L’incontro di Benedetto XVI nell’Aula Paolo VI con i parroci e con il clero della diocesi di Roma, apertosi con un lungo e toccante applauso, è stato scandito da intensi momenti di profonda commozione e gratitudine. Ascoltiamo alcuni sacerdoti intervistati da Paolo Ondarza:
R. – Ci affidiamo alla preghiera perché davvero questa scelta pesante, che ha segnato la storia, possa essere accompagnata dalla preghiera della Chiesa.
R. – E’ stato un momento molto importante. Il Papa è una persona autentica che ci ha donato il suo cuore.
R. – L’impressione è stata bellissima e penso che sia stato un momento importante anche per lui, questo congedo dal suo clero romano.
R. – Vuole bene alla Chiesa e quindi il fatto stesso che lasci il ministero, ci rattrista.
R. – E’ stato commovente, è un papà che lascia. C’è tanta tristezza, tanto rimpianto e tanta preghiera per lui.
R. – Sentendolo e vedendolo sereno, rasserena un po’ anche noi sulla sua decisione. Si vede che è la decisione di un pastore della Chiesa, di un uomo di fede. Poi, è stato bello il momento in cui ha detto che lui si ritirerà nel silenzio a pregare per noi. Non è indifferente sapere che un uomo di fede come lui continua a pregare per il suo successore e per la sua diocesi.
R. – Il suo discorso a braccio l’ho interpretato come un testamento: ritornare alle fonti più importanti di questi ultimi anni, cioè il Concilio, non letto banalmente, non letto attraverso le riduzioni o i mass media…
D. – Ma un sacerdote come vive la scelta del Papa?
R. – All’inizio con grande emozione, sorpresa, ma poi con grande rispetto. Penso che abbia indicato a tutti noi la strada e il luogo delle decisioni, cioè la preghiera e il silenzio, ho sentito il dovere di un profondo rispetto per il suo cuore.
R. – E’ una scelta personale di una libertà di coscienza che posso soltanto affidare a Dio e ringraziare per la figura di Benedetto XVI.
R. – Nessuno di noi è Cristo, solo Gesù è il Cristo. Questo appare chiaro dalla assoluta libertà con cui il Papa ci ha parlato con la frase finale “Gesù vince”. E’ una scelta che mi è sembrata bella: ha focalizzato l’importanza sul ministero petrino, più che sulla persona. E’ un atto di grande umiltà.
R. – Ho provato sorpresa, imbarazzo, ammirazione e riconoscimento per la sua correttezza e per la sua integrità.
R. – All’inizio l’emozione prevalente è stata lo sconcerto, poi però vederlo anche oggi con la sua serenità, con la sua fede, rimettere tutto nelle mani di Dio, ci dà la fede e anche la serenità di poter accogliere la volontà di Dio e gli eventi che accadono. Abbiamo visto il Santo Padre che ha vissuto nella fede anche questa decisione, come del resto ha vissuto nella fede tutti questi anni di pontificato e tutte le difficoltà che ci sono state e che abbiamo conosciuto. Non solo il Santo Padre, ma gran parte dei cristiani vive nella fede questi eventi.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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Nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri, Benedetto XVI ha ricordato che le divisioni nel corpo ecclesiale deturpano il volto della Chiesa. Il Papa ha invitato a vivere la Quaresima in una più intensa comunione ecclesiale, superando individualismi e rivalità. Sono parole particolarmente significative in questi ultimi giorni di Pontificato, come commenta il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, al microfono di Fabio Colagrande:
R. – Sicuramente, in questo contesto, hanno un significato particolare, perché tutta la società registra delle sofferenze, delle difficoltà. In questa luce, io direi che le parole del Papa sono certamente un grande monito da raccogliere, in primo luogo e soprattutto da parte della comunità ecclesiale. Devo anche dire che esse sono un po’ nel cuore stesso del messaggio della Quaresima. Erano da pronunciare in qualsiasi Quaresima possibile di questi anni, perché fanno parte proprio della scelta fondamentale che la comunità ecclesiale deve fare di un’auto purificazione.
D. – Eminenza, lei si trovava nella Sala del Concistoro, quando il Papa ha annunciato la sua rinuncia in latino. Qual è stato il suo stato d’animo?
R. – La sorpresa, evidentemente, l’hanno dichiarata tutti accanto alla sorpresa. Devo dire che ho sentito soprattutto l’ammirazione, perché il Papa ha manifestato la grandezza della missione petrina, proprio dichiarando che la sua fragilità fisica rendeva questo servizio più arduo. Ecco, in questa luce, penso che sia da ammirare, perché ha fatto, in un certo senso, un atto teologico: ha dimostrato in maniera incisiva che cosa sia veramente il ministero petrino, proprio nel momento in cui dichiarava che non era più in grado fisicamente di poterlo continuare.
D. – All’udienza generale del 13 febbraio, il Papa ha detto di aver compiuto questo gesto di grande gravità per il bene della Chiesa…
R. – Il fatto che proprio il ministero sia un ministero e questa parola che noi usiamo, che ormai è stata trasfigurata in senso anche negativo dalla tradizione politica, questa parola ha nel suo cuore il “minus”, cioè l’essere al servizio di, l’essere meno, non l’essere dominatori. Una persona che è imperiale e che esercita questo potere, lo può tenere in mano esclusivamente come suo possesso. Quando, invece, è un atto di ministero bisogna essere capaci anche di diventare “minus”, cioè di sottrarsi per lasciare più spazio a chi riesce a compierlo in maniera più piena.
D. – Lei si accinge a predicare gli esercizi spirituali quaresimali per il Papa e per la Curia, proprio per scelta di Benedetto XVI. In questa contingenza particolare con che stato d’animo si prepara a questo compito?
R. – Devo dire che l’emozione è superata almeno da due ragioni: la prima è perché il Papa stesso ha confermato questi esercizi, volendoli quasi come una sorta di oasi serena, dopo questa bufera mediatica, che è avvenuta in seguito alla sua scelta. Da questo punto di vista, allora, sarà un momento di serenità. Dall’altra parte, gli esercizi sono sempre un’esperienza di famiglia, perché non sono presenti solo i miei colleghi, ma anche persone che fanno parte della vita quotidiana della Curia Romana, quindi della vita quotidiana del Papa. E’ un mondo interno che ha una funzione importante nell’interno della Chiesa e che si trova in un momento di silenzio, di riflessione. Forse mai come in questo momento anche la nostra comunità, di coloro che sono più vicini al Papa nella collaborazione, hanno bisogno di avere questo spazio assoluto, bianco direi, in cui si è soli con la propria coscienza e con Dio.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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La rinuncia al ministero petrino di Benedetto XVI ha avuto grande eco in tutto il mondo, specialmente in America Latina, continente dove la presenza della Chiesa cattolica è molto forte. Il presidente della Conferenza episcopale della Colombia e arcivescovo di Bogotà, cardinale Rubén Salazar Gómez ha sottolineato l’immensa eredità che lascia il Papa, così come le sue catechesi e le sue omelie che invitano all’incontro personale con Cristo. L’arcivescovo di Panama, mons. Ulloa Mendieta, ha affermato che lo ricorderà sempre nelle sue preghiere. L’arcivescovo di Santo Domingo e Primate d’America, il cardinale Nicolás de Jesus López Rodríguez parla di “un testimone ammirevole di sincerità, libertà e coraggio”. Ringrazia il Signore che ha donato all’umanità il Santo Padre anche la Conferenza episcopale del Nicaragua, che ha dato il via a 40 giorni di preghiera in comunione con tutti i fedeli del Paese e con l’arcivescovo metropolitano di Managua, mons. Leopoldo José Brenes. In un comunicato, il segretariato della Conferenza episcopale cubana ricorda il recente viaggio di Benedetto XVI, “pellegrino della carità”, nell’isola. L’arcivescovo di Caracas, il cardinale Urosa Savino, ha espresso una grande ammirazione nei confronti del Papa per questo gesto di “profondo amore verso la Chiesa” e ha ripercorso i momenti salienti del suo Pontificato: la promozione della dignità umana e della vita contro aborto ed eutanasia; la difesa della famiglia fondata sul matrimonio; le iniziative pastorali quali l’Anno Paolino, l’Anno sacerdotale e l’Anno della fede in corso, ma anche i vari Sinodi, la promozione del dialogo ecumenico e interreligioso, e la promozione della nuova evangelizzazione. La chiarezza e la sapienza del Papa, “umile servitore nella vigna del Signore”, è rimarcata anche dai vescovi boliviani, mentre sulla fermezza della sua fede e sul profondo amore per la Verità che ha sempre mostrato si sono soffermati i presuli del Guatemala. I vescovi cileni lo ringraziano per la sua speciale vicinanza in momenti particolarmente difficili vissuti dalla Chiesa locale.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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La comunità cristiana dell’India esprimerà la sua gratitudine al Santo Padre con una giornata a lui dedicata, il prossimo 22 febbraio. Come riporta AsiaNews, l’iniziativa è stata promossa dal cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana. Il giorno dell’evento, alle ore 18.30, ogni istituto cristiano, casa generalizia, convento e monastero dedicherà un’ora di adorazione eucaristica e di preghiera per Benedetto XVI. Negli otto anni di pontificato, il Santo Padre ha più volte affrontato temi che riguardano l’India e, più in generale, l’Asia. Per esempio, le encicliche “Deus Caritas Est”, “Spe Salvi” e “Caritas in Veritate” individuano alcune delle sfide più importanti del continente. “Oltre al dialogo tra le culture, con i poveri e con le religioni – spiega il porporato, che è anche segretario generale della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc) – Benedetto XVI sottolinea il bisogno di attuare la dottrina sociale della Chiesa alle realtà di oggi: economia, globalizzazione, divario tra ricchi e poveri, ecologia e fondamentalismo”. In questo modo, rimarca, ”lo sviluppo è al centro delle azioni umane e globalizzazione e progresso possono servire l’umanità”. Non sono solo i documenti a manifestare l’interesse del Papa verso il mondo asiatico. Come ha rilevato il cardinale Gracias, in Asia si trova la più grande comunità islamica del mondo: “I ripetuti tentativi di Benedetto XVI di comunicare con i musulmani – ha aggiunto – hanno rappresentato una sfida davvero importante. Con chiarezza intellettuale e brillantezza accademica, egli ha creato le basi per comprendere le reciproche differenze e invocare un fronte unito contro la secolarizzazione”. Secondo il porporato, le ultime due Giornate mondiali per la pace sono state fondamentali in questa direzione. Nel 2011, il Pontefice ha affermato che, “dove è presente, la libertà religiosa è un’autentica arma di pace che può cambiare il mondo e renderlo migliore.” Nel 2012, Benedetto XVI ha sottolineato che “la pace non è la semplice assenza di guerra”, ma, soprattutto, ribadisce il cardinale indiano, “è esperienza universale di giustizia e amore, che si confronta con i mali personali e strutturali dell’avidità, la disuguaglianza e la violenza”.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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Analisi del professor Norberto González Gaitano, docente presso la Santa Croce
Roma, 14 Febbraio 2013
Le dimissioni di Benedetto XVI dalla sua funzione di Vescovo di Roma e Successore di San Pietro hanno aperto nell’opinione pubblica un prevedibile dibattito sul significato di questa scelta e sul senso che lo stesso Pontefice le ha attribuito. Alcuni professori dell’Università della Santa Croce hanno risposto a sottintese domande che i cristiani e l’opinione pubblica si sono poste in questi giorni. Riprendiamo di seguito la reazione del professor Norberto González Gaitano, docente di Opinione Pubblica presso la PUSC.
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Di fronte alla decisione in coscienza, meditata e sofferta di un uomo – anche se Papa – non c’è altra reazione che quella di manifestare rispetto, profondo rispetto. E in questa reazione l’opinione pubblica mondiale è stata unanime: leaders religiosi, capi di Stato, presidenti di Governo e gente comune. Questa forma di giudizio la si può racchiudere con il classico aforisma “vox populi, vox Dei”.
Qualunque altro giudizio, se vuole essere ragionevole, non può che vertere sugli effetti, calcolati o imprevedibili, dell’azione compiuta, e non sulla persona o sull’azione in sé. Pertanto, il giudizio è necessariamente storico, formulato da una prospettiva temporale, e quindi soggetto esso stesso a cambiamenti. Lasciamo questo giudizio agli storici.
Tuttavia, l’opinione pubblica non può attendere il giudizio degli storici per formarsi. E su questo avvenimento in corso si sta effettivamente già formando. In merito a questo tipo di giudizio, ancora più contingente di quello degli storici, mi azzardo a formulare alcune considerazioni dal punto di vista di chi si occupa da diversi anni della ricerca sull’opinione pubblica e la Chiesa.
1. Un’analisi, necessariamente provvisoria, dell’opinione pubblica internazionale così come traspare dai mezzi di comunicazione, è chiaramente molto positiva, anche tra i non cristiani. Già il solo fatto che si presti un’attenzione globale così rilevante – ad eccezione della Cina per ovvie ragioni di censura – alla rinuncia del “capo di una delle religioni” dimostra che, in qualche modo, l’opinione pubblica percepisce la singolaritàdella Chiesa Cattolica e dell’uomo che la governa, le cui pretese sono diverse dalle altre religioni. Queste pretese, potranno essere accettate o meno, a seconda che si abbia fede oppure no, ma sono comunque percepite come tali. Non si riserva una simile attenzione alla rinuncia di nessun altro leader religioso. Evidentemente, ci sono altri fattori: numero di seguaci, storici, ecc. Ma da soli non spiegano questo interesse.
2. Negli ambienti cattolici, all’interno della Chiesa, insieme ad una esplicita adesione a Benedetto XVI e ad un’accettazione della sua decisione, trovo domande e a volte perplessità. Una decisione come questa, cambia il ruolo del Papa nella Chiesa? Sarà di beneficio o pregiudizievole per il futuro della Chiesa? Condiziona le decisioni dei suoi successori, e in che modo? Queste sono domande che hanno a che fare con l’opinione pubblica nella Chiesa. Su questo piano, quello della formulazione e della formazione dell’opinione pubblica nella Chiesa, avanzo alcuni argomenti:
a) A livello di fede (a livello del dogma, dei contenuti essenziali della fede), l’opinione pubblica non ha un ruolo discorsivo. Si è dentro o fuori della comunione della fede. Il Credo non dice nulla delle dimissioni del Vicario di Cristo. Però l’opinione pubblica si manifesta anche su questo piano come sensus fidelium, che non giudica la decisione del Papa ma che prega. Infatti, si sta manifestando come plebiscito di preghiera per la Chiesa, per il Papa e per il suo successore. Basta navigare in Internet per “ascoltare” questo clamore.
b) A livello pratico, della comunione di vita – la Chiesa non è una comunità democratica, però si che è una comunione – l’eventuale dimissione di un Papa spetta soltanto a lui, ponendosi davanti a Dio e alla sua coscienza. Però lui, come gli altri fedeli, deve dare conto in qualche modo alla comunione dei fedeli (accountability), dato che non è un potere dispotico. E ciò è precisamente quello che ha fatto Benedetto XVI, dando conto della sua scelta direttamente al Concistoro di Cardinali che lo assistono nel suo governo, in rappresentanza di tutta la Chiesa. E così a tutti i fedeli e all’opinione pubblica in generale.
c) Sul piano contingente, regna la libertà, con argomenti, ragionevoli oppure no, con migliore o peggiore fondamento. In questo ambito, le discussioni sono aperte e necessarie. Nel futuro, i Papi e i Cardinali, i canonisti e i teologi,… e in qualche modo tutti i fedeli, dovranno pensare a come governare la Chiesa in maniera chiara e trasparente quando il Papa è impedito, si dimetta o no. L’azione di Benedetto XVI rappresenta una lezione di comunicazione anche in questo ambito: liberare ciò che è contingente con decisioni contingenti. Solo i santi hanno questa libertà di spirito, perché a loro importa il giudizio di Dio, e non quello della storia, come fece Giovanni Paolo II quando decise di continuare fino alla morte.
(Articolo tratto dal sito della Pontificia Università della Santa Croce)
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La “Campagna di Fraternità” che è iniziata ieri in Brasile è volutamente collegata, quest’anno, alla prossima Gmg che si terrà a luglio a Rio de Janeiro. Nel messaggio per la Campagna, Benedetto XVI esorta la Chiesa ad aver fiducia nei giovani e chiede agli adulti di essere per loro testimonianza della salvezza portata da Cristo. Anche le comunità cattoliche del Brasile sono vicine in questi giorni al Papa con la preghiera e l’affetto. Al microfono del collega Silvonei Protz sentiamo come l’arcivescovo di San Paolo, cardinale Odilo Pedro Scherer, ha accolto l’annuncio delle dimissioni del Papa:
R. – Anzitutto, da una parte, un sentimento di stupore, di sorpresa perché la gente non se l’aspettava e, dall’altra, un sentimento di ammirazione, di vera ammirazione, per il Santo Padre che ha avuto il coraggio di decidere dinanzi alla propria condizione di salute, di anzianità, di fragilità, per il bene della Chiesa: cioè, un atteggiamento veramente di distacco del Santo Padre nei confronti di tutto quello che potrebbe significare umanamente, in termini di onore, etc., la condizione di Pontefice. Lui rinuncia a tutto questo per il bene della Chiesa, perché la Chiesa sia servita bene. E’ questo che traspare.
D. – Possiamo dire che il popolo brasiliano è rimasto un po’ triste?
R. – Triste, forse, un po’ sconvolto, sì. C’è un sentimento di vuoto ed è normale perché per tutti i cattolici, e non solo, il Santo Padre rappresenta qualcuno di importante, un riferimento per la Chiesa, per la fede, e Benedetto XVI si è fatto voler bene per la sua grandezza d’animo, la sua intelligenza, la sua fede, la sua umiltà, la sua semplicità, e per il suo servizio e il suo amore alla Chiesa, per la quale ha sofferto tanto. Quindi, quando il Santo Padre annuncia di rinunciare, per la gente, in un momento, è come se scomparisse un punto di riferimento importante. Certo che questo cambia immediatamente quando la gente si rende conto che la Chiesa va avanti. La gente si mette a pregare, a ringraziare Dio per il Santo Padre, a comprendere il suo gesto, ad ammirare il suo gesto.
D. – Oggi inizia in Brasile la tradizionale Campagna di fraternità. Questa volta c’è come tema centrale la gioventù ricordando che il prossimo mese di luglio avremmo anche la Giornata mondiale della gioventù in Brasile, a Rio de Janeiro…
R. – Fraternità e gioventù è il collegamento con l’incontro mondiale dei giovani, è inevitabile ed è anche voluto. Il mondo degli adulti, la Chiesa, la società, dovrebbero chiedersi: quali sono i nostri atteggiamenti dinanzi alla gioventù? Siamo davvero impegnati per il bene della gioventù? Impegnati per il bene della gioventù vuol dire per il bene dell’umanità. Cosa offriamo oggi ai giovani? Come li prepariamo per il domani? Quali orizzonti diamo loro per la loro vita, il loro futuro? Quali basi diamo loro per costruire una vita: basi salde, sicure, vere? La campagna di fraternità sui giovani interroga tutta la Chiesa e la società.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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“Benedetto XVI ha sempre messo al primo posto Cristo piuttosto che il suo ministero e la sua persona”: è ciò che riconosce il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi secondo cui anche con questo gesto straordinario il Papa continua nella sua missione di “confermare i fratelli nella fede”. Il pensiero di Enzo Bianchi al microfono di Antonella Palermo:
R. – Certamente ho accolto la notizia con trepidazione data la novità di queste improvvise dimissioni, ma allo stesso tempo – per la conoscenza che ho di Benedetto XVI – mi ha fatto capire che è un gesto coerente con la sua persona, con il suo ministero, con la parola che aveva scritto, dicendo che era disponibile, che era giusto che un Papa, in certe condizioni, lasciasse il ministero petrino. Quindi, devo dire che l’ho accolto con uno spirito di obbedienza: ma non un’obbedienza obbligata, ma un’obbedienza stupita, cordiale. In fondo, è più che mai successore di Pietro anche in quest’atto, perché decentra se stesso rispetto al ministero che lui ha. Questo decentramento Benedetto XVI lo ha sempre mostrato: ha sempre indicato Gesù Cristo più che lui, più che il suo ministero. In questo momento, mi sembra che sia davvero importante agli occhi di tutta la Chiesa, vedere l’umiltà del Papa, il suo amore per la Chiesa, fino a rinunciare a quello che per molti è semplicemente un posto di potere, un posto di grande rilievo nella storia del mondo. Per lui, è semplicemente la risposta a una vocazione del Signore e, finché ha potuto, questa vocazione l’ha assecondata. Adesso che non sente più le forze, rimette tutto in mano alla Chiesa. E’ un gesto esemplare, straordinario: dovrebbe essere di insegnamento per tutti, per tutti.
D. – Dunque, la figura del Pontefice, del Successore di Pietro che guida la barca dei fedeli, non è indebolita ma forse è rafforzata?
R. – Per me è rafforzata, perché – ripeto – emerge sempre di più che non è tanto la persona del Papa – come pure non è tanto la persona di un vescovo, come non è tanto la persona di un priore nella vita monastica – ma è importante che il ministero, quello che a cui siamo chiamati, resti. Che il ministero sia svolto sempre con la grazia di Dio, ma anche con sufficienti forze umane.
D. – Possiamo considerare questo un gesto di sacrificio?
R. – Sì di sacrificio, di chi ama di più la Chiesa che se stesso.
D. – Che effetto le ha fatto ascoltare Benedetto XVI chiedere perdono per tutti i suoi difetti?
R. – Questo il Papa l’ha sempre fatto. Devo dire che Benedetto XVI è sempre stato umile: non ha mai sacralizzato la sua persona, come se potesse essere impeccabile. L’ha scritto prima, molte volte, a riguardo del ministero del Papa e alla persona del Papa.
D. – Questo gesto cade nell’Anno della Fede…
R. – E penso che aiuterà la fede. In qualche misura, oso dire che come Gesù ha detto a Pietro: “E tu conferma nella fede i tuoi fratelli”, anche con questo gesto, lui ci conferma nella fede. Il ministero di Pietro è essenziale alla Chiesa, ma chi ha questo ministero può benissimo anche lasciare il posto al Signore affinchè ponga altri.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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Sono “dialogo e cooperazione” i due agenti del cambiamento capaci di rispondere alla necessità di un nuovo umanesimo. Questo è il messaggio finale del Convegno “Quale futuro per l’umanità smarrita? Verso un nuovo umanesimo”, promosso dall’Associazione culturale Greenaccord Onlus, che si è svolto in questi giorni a Roma. Tra i relatori dell’incontro, il sociologo Zygmunt Bauman e il filosofo Aldo Masullo. Grande attenzione è stata rivolta anche alle dimissioni di Benedetto XVI. Il servizio di Marina Tomarro:
“Quello di Benedetto XVI è stato un gesto profondamente umano e coraggioso che merita grande rispetto”. Così il sociologo e filosofo, Zygmunt Bauman, ha commentato l’annuncio delle dimissioni del Papa, nel convegno sul tema “Verso un nuovo umanesimo”. “Questo gesto – ha continuato il filosofo polacco – cambierà la vita della Chiesa per sempre.”
Tornando ai temi dell’incontro, ha poi spiegato che nell’umanità ci sia poca speranza; e l’aumento dei consumi è considerato come unico modo per cercare la felicità e liberarsi dei conflitti sociali e politici. Ma le dimissioni del Santo Padre, possono aver contribuito ad accentuare questo senso di smarrimento? Ascoltiamo Vittorio Alberti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace:
“Sicuramente, la decisione epocale del Santo Padre, della quale ancora non si comprende la vastità per quanto importante, ci pone un interrogativo cruciale: la speranza che senso ha nel tempo attuale? In questo senso, ha un fondamento profondamente umanistico, oltre che umano. Non è semplicemente una persona che non ce la fa più. C’è qualcosa di molto più grande, che dà anche lo spessore della persona, e c’è qualcosa anche di molto grande sul piano storico, della gestione cioè del governo dell’istituzione ecclesiastica. In questo senso, la speranza diventa più matura: passando noi attraverso il fardello della storia, della vita e della sofferenza, comprendiamo meglio il senso di una possibile speranza”.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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La notizia della rinuncia del Papa ha avuto particolare risonanza nell’ambito delle istituzioni europee. Fausta Speranza ha intervistato mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa:
R. – Joseph Ratzinger quando è stato eletto alla Cattedra di Pietro ha scelto il nome di Benedetto. E’ chiaro, quindi, il riferimento al compatrono d’Europa, è chiaro il riferimento al patriarca del monachesimo occidentale. Così ha detto tutto il suo interesse per la questione della diffusione del cristianesimo nel nostro continente e per le radici cristiane irrinunciabili per il presente e per il futuro delle nostre terre. Credo, soprattutto, che il Papa stia accompagnando la ricerca dell’uomo europeo: una ricerca certamente difficile, una ricerca inquieta. Si può citare il compagno di viaggio di Papa Benedetto XVI, che è Sant’Agostino. Si può dire che l’Europa ha un cuore inquieto e che il Papa conosce le domande dell’uomo europeo, le accompagna e soprattutto vuole indicarne la meta. La meta è l’incontro personale con Gesù di Nazareth, con la persona di Gesù di Nazareth.
D. – L’Europa è in crisi: crisi economica, crisi di valori, crisi anche di gestione politica. Papa Benedetto XVI più volte aveva messo in allarme su alcuni meccanismi dell’economia, che non erano per servire davvero la persona, l’uomo. E poi c’è tutto il valore spirituale del suo insegnamento. Che dire di questo?
R. – Forse, molto prima di altri, il Papa ha saputo indicare il cuore della crisi dell’Europa. Noi sappiamo di essere davanti ad una crisi che è quasi sistemica e rimanda a problemi di pensiero, a problemi culturali. Il Papa ha individuato un cuore della crisi, dove ci sarebbe il rischio per l’Europa di uscire addirittura di scena, dal gioco planetario, economico e soprattutto culturale nel fatto che l’Europa rischia di perdere la sua identità. Quindi ha focalizzato il problema nell’identità europea. Questa identità che, secondo Benedetto XVI, starebbe nell’incontro avvenuto nella storia dell’Europa tra la ragione scientifica, la ragione filosofica, la ragione giuridica e la ragione contenuta nel cristianesimo. Il fatto che la modernità progressivamente abbia separato le due ragioni, che l’Europa rischi di scegliere solo una ragione di tipo astratto prescindendo dalla ragione del cristianesimo, questo sarebbe il suo rischio, sarebbe il suo pericolo.
D. – Lei, mons. Giordano, è osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa e si trova a Strasburgo, dove c’è anche il Palamento europeo, quindi altre istituzioni europee. Ci può dire qualcosa della risposta che c’è stata all’annuncio di Benedetto XVI di questa scelta così difficile, ma così forte per il bene della Chiesa?
R. – Le parole che io ho sentito nell’ambito delle istituzioni europee sono: “coraggio”, “responsabilità”, “generosità, “umiltà” e anche, in particolare, “libertà”, legata forse al termine dell’umiltà. In genere c’è stata una grande emozione, accompagnata anche da sofferenza e ammirazione, direi quasi unanime, per la coerenza di questa scelta. Mi sembra sia emersa anche un’espressione di gratitudine, in molte persone. Forse più profondamente qualcuno si è anche interrogato se questa scelta del Papa non ci obblighi ad un profondo esame di coscienza sia all’interno della Chiesa ma anche come Paesi europei; se sia una scelta storica che ci mette davanti alla domanda “dove vogliamo andare?”. Ci si chiede se Benedetto XVI voglia soprattutto dirci che noi siamo in una storia che, se vuole avere un futuro, deve, da una parte, radicarsi nella sua tradizione. A me piace molto che il Papa insista molto sul fatto che noi siamo dei “preceduti”, che altri ci hanno preceduti e che veniamo da una tradizione, veniamo da una storia. In questa grande onda storica in cui ci inseriamo, noi abbiamo gli elementi per interrogarci su quali contributi l’Europa può dare al futuro, recuperando una fedeltà per la nostra vocazione, recuperando una fedeltà per la ricchezza che l’Europa ha maturato nei secoli.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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Benedetto XVI ha annunciato a sorpresa ieri mattina al Collegio cardinalizio la rinuncia al ministero petrino a partire dalle 20 del prossimo 28 febbraio, data e ora dalle quali la Santa Sede sarà considerata “vacante” e potrà essere convocato il nuovo Conclave. La notizia, che ha immediatamente fatto il giro dei media mondiali, è stata comunicata dal Papa durante il Concistoro ordinario pubblico delle ore 11, nel quale dovevano essere trattate le Cause di canonizzazione di un gruppo di martiri e di due religiose. Tra i motivi principali della scelta di Benedetto XVI la constatazione che le sue “forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. Il servizio di Alessandro De Carolis:
“Decisionem magni momenti pro Ecclesiae vitae…”
“Una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”. È la semplice, dirompente introduzione destinata a passare alla storia di questo Pontificato e dei venti secoli che lo hanno preceduto. Davanti ai suoi confratelli del Collegio cardinalizio, Benedetto XVI è diretto: il Concistoro riguardava tre Canonizzazioni ma il motivo della riunione è ben altro e il Papa spiega senza preamboli i motivi che lo hanno spinto a un passo che conta rarissimi precedenti in duemila anni.
“Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata…”
“Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza – afferma con voce chiaramente emozionata Benedetto XVI – che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”. Tuttavia, riconosce con franchezza, “nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.
Un’affermazione netta, che segna uno spartiacque nella cronologia del Pontificato iniziato poco meno di otto anni fa. “Ben consapevole della gravità di questo atto – asserisce Benedetto XVI – con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”.
Le ultime parole di questa comunicazione sono di gratitudine per i primi collaboratori che lo hanno circondato e sostenuto in questi anni, i cardinali. “Carissimi Fratelli – dice loro il Papa – vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora – prosegue – affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua Santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda – soggiunge – anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”.
Al termine di queste parole di Benedetto XVI, nella comprensibile sorpresa di quegli istanti, è stato il decano del Collegio delle porpore, il cardinale Angelo Sodano, a esprimere a nome di tutti un saluto carico di affetto al Papa:
“Santità, amato e venerato successore di Pietro, come un fulmine a ciel sereno, ha risuonato in quest’aula il suo commosso messaggio. L’abbiamo ascoltato con senso di smarrimento, quasi del tutto increduli. Nelle sue parole abbiamo notato il grande affetto che sempre Ella ha portato per la Santa Chiesa di Dio, per questa Chiesa che tanto Ella ha amato. Ora permetta a me di dirle a nome di questo cenacolo apostolico, il collegio cardinalizio, a nome di questi suoi cari collaboratori, permetta che le dica che le siamo più che mai vicini, come lo siamo stati in questi luminosi 8 anni del suo pontificato. Il 19 aprile del 2005, se ben ricordo, al temine del Conclave, io le chiesi, con voce anche trepida da parte mia, ‘Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?’, ed Ella non tardò, pur con trepidazione, a rispondere dicendo di accettare confidando nella grazia del Signore e nella materna intercessione di Maria, Madre della Chiesa. Come Maria, quel giorno Ella ha detto il suo “Si” ed ha iniziato il suo luminoso pontificato nel solco della continuità, di quella continuità di cui Ella tanto ci ha parlato nella storia della Chiesa, nel solco della continuità coi suoi 265 predecessori sulla cattedra di Pietro, nel corso di duemila anni di storia, dall’apostolo Pietro, l’umile pescatore di Galilea, fino ai grandi papi del secolo scorso, da San Pio X al beato Giovanni Paolo II. Santo Padre, prima del 28 febbraio, come lei ha detto, giorno in cui desidera mettere la parola fine a questo suo servizio pontificale fatto con tanto amore, con tanta umiltà, prima del 28 febbraio, avremo modo di esprimerle meglio i nostri sentimenti. Così faranno tanti pastori e fedeli sparsi per il mondo, così faranno tanti uomini di buona volontà, insieme alle autorità di tanti Paesi. Poi ancora in questo mese avremo la gioia di sentire la sua voce di pastore, già mercoledì nella giornata delle Ceneri, poi giovedì col clero di Roma, negli Angelus di queste domeniche, nelle udienze del mercoledì. Ci saranno quindi tante occasioni ancora di sentire la sua voce paterna. La sua missione però continuerà. Ella ha detto che ci sarà sempre vicino con la sua testimonianza e con la sua preghiera. Certo, le stelle nel cielo continuano sempre a brillare e così brillerà sempre in mezzo a noi la stella del suo pontificato. Le siamo vicini, Padre Santo, e ci benedica”.
Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana
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