nella gioia della vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti voi riuniti nella chiesa della Santa Croce e vi ringrazio per la vostra presenza. Apprezzo molto il calore con il quale mi avete accolto. Sono particolarmente grato a Sua Beatitudine il Patriarca latino di Gerusalemme per le sue parole di benvenuto all’inizio della Messa, e per la presenza del Padre Custode di Terra Santa. Qui a Cipro, terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi missionari di san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo oggi fra voi, sulle orme di quel grande Apostolo, per rinsaldarvi nella vostra fede cristiana e per predicare il Vangelo che offre vita e speranza al mondo.
Il centro della celebrazione odierna è la Croce di Cristo. Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. E’ vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo. Vi è un’antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l’opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui.
Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell’unico albero del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo. Lo vediamo dalla prima lettura di oggi, che fa eco alla caduta e prefigura la redenzione di Cristo. Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte. Vediamo chiaramente che l’uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso di Lui il mondo potesse essere salvato. L’unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita. Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l’albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L’agnello innocente fu sacrificato sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore che sacrifica se stesso.
La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto. Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società , ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l’intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente sant’Andrea di Creta descrive la croce come “più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita” (Oratio X, PG 97, 1018-1019).
Cari fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici. Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità , ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza. In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano all’ordinazione. Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.
Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull’altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria.
Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore. Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro. Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna. Rinfranchiamoci con le parole della seconda lettura di oggi, che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,9-10).
Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr Gal 6,14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi.
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| Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato Sua Beatitudine Chrysostomos II, Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro. Il colloquio è stato privato, ma dopo l’incontro tra i due cappi cristiani, il papa ha proferito un discorso pubblico in cui ha ringraziato Chrysostomos II per il contributo che è stato inviato ai terremotati di Aquila, nel’anno scorso. Poi, Benedetto XVI si è riferito ai conflitti in Terra Santa e come i cristiani uniti possono sostenere quelli che soffrono con questa situazioni. Riportiamo di seguito il suo discorso: |
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede
Vostra Beatitudine, La saluto con fraterno affetto nel Cristo Risorto e La ringrazio per il Suo gentile saluto di benvenuto.
Ricordo con gratitudine la Sua visita a Roma tre anni fa, e mi rallegro che oggi ci incontriamo ancora nella Sua amata terra. Per Suo tramite saluto il Santo Sinodo e tutti i Sacerdoti, diaconi, monaci e monache e fedeli laici della Chiesa di Cipro. Anzitutto desidero esprimere la mia gratitudine per l’ospitalità che la Chiesa di Cipro ha così generosamente offerto alla Commissione Internazionale per il Dialogo Teologico in occasione dell’incontro dello scorso anno in Paphos. Sono parimenti grato per il sostegno che la Chiesa di Cipro, con la chiarezza ed apertura dei suoi contributi, ha sempre dato all’impegno del dialogo. Possa lo Spirito Santo guidare e confermare questa grande iniziativa ecclesiale, che mira a ricomporre la piena e visibile comunione tra le Chiese dell’Oriente e dell’Occidente, una comunione che deve essere vissuta nella fedeltà al Vangelo e alla tradizione apostolica, in modo che apprezzi le legittime tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente, e che sia aperta alla diversità dei doni tramite i quali lo Spirito edifica la Chiesa nell’unità , nella santità e nella pace.
Questo spirito di fraternità e di comunione ha anche trovato espressione nel generoso contributo che Vostra Beatitudine ha inviato, a nome della Chiesa di Cipro, per coloro che, lo scorso anno, a L’Aquila, vicino a Roma, hanno sofferto a causa del terremoto, e le cui necessità mi stanno a cuore. In tale spirito, mi associo con Lei, pregando perché tutti gli abitanti di Cipro, con l’aiuto di Dio, trovino la saggezza e la forza di lavorare insieme per una giusta soluzione dei problemi che ancora sono da risolvere, impegnandosi per la pace e la riconciliazione e costruendo per le generazioni future una società che si distingua per il rispetto dei diritti di tutti, inclusi i diritti inalienabili alla libertà di coscienza e alla libertà di culto.
Cipro è tradizionalmente considerata parte della Terra Santa, e la situazione di continuo conflitto nel Medio Oriente dev’essere un motivo di riflessione per tutti i fedeli Cristiani. Nessuno può rimanere indifferente alla necessità di offrire sostegno in ogni maniera possibile ai Cristiani di quella tormentata regione, affinché le sue antiche Chiese possano vivere in pace e prosperità . Le comunità cristiane di Cipro possano trovare un ambito molto fruttuoso per la cooperazione ecumenica, pregando e lavorando insieme per la pace, la riconciliazione e la stabilità nelle terre benedette dalla presenza terrena del Principe della Pace.
Con questi sentimenti, Vostra Beatitudine, la ringrazio ancora una volta per il Suo fraterno benvenuto e voglio assicurarLa delle mie preghiere per Lei e per tutto il clero e i fedeli della Chiesa di Cipro.
Che la gioia del Signore risorto sia sempre con voi!
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| Nel suo secondo giorno a Cipro, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato la Comunità Cattolica di Cipro presso la Scuola elementare “St. Maron”, a Nicosia. Nel suo discorso, il papa ha rivolto parole di speranza a tutta la comunità cristiana e ha parlato di ecumenismo e dialogo interreligioso. Ecco il testo integrale del suo discorso. |
Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede
Cari fratelli e sorelle in Cristo, E’ una grande gioia per me essere con voi, rappresentanti della comunità cattolica di Cipro,
Ringrazio l’Arcivescovo Soueif per le sue gentili parole di benvenuto a vostro nome e ringrazio, in modo particolare, i bambini per la loro bella rappresentazione. Saluto anche Sua Beatitudine il Patriarca Foual Twad e rendo onore al grande e paziente lavoro della Custodia Francescana della Terra Santa nella persona di Padre Pizzaballa, oggi qui con noi.
In questa storica occasione della prima visita del Vescovo di Roma a Cipro, vengo a confermarvi nella vostra fede in Gesù Cristo e ad incoraggiarvi a rimanere un cuore solo ed un’anima sola nella fedeltà alla tradizione apostolica (cfr At 4,32). Come successore di Pietro, sto tra di voi oggi per offrirvi l’assicurazione del mio sostegno, delle mie affettuose preghiere e del mio incoraggiamento. Abbiamo appena ascoltato dal Vangelo di Giovanni come alcuni Greci, che avevano saputo delle grandi opere che Gesù aveva compiute, si avvicinassero all’apostolo Filippo dicendo: “Vogliamo vedere Gesù” (cfr Gv 12,21). Queste parole toccano profondamente ciascuno di noi. Come gli uomini e le donne del Vangelo, vogliamo vedere Gesù, conoscerlo, amarlo e servirlo con “un cuore solo ed un’anima sola” (cfr At 4,32). Inoltre, come la voce dal cielo nel Vangelo di oggi, che ha dato testimonianza alla gloria del nome di Dio, la Chiesa proclama il suo nome non solamente per il proprio beneficio, ma per il bene dell’umanità intera (cfr Gv 12,30). Anche voi, odierni seguaci di Cristo, siete chiamati a vivere la vostra fede nel mondo unendo le vostre voci ed azioni per la promozione dei valori del Vangelo giunti a voi attraverso generazioni di Cristiani Ciprioti. Questi valori, profondamente radicati nelle vostre culture, così come nel patrimonio della Chiesa universale, dovranno continuare a ispirare i vostri sforzi di promuovere la pace, la giustizia e il rispetto per la vita umana e la dignità dei vostri concittadini. In questo modo la vostra fedeltà al Vangelo assicurerà beneficio a tutta la società cipriota.
Cari fratelli e sorelle, data la vostra particolare situazione, desidero anche attirare la vostra attenzione su una parte essenziale della vita e missione della nostra Chiesa, ossia la ricerca di una maggiore unità nella carità con gli altri cristiani e il dialogo con coloro che non sono cristiani. In modo particolare dal Concilio Vaticano Secondo, la Chiesa è stata impegnata a proseguire sulla via di una maggiore comprensione con i nostri fratelli cristiani manifestando un ancor più stretto legame d’amore ed amicizia fra tutti i battezzati. Nella vostra particolare situazione, voi siete in grado di portare un contributo personale al raggiungimento di una maggiore unità cristiana nella vita quotidiana. Vi incoraggio a fare così, confidando che lo Spirito del Signore, che ha pregato perché i suoi discepoli siano uno (cfr Gv 17,21), vi accompagnerà in questo importante compito.
Guardando al dialogo interreligioso molto ancora occorre fare nel mondo. Questo è un altro campo nel quale i cattolici di Cipro spesso vivono situazioni che offrono loro delle opportunità per una giusta e prudente azione. Solo attraverso un paziente lavoro di reciproca fiducia può essere superato il peso della storia passata, e le differenze politiche e culturali fra i popoli possono diventare un motivo di operare per una maggiore comprensione. Vi esorto ad aiutare a creare tale vicendevole fiducia fra cristiani e non cristiani, come fondamento per costruire una pace durevole ed un’armonia fra i popoli di diverse religioni, regioni politiche e basi culturali.
Cari amici, desidero invitarvi a guardare alla profonda comunione che voi già condividete fra voi e con la Chiesa Cattolica nel mondo. Con attenzione ai bisogni immediati della Chiesa, vi incoraggio a pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa e a promuoverle. Mentre quest’Anno Sacerdotale si sta chiudendo, la Chiesa ha guadagnato una rinnovata consapevolezza del bisogno di sacerdoti buoni, santi e ben preparati. Essa desidera uomini e donne religiosi completamente sottomessi a Cristo, dediti a diffondere il regno di Dio sulla terra. Nostro Signore ha promesso che coloro che offrono la loro vita ad imitazione di lui la conserveranno per la vita eterna (cfr Gv 12,25). Chiedo ai genitori di considerare questa promessa ed incoraggiare i loro figli a rispondere generosamente alla chiamata del Signore. Invito i pastori a seguire i giovani, i loro desideri ed aspirazioni, e a formarli alla pienezza della fede.
Qui, in questa scuola cattolica, desidero rivolgere una parola a coloro che operano nelle scuole cattoliche dell’Isola, specialmente agli insegnanti. Il vostro lavoro fa parte di una lunga e stimata tradizione della Chiesa cattolica di Cipro. Continuate pazientemente a servire il bene dell’intera comunità sforzandovi per una educazione eccellente. Che il Signore vi benedica abbondantemente nel sacro impegno della formazione che è il più grande dono che l’Onnipotente fa a noi e ai nostri figli. Rivolgo ora una speciale parola a voi, miei cari giovani di Cipro. Siate forte nella vostra fede, gioiosi nel servire il Signore e generosi con il vostro tempo e i vostri talenti! Aiutate a costruire un miglior futuro per la Chiesa e per il vostro Paese mettendo il bene degli altri prima di voi stessi. Cari Cattolici di Cipro, coltivate la vostra armonia in comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro ed accrescete i vostri legami fraterni con gli altri nella fede, nella speranza e nell’amore. Con queste brevi parole affido ciascuno di voi alla protezione della Beata Vergine Maria e all’intercessione dei Santi Paolo e Barnaba.
Che Dio vi benedica!
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| Benedetto XVI ha celebrato in questo pomeriggio, 04 giungo la Celebrazione Ecumenica nella chiesa di Agia Kiriaki Chrysopolitissa (Santa Ciriaca Chrysopolitissa), luogo di culto ortodosso aperto anche ai cattolici e agli anglicani. Nel suo discorso il papa ha affermato che “l’unità di tutti i discepoli di Cristo è un dono da implorare dal Padre, nella speranza che esso rafforzi la testimonianza del Vangelo nel mondo d’oggiâ€: Il suo discorso pubblichiamo di seguito: |
Carissimi Fratelli e Sorelle in Cristo,
Ringrazio Sua Beatitudine Crisostomo II per le gentili parole di benvenuto, Sua Eminenza Giorgio, Metropolita di Pafos, che ci ospita, e quanti si sono impegnati per rendere possibile questo incontro. Mi è grato, inoltre, salutare cordialmente i cristiani di altre confessioni qui presenti, inclusi coloro che appartengono alle comunità armena, luterana e anglicana.
In verità , è una grazia straordinaria per noi essere riuniti in preghiera in questa chiesa di Agia Kiriaki Chrysopolitissa. Abbiamo appena udito la lettura dagli Atti degli Apostoli, che ci ha ricordato come Cipro fu la prima tappa dei viaggi missionari dell’Apostolo Paolo (cfr At 13,1-4). Riservati per sé dallo Spirito Santo, Paolo, unitamente a Barnaba, originario di Cipro, ed a Marco, il futuro evangelista, dapprima giunsero a Salamina, dove iniziarono a proclamare la parola di Dio nelle sinagoghe. Attraversando l’isola, giunsero a Pafos, dove, proprio vicino a questo luogo, predicarono alla presenza del proconsole romano Sergio Paolo. Fu quindi da questo posto che il messaggio del Vangelo cominciò a diffondersi in tutto l’impero e la Chiesa, fondata sulla predicazione apostolica, fu capace di piantare radici in tutto il mondo allora conosciuto.
La Chiesa a Cipro può giustamente andare fiera del proprio collegamento diretto con la predicazione di Paolo, Barnaba e Marco e della comunione nella fede apostolica, che la lega a tutte quelle Chiese che custodiscono la stessa regola della fede. Questa è la comunione, reale, benché imperfetta, che già ora ci unisce, e che ci sospinge a superare le nostre divisioni e a lottare per ripristinare quella piena unione visibile, che è voluta dal Signore per tutti i suoi seguaci. Poiché, nelle parole di Paolo, vi è “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,4-5).
La comunione ecclesiale nella fede apostolica è sia un dono, sia un appello alla missione. Nel passo degli Atti che abbiamo ascoltato, vediamo un’immagine dell’unità della Chiesa nella preghiera, nell’apertura alle spinte dello Spirito alla missione. Come Paolo e Barnaba, ogni cristiano, mediante il battesimo, è “riservato” perché porti testimonianza profetica al Signore risorto ed al suo vangelo di riconciliazione, di misericordia e di pace. In tale contesto, l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, che si riunirà a Roma nel prossimo ottobre, rifletterà sul ruolo vitale dei cristiani nella regione, li incoraggerà nella loro testimonianza al Vangelo e li aiuterà a promuovere maggior dialogo e cooperazione fra cristiani in tutta la regione. Significativamente, i lavori del Sinodo saranno arricchiti dalla presenza di delegati fraterni di altre Chiese e Comunità cristiane dell’area, quale segno del comune impegno al servizio della parola di Dio e della nostra apertura alla potenza della sua Grazia che riconcilia.
L’unità di tutti i discepoli di Cristo è un dono da implorare dal Padre, nella speranza che esso rafforzi la testimonianza del Vangelo nel mondo d’oggi. Il Signore ha pregato per la santità e l’unità dei suoi discepoli proprio perché il mondo creda (cfr Gv 17,21). Giusto cento anni orsono, alla Conferenza Missionaria di Edimburgo, l’acuta consapevolezza che le divisioni fra cristiani erano un ostacolo alla diffusione del Vangelo diede origine al movimento ecumenico moderno. Oggi dobbiamo essere grati al Signore, il quale, mediante il suo Spirito, ci ha condotto – specie negli ultimi decenni –a riscoprire la ricca eredità apostolica condivisa da Oriente e da Occidente, e, mediante un dialogo paziente e sincero, a trovare le vie per riavvicinarci l’un l’altro, superando le controversie del passato e guardando ad un futuro migliore.
La Chiesa in Cipro, che si dimostra essere come un ponte fra l’Oriente e l’Occidente, ha contribuito molto a questo processo di riconciliazione. La via che conduce all’obiettivo della piena comunione non sarà certamente priva di difficoltà , ma la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa di Cipro sono impegnate a progredire sul cammino del dialogo e della cooperazione fraterna. Possa lo Spirito Santo illuminare le nostre menti e irrobustire la nostra determinazione, così che insieme possiamo recare il messaggio della salvezza agli uomini e alle donne del nostro tempo, i quali sono assetati di quella verità che porta libertà autentica e salvezza (cfr Gv 8,32), la verità il cui nome è Gesù Cristo!
Cari sorelle e fratelli, non posso concludere senza evocare la memoria dei Santi che hanno adornato la Chiesa in Cipro, in particolare sant’Epifanio, vescovo di Salamina. La santità è il segno della pienezza della vita cristiana, di una profonda docilità interiore allo Spirito Santo che ci chiama ad una conversione e a un rinnovamento costanti, mentre ci sforziamo di essere sempre più conformati a Cristo nostro Salvatore. Conversione e santità sono anche i mezzi privilegiati mediante i quali apriamo le menti e i cuori alla volontà del Signore per l’unità della sua Chiesa. Mentre rendiamo grazie per l’incontro odierno e per il fraterno affetto che ci unisce, chiediamo ai santi Barbara ed Epifanio, ai santi Pietro e Paolo, e a tutti i Santi di Dio, di benedire le nostre comunità , di conservarci nella fede degli Apostoli, e di guidare i nostri passi sulla via dell’unità , della carità e della pace.
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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede
Saluti! La Pace sia con voi! È un grande piacere per me essere con voi oggi.
Signor Presidente, Le sono vivamente grato per il cortese invito a visitare la Repubblica di Cipro. Rivolgo i miei cordiali saluti a Lei, al Governo e al popolo di questa Nazione, e La ringrazio per le gentili parole di benvenuto. Ricordo ancora con gratitudine la Sua recente visita in Vaticano e attendo con gioia il nostro incontro di domani a Nicosia. Cipro si trova all’incrocio di culture e religioni, di storie gloriose ed antiche insieme, ma che ancora mantengono un forte e visibile impatto sulla vita del vostro Paese. Essendo entrata recentemente nell’Unione Europea, la Repubblica di Cipro ha iniziato a sentire il beneficio di scambi economici e politici con gli altri Paesi Europei. Tale appartenenza ha dato al vostro Paese anche l’accesso a mercati, a tecnologia e a conoscenze pratiche. E’ grandemente auspicabile che questa appartenenza porti prosperità nel vostro Paese e che gli altri Paesi Europei, a loro volta, vengano arricchiti dalla vostra eredità spirituale e culturale, che riflette il vostro ruolo storico, trovandovi tra l’Europa, l’Asia e l’Africa. Possano l’amore della vostra Patria e delle vostre famiglie e il desiderio di vivere in armonia con i vostri vicini sotto la protezione misericordiosa di Dio onnipotente, ispirarvi a risolvere pazientemente i problemi che ancora condividete con la comunità internazionale per il futuro della vostra Isola.
Seguendo le orme dei nostri comuni padri nella fede, i Santi Paolo e Barnaba, sono venuto fra voi come pellegrino e il servo dei servi di Dio. Da quando gli Apostoli hanno portato il messaggio cristiano in queste rive, Cipro è stata benedetta da una forte eredità cristiana. Saluto come un fratello in quella fede Sua Beatitudine Crisostomo Secondo, Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di Tutta Cipro, e attendo intensamente di poter incontrare presto molti altri membri della Chiesa Ortodossa di Cipro. Attendo anche con gioia di poter salutare gli altri responsabili religiosi Ciprioti. Spero di rafforzare i nostri comuni legami e di ribadire la necessità di consolidare la reciproca fiducia e l’amicizia durevole con tutti quelli che adorano l’unico Dio.
Quale successore di Pietro vengo in modo speciale a salutare i Cattolici di Cipro per confermarli nella fede (cfr Lc 22,32) ed incoraggiarli ad essere esemplari sia come cristiani che come cittadini, e a vivere pienamente il loro ruolo nella società a beneficio sia della Chiesa, sia dello Stato. Durante la mia permanenza tra di voi consegnerò anche l’Instrumentum Laboris, un documento di lavoro in vista della Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, che si terrà in seguito, a Roma, quest’anno. Tale Assemblea esaminerà molti aspetti della presenza della Chiesa nella regione e le sfide che i Cattolici devono affrontare, talvolta in circostanze difficili, vivendo la comunione con la Chiesa Cattolica ed offrendo la loro testimonianza a servizio della società e del mondo. Cipro è perciò un luogo appropriato dal quale lanciare la riflessione della nostra Chiesa sul posto della secolare comunità cattolica del Medio Oriente, la nostra solidarietà con tutti i Cristiani della regione e la nostra convinzione che essi hanno un insostituibile ruolo da sostenere nella pace e nella riconciliazione fra i suoi popoli.
Signor Presidente, cari amici, con questi pensieri affido il mio pellegrinaggio a Maria, la Madre di Dio, e all’intercessione dei Santi Paolo e Barnaba.
Che Dio benedica il popolo di Cipro. Che la Tutta Santa vi protegga sempre!
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| Dialogo e proteste, amicizia e collaborazione insieme a vecchi pregiudizi …A che punto sta l’ecumenismo a Cipro? Molti i segnali positivi. Anche se nell’isola convivono aspetti diversi, a volte contrapposti…. |
Lungo la via per Pafos scorgiamo da lontano il monastero della Santa Croce, arroccato sulla cima del picco roccioso di Stavrovouni. Qui, ci raccontano, vivono i monaci del Monte Atos che, alla notizia qualche mese fa della visita del Papa avevano calorosamente manifestato scendendo per protesta su questa autostrada. Procurandosi, però, un severo richiamo da parte dell’Arcivescovo Crisostomos.
Anche in questi giorni precedenti la visita del Papa non sono mancate proteste. Alcuni membri del Santo Sinodo, l’organismo di autogoverno della Chiesa ortodossa di Cipro, tra cui – secondo i media ciprioti – almeno cinque vescovi (come quello di Limassol) avrebbero annunciato la volontà di non recarsi a dare il benvenuto al Papa. L’arcivescovo Chrisostomos II, ricordando che il Sinodo stesso, con un voto di maggioranza aveva dato l’avallo all’invito al Papa da parte del Presidente, ha esortato tutti a non mancare di rispetto a Benedetto XVI, minacciando sanzioni forti come quella di escludere per un anno dai lavori del Santo Sinodo, coloro che si rifiuteranno di presenziare all’accoglienza del Papa.
“L’ecumenismo avanza se noi vogliamo, se le due parti vogliono – afferma P. Umberto Barato, Vicario del Patriarca latino di Gerusalemme a Cipro – l’ecumenismo avanza se non si ha paura. Io penso che ci sia tanta paura di accettare l’altro…”
In generale però, anche se permangono frange estremiste e, a volte, vecchi pregiudizi anche fra la gente, che sono frutto di ignoranza … P. Barato ci dice che a Cipro si vive bene con gli ortodossi, i cattolici sono riconosciuti e ben accettati, c’è collaborazione e contatti frequenti … e anzi forse Cipro in questo senso può essere considerato un modello di ecumenismo. Secondo il vicario del Patriarca Latino a Cipro, qui rispetto ad altre parti del Medio Oriente, l’unione dei cristiani è molto più sentita, sia dai cattolici che dagli ortodossi. Ce lo confermano le parole convinte del Vescovo ortodosso Isaias metropolita della Diocesi di Tamasus, una delle pià antiche diocesi di Cipro.
“…Gesù Cristo rappresenta tutti ed è per tutti. Perciò se ci consideriamo buoni cristiani dobbiamo avere spirito ecumenico …se veramente vogliamo essere buoni cristiani dobbiamo avere amore gli per gli altri senza preconcetti…”
Lo scorso ottobre Cipro ha ospitato la Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa impegnata ad approfondire, anche attraverso un’analisi storica, un tema cruciale per l’unità dei cristiani: il ruolo del vescovo di Roma. In un certo senso la visita del Papa riconosce la grande importanza del contributo della Chiesa di Cipro al dialogo coi cattolici.
“Siamo molto emozionati riguardo questa visita – prosegue il vescovo Isaias -. Qui la Chiesa di Cipro p molto felice di ricevere il Papa. Noi ultimamente abbiamo avuto contatti veramente buoni specialmente negli ultimi 5-6 anni con il Vaticano, perciò noi pensiamo che questa visita rafforzerà ancora di più le nostre relazioni con la Chiesa Vaticana. L’arcivescovo Crisostomo è molto favorevole alle relazioni tra i cristiani e noi veramente abbiamo bisogno di fare un’ alleanza fra tutti i cristiani…
…Cipro è sempre stata un punto di incontro di civiltà e culture e noi siamo sempre stati ben educati all’avere nel nostro paese non solo nostri connazionali ma anche altre persone da altri paesi e da altre culture. Da sempre coesistiamo in pace e armonia. Da secoli qui a Cipro abbiamo avuto molti cristiani e non solo…Certo è comprensibile che molte chiese abbiano dei pregiudizi nella comprensione ecumenica della cristianità . Ma questo perché la storia delle religioni è piena di parole mal comprese e le cattive esperienze che abbiamo avuto fra di noi hanno creato nel corso dei secoli una serie di pregiudizi. Ma io penso che in questi tempi moderni dobbiamo eliminare questi pregiudizi e dobbiamo invece cooperare, perché i problemi e i cambiamenti sono così grandi che tutti i cristiani dovrebbero unirsi insieme e creare, come prima, un’alleanza in Cristo per far fronte a tutti i problemi…”
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Cipro è la terra del primo viaggio missionario dell’apostolo delle genti. Come riferiscono gli Atti degli Apostoli, Paolo e Barnaba, accompagnati da Marco, approdarono qui a Salamina dove cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei.
Vivo qui a Cipro il ricordo di Barnaba. Ebreo della tribù di Levi, visse a Gerusalemme, ma era cipriota di nascita. E nella sua terra tornò appunto con Paolo, intorno all’anno 45. Vicino all’attuale Famagusta, e a pochi km dai resti di Salamina (secondo la tradizione, città natale di Barnaba), si trova la chiesa a lui dedicata e anche la sua tomba…
Preziosi luoghi e ricordi apostolici che però sopravvivono a fatica in questa parte dell’isola, la zona nord turco-cipriota, dove l’immenso patrimonio storico-culturale cristiano ha sofferto e soffre l’incuria, quando non l’oltraggio e la devastazione: croci divelte da monasteri e chiese, tutte lasciate cadere in rovina e spesso trasformate in stalle o in moschee.Qui l’occupazione turca del 1974 ha causato non solo morti, distruzioni e uno spostamento forzato di popolazioni ma pure un’immensa tragedia culturale (fatta pure di saccheggi e furti di icone), che sta tuttora tentando di soffocare la memoria storica e cristiana di questa parte settentrionale dell’isola di Cipro.
Che Benedetto XVI non visiterà . ..Il Papa, apostolo dei tempi moderni sulle orme di Paolo, farà tappa invece a Pafos, dove Paolo e Barnaba giunsero dopo aver attraversato tutta l’isola. Secondo la tradizione, per quello che predicava, l’apostolo venne legato e flagellato a questa colonna si trova presso la chiesa di Crisopolitissa, dal 1987 concessa in uso ai cattolici dalla Chiesa greco-ortodossa e oggi parrocchia cattolica gestita dal Patriarcato Latino di Gerusalemme. Ma presso questa chiesa bizantina di Agia Kiriaki Chrysopolitissa possono officiarvi anche gli anglicani. Un luogo, dunque, dalla particolare vocazione ecumenica E proprio una celebrazione ecumenica, in questa area archeologica antistante la chiesa, il pomeriggio del 4 giugno, costituirà la prima tappa della viaggio a Cipro di Benedetto XVI.
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Conquistata la totale indipendenza nel 1960, dopo il periodo ottomano e quello inglese, la Repubblica di Cipro è entrata a far parte dell’Unione Europea il 1 maggio del 2004. Ma questo vale solo per la parte meridionale dell’isola, greca e cristiana. La parte settentrionale è stata occupata dai Turchi nel 1974. Nel 1983 la Turchia ha consolidato l’occupazione creando una Repubblica Turca del Nord di Cipro, riconosciuta internazionalmente dal solo governo di Ankara. Un pezzo di Europa divisa nel cuore del Mediterraneo… Anche se i temi fondanti del viaggio del Papa a Cipro sono di carattere ecclesiale-pastorale ed ecumenico molti sperano che la visita di Benedetto XVI favorisca anche una soluzione politica all’annosa questione cipriota. Ecco che cosa pensa il presidente della Repubblica di Cipro Dimitris Cristofias che ha invitato il Papa a Cipro e che ha tra gli obiettivi del suo mandato la riunificazione del Paese.
“Questa vista, esprime, mi lasci dire, una pressione sui Turchi …. perche’ loro possono scegliere la chiave della soluzione per il problema di Cipro. Se i Turchi non cambiano il loro atteggiamento non c’e’ possibilità di risolvere il problema. Ogni cipriota sa molto bene che senza il permesso dei Turchi non c’e soluzione… io penso che la presenza di Sua Santità qui sara’ un evento che avrà la sua influenza …e spero nella leadership turca.”
“Io non credo — dice dal canto suo P. Umberto Barato, Vicario del Patriarca Latino di Gerusalemme a Cipro – che il Papa possa intervenire sulla questione della divisione di Cipro, se non in forma molto generale e questa forma molto generale e’ già ’ stata espressa dal Vaticano in varie occasioni e cioè che le due parti si mettano d’accordo. In che forma lo pensano loro, … secondo il diritto internazionale e il diritto locale e che abbiano una soluzione pacifica”.
Ma per il presidente Christofias, primo rappresentante della leadership comunista che e’ alla guida del paese, la visita del Papa è in generale un evento storico per un paese che si pone come esempio di ecumenismo, di tolleranza e di rispetto per le minoranze religiose.
“Avere qui Sua Santita’, il Papa, e’ un onore per noi, e’ un grande piacere. E saro’ molto felice di dargli il benvenuto qui a Cipro…incontrera’ degli amici, gente che rispetta lui e la Chiesa Cattolica. Perche’ io so molto bene che il nostro arcivescovo, capo della nostra Chiesa, e’ impegnato in relazioni molto vicine con il Vaticano e con Sua Santita’ personalmente. Io stesso ho incontrato Sua Santita’ 2 volte ed e’ stato un grande onore per me essere con lui, analizzare con lui i nostri problemi, la distruzione della nostra eredita’ culturale…ed egli e’ stato veramente toccato e questa e’ una delle ragioni per le quali lui ha accettato il mio invito…
“Tu stai parlando con un presidente che e’ internazionalista, questo e’ quello che credo, viene dalla mia anima …se uno crede propfondamente a questo, segue una politica che promuove amicizia e fratellanza fra le minoranze e la maggioranza.
Io non considero per esempio i Maroniti o gli Armeni o i Latini come stranieri. Essi sono fratelli e sorelle … Io sono impegnato a conmbattare con tutti i mezzi per l’unita’ del paese, per l’unita’ della gente, per la fratellanza fra tutti i cittadini di questa Repubblica. Cipro e’ una piccola isola molto piccola per essere divisa, ma e’ abbastanza grande per tenere uniti tutti i nostri cittadini a dispetto della diversa reliogione e della diversa lingua. Cipro e’ una societa multiculturale e, risolvendo i suoi problemi, potrebbe diventare un esempio per i paesi e i popoli vicini.”
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