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Postado em 24-05-2011

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Amedeo Renato Cencini è uno psicoterapeuta italiano, sacerdote canossiano, particolarmente noto per le sue numerosi pubblicazioni di psicologia della religione. È licenziato in scienze dell’educazione alla Pontificia Università Salesiana a Roma , dove attualmente insegna, e il dottorato in psicologia all’Università Gregoriana. Dal 1995 è consultore della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.

Attualmente è docente dei corsi di Formazione permanente, e di Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa all’Università Salesiana e di Accom­pagnamento personale: aspetti teorici e pratici al corso dei Formatori Vocazionali presso la stessa università.

Il video che si segue è la settima parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.

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Amedeo Renato Cencini è uno psicoterapeuta italiano, sacerdote canossiano, particolarmente noto per le sue numerosi pubblicazioni di psicologia della religione. È licenziato in scienze dell’educazione alla Pontificia Università Salesiana a Roma , dove attualmente insegna, e il dottorato in psicologia all’Università Gregoriana. Dal 1995 è consultore della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.

Attualmente è docente dei corsi di Formazione permanente, e di Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa all’Università Salesiana e di Accom­pagnamento personale: aspetti teorici e pratici al corso dei Formatori Vocazionali presso la stessa università.

Il video che si segue è la sesta parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.



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Il video che si segue è la quinta parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.

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Amedeo Renato Cencini è uno psicoterapeuta italiano, sacerdote canossiano, particolarmente noto per le sue numerosi pubblicazioni di psicologia della religione. È licenziato in scienze dell’educazione alla Pontificia Università Salesiana a Roma , dove attualmente insegna, e il dottorato in psicologia all’Università Gregoriana. Dal 1995 è consultore della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.

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Il video che si segue è la quarta parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.

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Il video che si segue è la terza parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.

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Il video che si segue è la seconda parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.

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Postado em 19-05-2011

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Amedeo Renato Cencini è uno psicoterapeuta italiano, sacerdote canossiano, particolarmente noto per le sue numerosi pubblicazioni di psicologia della religione.
È licenziato in scienze dell’educazione alla Pontificia Università Salesiana a Roma , dove attualmente insegna, e il dottorato in psicologia all’Università Gregoriana. Dal 1995  è consultore della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.

Attualmente è docente dei corsi di Formazione permanente, e di Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa all’Università Salesiana e di Accom­pagnamento personale: aspetti teorici e pratici al corso dei Formatori Vocazionali presso la stessa università.

Il video che si segue è la prima parte dell’ introduzione del corso Problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa.

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Postado em 11-01-2011

09_04_06_familiadunga

La nostra casa deve essere del Signore. Tutta la nostra famiglia ha bisogno di essere completamente del Signore. Unicamente di Lui. È triste vedere, che ci sono ancora molti dei nostri, che sono lontani di Dio e non vogliono sapere nulla di Lui; sono reticenti, testardi.

Nella nostra casa ci sono molti che non frequentano più la Chiesa. Non vogliono sentir parlare di sacerdoti, della Chiesa, della preghiera, della confessione, della messa, e soprattutto non vogliono saperne dell’Eucaristia.

La nostra casa deve essere del Signore. Tutta la nostra famiglia ha bisogno di essere completamente del Signore. Unicamente di Lui. È triste vedere, che ci sono ancora molti dei nostri, che sono lontani di Dio e non vogliono sapere nulla di Lui; sono reticenti, testardi.

Nella nostra casa ci sono molti che non frequentano più la Chiesa. Non vogliono sentir parlare di sacerdoti, della Chiesa, della preghiera, della confessione, della messa, e soprattutto non vogliono saperne dell’Eucaristia.

Ci sono persone arrabiate, autoritarie, cattive, malvagge, che proferiscono parolaccie, che fanno cose sbagliate…nella nostra stessa casa. Il nostro cuore soffre, vedendo che persone all’interno della nostra famiglia, agiscono così. Persone che sono nel vizio, nell’alcool…, essi non misurano il male che fanno a se stessi e alle loro famiglie.

Così come Gesù ha scelto Zaccheo, lui ci ha scelti affinchè lo invitiamo alla nostra casa. Come la storia di Zaccheo che troviamo nel Vangelo di Lucca:

“Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. (Cf. Lc 19,1-10). In quel giorno, fu Gesù che ha voluto andare a casa di Zaccheo. Oggi invece vuole venire a casa nostra. Gesù è rimasto nella casa di Zaccheo, e vuole rimanere anche nella nostra casa.

Siamo fragili, abbiamo tanti errori, commettiamo molti peccati, tuttavia Gesù ci ha scelti. Lui ha deciso di rimanere a casa nostra. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». (Lc 19,8). Zaccheo fece questo perchè la sua vita era già cambiata. Quando la persona vuole dare, si può dire che il Signore ha toccato il suo cuore.

Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa… il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». (Lc 19,9-10). Il Signore compie questo Vangelo! Questo è il clamore del popolo: “Desidero Dio, ho bisogno di Dio nella mia famiglia”

Dì al Signore: “Gesù mi hai scelto, nonostante le mie fragilità, nonostante il mio peccato. Hai scelto me, per portarTi alla mia casa. Non sono degno che tu entri nella mia casa, ma di soltanto una parola e io sarò salvato. Basta una tua Parola e la mia casa sarà trasformata. La mia famiglia sarà cambiata. Entra Signore nella mia casa e rimane in essa! Ho la gioia di portarTi alla mia casa“.

Siamo in un tempo molto difficile: i problemi nella nostra famiglia non sono soltanto ordinari o umani. I problemi accadono, perché il nemico vuole distruggere la nostra casa e tutte le famiglie. Fa questo, suscitando nel nostro cuore, la rabbia il rancore contro il padre, la madre, usandoti come “utile inocente”…

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Non c’è padre o madre che non erri. Purtroppo noi, figli, rimaniamo feriti dagli sbagli dei nostri genitori, da ciò che non sono riusciti a fare, da ciò che ci hanno proibito, dalla fiducia che il padre non ci ha datto, da quella parola che la madre ha detto. Molte cose sono avvenute e ci hanno ferito: l’aggressività e l’autoritarismo del padre, il nervosismo della madre, le ubriachezze del padre, la sua infedeltà, la sua leggerezza…

Il nemico usa questi fatti del passato, permettendo che ci feriscano. Lui crea in noi il risentimento, il dolore…, fino a farci arrivare alla ribellione. Ci incita a non sopportare le persone della nostra casa a non accettare il loro modo di essere. Nasce così il desiderio di uscire da casa, per cercare altrove ciò che non si trova nella famiglia. Così alcuni cercano perfino cose buone: si frequenta il gruppo di preghiera, il ministero di musica, una comunità, un gruppo giovanile…. Tutto perché non riusciamo più stare a casa. In verità è una fuga…

Ciò che era risentimento,ferite, sentimenti cattivi irritazione… diventa rabbia, amarezza, rancore…, sentimenti che portano poi all’odio e alla vendetta. È come una malattia, se non curata in tempo, aumenta e diventa cronica.
Dobbiamo riconoscere che questo è un arma sleale del nemico per fare di noi “utili inocenti”, per distruggere la nostra casa e la nostra famiglia. È lui che, in maniera vigliacca, provoca tutti questi sentimenti in noi con l’obiettivo specifico di distruggere la nostra casa e tutta la nostra famiglia.

Dichiara adesso che tu non vuoi essere strumento di amore e non di distruzione nella tua casa:

“Ho bisogno di esprimere amore. Desidero amare ciascuno della mia famiglia e che loro sentano che li amo”.

Signore Gesù, davanti a Te, rinuncio a qualsiasi delusione nei riguardi di mio padre e di mia madre, della mia famiglia. Rinuncio alla rabbia che purtroppo lungo il tempo è nato nel mio cuore. Ti chiedo Signore, strappa tutto questo dal mio cuore. Non voglio avere questi sentimenti cattivi. Desidero che venga fuori l’amore che c’è nel mio cuore. Amo mio padre, mia madre e ho bisogno del loro amore. Amo la mia famiglia e ho bisogno del loro amore.

Per questo motivo oggi rompo con il passato e perdono mio padre e mia madre. Perdono ogni persona della mia famiglia. Chiedo perdono al mio padre e alla mia madre. Ho bisogno di essere perdonato, ma voglio anche perdonare. Grazie Signore, perché posso perdonare tutto e tutti.

“Grazie Signore, perché c’è amore nel mio cuore. Desidero entrare nella mia casa pronto ad amare. Non voglio entrare da solo, entrerò con il Signore. E perché il Signore verrà con me in casa mia, tutto si trasformerà”.

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Postado em 16-11-2010

bibblia

Cristo Gesù ha istituito la sua Chiesa per essere nel mondo Sacramento di salvezza, per portare al cuore di ogni persona, in ogni tempo e luogo, il dono della redenzione che Lui ci ha concesso attraverso il mistero della sua Pasqua di morte e Resurrezione.

È stato il Signore stesso ad inviare i suoi discepoli con il seguente comandamento: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Annunciare la Buona Notizia di Cristo non è semplicemente comunicare un codice di norme etiche o buone idee su come vivere meglio la stessa esistenza.

Il mandato missionario convoca la comunità cristiana ad annunciare che: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,16-17).

In ogni anno nel mese di ottobre, la Chiesa ci invita a riflettere sull’identità missionaria. Tale meditazione deve motivarci ad assumere con gioia, coraggio e disposizione di cuore la testimonianza del nostro impegno di fede in Gesù Cristo, Nostro Signore e Salvatore, per collaborare nella costruzione di un mondo nuovo, in un’attesa vigilante fino il giorno della venuta gloriosa del Signore.

Cari Fratelli e sorelle, lasciatemi fare una riflessione sulla realtà missionaria della Chiesa avendo come riferimento l’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris Missio (RM: La missione del Redentore). Riguardo all’attività missionaria della Chiesa, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ci ricorda: “La missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!” (RM, n. 2).

Vedete che cosa impressionante ci dice il Papa: offrire agli altri una testimonianza di fede, annunciare Cristo come l’unico redentore dell’umanità; tutto ciò è la garanzia di possedere una fede fortificata. Al presentare la questione “perché la missione?”, il Papa risponde che solo in Gesù l’uomo e la donna sono “liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte” (RM, n. 11). In un contesto culturale dove la secolarizzazione allontana molte persone dal Dio vivo e vero, la missione diventa ancora più indispensabile. Allora, “coloro che sono incorporati nella chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati, e per ciò stesso maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio” (RM, n. 11).

Nel numero 33 dell’Enciclica Redemptoris Missio, Giovanni Paolo II chiarisce che la Chiesa vive il mandato missionário di Cristo in tre situazioni diverse: la missione ad gentes, l’attività o l’attenzione pastorale, e la nuova evangelizzazione. Vorrei approfondire un po’ la missione ad gentes, utilizzando le stesse parole di Giovanni Paolo II:

L’attività missionaria specifica, o missione ad gentes, ha come destinatari «i popoli e i gruppi che ancora non credono in Cristo», «coloro che sono lontani da Cristo», tra i quali la Chiesa «non ha ancora messo radici» e la cui cultura non è stata ancora influenzata dal Vangelo. Essa si distingue dalle altre attività ecclesiali, perché si rivolge a gruppi e ambienti non cristiani per l’assenza o insufficienza dell’annunzio evangelico e della presenza ecclesiale. Pertanto, si caratterizza come opera di annunzio del Cristo e del suo Vangelo, di edificazione della Chiesa locale, di promozione dei valori del Regno. La peculiarità di questa missione ad gentes deriva dal fatto che si rivolge ai non cristiani (RM, n. 34).

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Senza lasciare a parte il valore dell’attività pastorale e della nuova evangelizzazione, il Papa sottolinea categoricamente: “Occorre, perciò, evitare che tale «compito più specificamente missionario, che Gesù ha affidato e quotidianamente riaffida alla sua Chiesa», subisca un appiattimento nella missione globale di tutto il popolo di Dio e, quindi, sia trascurato o dimenticato” (RM, n. 34). In altre parole, tutta la Chiesa è missionaria; ci sono però quei fratelli e sorelle missionari della fede, dell’amore e della speranza che abbracciano la chiamata di Gesù per diffondere il buon seme in terre lontane, nella vita di persone e culture non impregnati della fede cristiana. A loro la nostra profonda gratitudine: che il Signore li ricompensi per l’immenso bene che fanno al risveglio della fede cristiana nei popoli e nelle culture che hanno bisogno del Salvatore.

L’evangelizzazione non riguarda soltanto la missione ad gentes. Il Vangelo deve arrivare in tal modo nel cuore umano, a tal punto da trasformarlo in edificatore di una nuova società. Nel numero 58 della Redemptoris Missio, Giovanni Paolo II afferma: “La missione della Chiesa non è di operare direttamente sul piano economico o tecnico o politico o di dare un contributo materiale allo sviluppo, ma consiste essenzialmente nell’offrire ai popoli non un «avere di più», ma un «essere di più», risvegliando le coscienze col Vangelo”.

La Chiesa riconosce che anche la sua attività missionaria contribuisce – e contribuirà ancora – allo sviluppo umano, sociale, economico, politico e culturale di molti popoli. Col messaggio evangelico la Chiesa offre una forza liberante e fautrice di sviluppo proprio perché porta alla conversione del cuore e della mentalità, fa riconoscere la dignità di ciascuna persona, dispone alla solidarietà, all’impegno al servizio dei fratelli, inserisce l’uomo nel progetto di Dio, che è la costruzione del regno di pace e di giustizia già a partire da questa vita. [...] Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (RM, n. 59).

Quest’ultima frase conferma quello che il Papa stesso ha scritto nella sua enciclica Sollicitudo rei socialis, n. 41: “L’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa”. Questa enciclica di Giovanni Paolo II, che costituisce il corpus doctrinae per le questioni sociali – conosciuto come Dottrina Sociale della Chiesa – ci fa vedere l’importanza di annunciare la Buona Notizia di Gesù Cristo, in modo da trasformare il cuore di ogni persona umana per influsso della fede, proporzionando lo sviluppo umano integrale, includendo la trasformazione politica, economica e sociale, alla luce del Vangelo. In questa maniera, Giovanni Paolo II riafferma il pensiero espresso da Paolo VI nell’enciclica Populorum Progressio: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” (n. 76 – 80), pensiero questo che è stato attualizzato da Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate.

Chiediamo al Signore della messe che mandi operai al lavoro della raccolta, ossia che i cristiani e le cristiane, consapevoli del legame stretto tra promozione umana ed evangelizzazione, abbiano il coraggio di annunciare la Buona Novella dell’amore di Dio rivelato in Gesù, perché in Lui i popoli abbiano vita e Vita piena.

ok

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Postado em 19-10-2010

Il mondo ha ancora bisogno di sacerdoti

Becas

Gli uomini avranno sempre bisogno di Dio e Dio di uomini che parlino di lui al mondo, ecco perché ha ancora oggi senso diventare sacerdoti. Lo scrive Benedetto XVI nella lettera indirizzata ai seminaristi di tutto il mondo nella festa liturgica di san Luca Evangelista. Il Papa, ricordate le sofferenze legate alle vicende degli abusi, ha ribadito che, sebbene siano da riprovare, tuttavia non possono screditare la missione sacerdotale, che rimane “grande e pura”.

Cari Seminaristi,
nel dicembre 1944, quando fui chiamato al servizio militare, il comandante di compagnia domandò a ciascuno di noi a quale professione aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico. Il sottotenente replicò: Allora Lei deve cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più bisogno di preti. Sapevo che questa “nuova Germania” era già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da quella follia sul Paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti. Oggi, la situazione è completamente diversa. In vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio cattolico non sia una “professione” per il futuro, ma che appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi ad entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino verso il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica, contro tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota; tutto è insufficiente. L’uomo cerca poi rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata. Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose: “I capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà.
Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la “comunità dei discepoli”, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune Chiesa. Con questa lettera vorrei evidenziare – anche guardando indietro al mio tempo in seminario – qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in cammino.
1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto un “uomo di Dio”, come lo descrive san Paolo (1 Tm 6, 11). Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto costante con Dio. Quando il Signore dice: “Pregate in ogni momento”, naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non perdere mai il contatto interiore con Dio. Esercitarsi in questo contatto è il senso della nostra preghiera. Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera. Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo modo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita. Così diventiamo sensibili ai nostri errori e impariamo a lavorare per migliorarci; ma diventiamo sensibili anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni giorno come cosa ovvia, e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino e possiamo servirlo
2. Dio non è solo una parola per noi. Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’Eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la domanda del Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, dicendo, tra l’altro, che “nostro” pane, il pane che possiamo ricevere da cristiani nella Chiesa, è il Signore eucaristico stesso. Nella domanda del Padre Nostro preghiamo quindi che Egli ci doni ogni giorno questo “nostro” pane; che esso sia sempre il cibo della nostra vita. Che il Cristo risorto, che si dona a noi nell’Eucaristia, plasmi davvero tutta la nostra vita con lo splendore del suo amore divino. Per la retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando.
3. Anche il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi. Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.
4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso. Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale “Popolo di Dio”.
5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. Paolo parla di una “forma di insegnamento”, alla quale siamo stati affidati nel battesimo (Rm 6, 17). Voi tutti conoscete la parola di San Pietro, considerata dai teologi medioevali la giustificazione per una teologia razionale e scientificamente elaborata: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi “ragione” (logos) della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15). Imparare la capacità di dare tali risposte, è uno dei principali compiti degli anni di seminario. Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! Sfruttate gli anni dello studio! Non ve ne pentirete. Certo, spesso le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita cristiana e dal servizio pastorale. Tuttavia è completamente sbagliato porre sempre subito la domanda pragmatica: Mi potrà servire questo in futuro? Sarà di utilità pratica, pastorale? Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le domande vere e proprie e capire così anche le risposte come vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento: la formazione dei testi, la loro peculiarità letteraria, la graduale composizione di essi fino a formare il canone dei libri sacri, l’interiore unità dinamica che non si trova in superficie, ma che sola dà a tutti i singoli testi il loro significato pieno. È importante conoscere i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. Potrei continuare in questo modo: ciò che chiamiamo dogmatica è il comprendere i singoli contenuti della fede nella loro unità, anzi, nella loro ultima semplicità: ogni singolo particolare è alla fine solo dispiegamento della fede nell’unico Dio, che si è manifestato e si manifesta a noi. Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane, è evidente; parimenti la necessità di un orientamento fondamentale sulle grandi religioni, e non da ultima la filosofia: la comprensione del cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare risposta. Ma imparate anche a comprendere e – oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore. Ora non voglio continuare ad elencare, ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline senza unità interiore.
6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente “integro”. La tradizione cristiana, pertanto, ha sempre collegato con le “virtù teologali” anche le “virtù cardinali”, derivate dall’esperienza umana e dalla filosofia, e in genere la sana tradizione etica dell’umanità. Paolo lo dice ai Filippesi in modo molto chiaro: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4, 8). Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo. Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le persone ad un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente, non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto, però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento. È un elemento essenziale del vostro cammino praticare le virtù umane fondamentali, con lo sguardo rivolto al Dio manifestato in Cristo, e lasciarsi, sempre di nuovo, purificare da Lui.
7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità, specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e la miseria dell’essere umano. Così i candidati al sacerdozio vivono spesso in continenti spirituali completamente diversi. Potrà essere difficile riconoscere gli elementi comuni del futuro mandato e del suo itinerario spirituale. Proprio per questo il seminario è importante come comunità in cammino al di sopra delle varie forme di spiritualità. I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli anni di seminario.
Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo vuole. Affido il vostro cammino di preparazione al Sacerdozio alla materna protezione di Maria Santissima, la cui casa fu scuola di bene e di grazia. Tutti vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.

Dal Vaticano, 18 ottobre 2010, Festa di San Luca, Evangelista.
Vostro nel Signore

Benedetto XVI

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