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Archivi per 'octava dies'

Postado em 18-02-2013

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Lo sguardo di Pietro su Gesù, il suo stupore, l’entusiasmo, il dolore di chi rinnega, il dubbio e infine la gioia della fede, sono protagonisti della mostra dell’Anno della Fede, “Il cammino di Pietro” inaugurata questa settimana a Castel Sant’Angelo dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone.
Quaranta opere da Oriente e Occidente, eseguite tra il quarto e il ventesimo secolo, disegnano un percorso che ci comunica “una forza interiore” la fede, che è dono di Dio, ha detto il cardinal Bertone. Quando non ci sentiamo all’altezza, ha aggiunto, “Pietro ci ricorda che dobbiamo avere una forza ancora maggiore: quella di lasciarci guarire e raggiungere dalla misericordia”.
Ecco perché Pietro, il primo degli apostoli, è la figura ideale per ricordarci “cosa un uomo può fare per Dio e cosa Dio sa fare di un uomo”. Di Pietro ci parla l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova evangelizzazione, che ha voluto la mostra…

Arciv. RINO FISICHELLA-Pres. Pont. Cons. Prom. Nuova Evangelizzazione
E’ colui che cerca, cerca il senso di una vita… lo trova, perché trova Gesù. Lo segue, perché si sente chiamato, e poi nella sua debolezza anche lo tradisce, che è un esperienza molto comune, purtroppo, anche agli uomini del nostro tempo. Però è anche un uomo che ama, e proprio perché ama, è capace di dare la sua vita. E’ preso da un grande entusiasmo, e tutto questo si raccoglie poi in una parola: ha incontrato Gesù e ha avuto fede in lui.

Il percorso della mostra divide in 8 momenti l’esperienza di fede di Pietro, dall’incontro con Gesù e la pesca miracolosa alla somiglianza con il maestro nel martirio, passando per lo stupore del mandato di Cristo e la crisi del rinnegarlo, splendidamente espressa dal Guercino. Monsignor Angelo Zanello, presidente del Comitato San Floriano che ha coprodotto la mostra con la Soprintendenza di Roma.

Mons. ANGELO ZANELLO-Pres. Comitato San Floriano, Illegio
Prima di tutto c’è l’iniziativa di Dio e la chiamata. E’ da questo momento che inizia questo percorso straordinario che ha momenti di esaltazione, di adesione piena, momenti di prova, momenti di tentazione, (…) perché ci sono le difficoltà del credere, che poi si risolvono, nell’esperienza di Pietro, in un grande e rinnovato incontro con il Salvatore. Questo cammino poi lo porterà in un itinerario di santità e di conformazione al suo maestro, fino a farsi dono, lui pure, nella crocifissione, del suo sangue e della sua vita a colui al quale aveva promesso, fin dal primo momento, io sarò accanto a te.

Non solo dipinti, icone, sculture e incisioni, ma anche il film “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini sono attori di questo cammino per crescere nella fede che è una provocazione anche per chi, lontano dalla fede, cerca un risposta alla domanda di senso che la vita pone. Ancora monsignor Fisichella.

Arciv. RINO FISICHELLA-Pres. Pont. Cons. Prom. Nuova Evangelizzazione
Oggi probabilmente Dio non è conosciuto, e l’arte può essere un veicolo per noi molto significativo in questa opera di nuova evangelizzazione, per far esprimere quel desiderio di Dio che è presente in ogni persona. Sono convinto che l’arte, la musica, le diverse espressioni della bellezza possono aiutare a far emergere questa esigenza che è nel profondo di ogni persona.

Nel percorso dell’esposizione è possibile ammirare, nella sala della Resistenza, la terza tappa del cammino di Pietro, la cattura di Cristo ed episodio di Malco di Dirck van Baburen. Nella sala successiva, quella della “crisi e rinascita”, spicca l’alba più bella della storia dell’arte, quella di Eugene Burnand, la corsa di Pietro e Giovanni al sepolco vuoto, la mattina della Resurrezione di Gesù. E ancora, nella sala dell’”Abbandono in Dio” Pietro che medita in carcere e l’inedita liberazione di Pietro dal carcere, dipinta da Luca Giordano nel 1663 e concessa da una galleria privata di Londra. Ce la presenta monsignor Zanello.

Mons. ANGELO ZANELLO-Pres. Comitato San Floriano, Illegio
In quest’opera, lo straordinario è dato da questa vigoria di questo angelo che appare a Pietro. E’ un racconto che in questo caso è rivolto a coloro che attendono una liberazione, e in Pietro liberato da questo possente angelo è presente l’annuncio che Cristo fa, sono venuto per liberare i prigionieri, e quindi è un annuncio di grande speranza, in questo inedito quadro di Luca Giordano.

Lo stesso episodio è descritto da Van Honthorst in quest’opera che esprime tutta la sorpresa di Pietro davanti all’angelo che irrompe nella tela con una luce obliqua, come in Caravaggio. Il sesto momento, la fraternità, è rappresentata da queste splendide icone russe: ecco Pietro e Paolo che sostengono la Chiesa. Nella sala della missione troviamo Paolo che incontra Pietro penitente, dipinto da Guido Reni, e infine, nell’ultima tappa, quella della somiglianza di Pietro al Maestro, la grandiosa pala di Marco Basaiti con “San Pietro in cattedra con quattro santi”, opera del primissimo rinascimento.

Di Alessandro Di Bussolo

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Postado em 07-02-2013

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Iniziamo oggi un viaggio affascinante, alla scoperta della Biblioteca Apostolica Vaticana, uno dei “gioielli della corona della Chiesa” insieme all’Archivio Segreto, che conserva la sua antica identità, ma anche il suo slancio per il futuro. Ci accoglie l’arcivescovo Jean-Louis Bruguès, scelto il 26 giugno del 2012 dal Papa come nuovo archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Guida quella che Benedetto XVI ha definito “un’accogliente casa di scienza, di cultura e di umanità” e che il fondatore, Papa Niccolò V, volle nel 1447 “per la comune utilità degli uomini di scienza”.

Arciv. JEAN-LOUIS BRUGUES-Archivista e Bibliotecario di SRC
La Chiesa ha questa chance: di essere l’istituzione più vecchia dell’umanità. Più vecchia degli stati e delle università. E dunque la sua memoria è una memoria naturalmente a disposizione della Chiesa per il suo lavoro e la sua pastorale, ma anche a disposizione dell’intera umanità.
Possiamo riassumere il compito della Biblioteca con tre verbi: conservare, curare e divulgare. Curare facendo appello alle tecniche più sofisticate: la chimica, al digitalizzazione. Conservare, cioè permettere alla Biblioteca di accogliere tutti i manoscritti utili per la Chiesa e l’umanità. Divulgare: la Biblioteca adesso è uno strumento straordinario a disposizione degli uomini di scienza.
La Biblioteca Vaticana viene riconosciuta dal mondo intero per il suo livello scientifico, tecnico e anche per la gentilezza del personale che lavora.

Come uno dei 150 studiosi che la frequentano ogni giorno, ci faremo guidare da alcuni dei 90 dipendenti della Biblioteca vaticana nelle sale di consultazione degli stampati, più di un milione e 600 volumi antichi e moderni, fra cui 9000 incunaboli, in quella dei preziosi manoscritti, che sono 80mila, e nel gabinetto delle stampe, 150mila con disegni e matrici. Scopriremo come lavorano il laboratorio fotografico, che archivia oggi anche in formato digitale copie degli originali, e quello di restauro, impegnato a salvare questo grande patrimonio dagli attacchi del tempo e di insetti e muffe. Ammireremo alcune delle 300mila monete e medaglie del medagliere e entreremo in luoghi inaccessibili anche agli studiosi, come il deposito dei manoscritti, da poco ristrutturato, e il centro elaborazione dati della Biblioteca.
Benedetto XVI, che qui è entrato, l’ultima volta, nel 2010, ha ricordato che questa casa “delle più alte parole umane”, apre le porte a studiosi di tutto il mondo, “senza distinzione di provenienza, religione e cultura”.

Arciv. JEAN-LOUIS BRUGUES-Archivista e Bibliotecario di SRC
Abbiamo ricevuto due mesi fa una ditta giapponese. Nessuno di loro è cristiano, ma loro hanno voluto aiutare la biblioteca, facendo digitalizzazione dei manoscritti, dicendo, “Il compito della Biblioteca è un compito umanistico, e quindi vale per tutta l’umanità. Non siamo cristiani, ma vogliamo aiutare questa impresa straordinaria a servizio dell’umanità”.

E la cultura riesce anche ad aprire strade prima bloccate, come quelle che portano in Cina. Il bibliotecario ci parla dell’incontro con l’Università di Pechino.

Noi abbiamo in Biblioteca 1200 manoscritti cinesi originali. E loro hanno chiesto il permesso di digitalizzare questi manoscritto per (…) portare in Cina la copia. Abbiamo immaginato una condizione: ho parlato di fare una mostra comune a Pechino tra la Cina comunista e la Santa Sede. La Santa Sede che finora non viene riconosciuta dal regime politico cinese. E loro hanno accettato questa proposta. Dunque abbiamo una dimensione umanistica riconosciuta in tutto il mondo e questo serve secondo me alla pastorale della Chiesa.

In questo viaggio a puntate, potremo capire le emozioni che ha provato Benedetto XVI nelle sue visite, lui che prima di essere eletto aveva sognato di diventare bibliotecario, e provano i fortunati studiosi che, a motivo delle loro ricerche, possono consultare gli antichi testi custoditi dalla biblioteca.

Abbiamo qui il papiro Bodmer VIII, la Lettera di San Pietro, fine del 3° secolo. L’abbiamo letto, l’abbiamo studiato, scrutato, e adesso lo possiamo toccare. E questo è un piacere straordinario, questo contatto immediato con la storia più lontana.

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Postado em 28-11-2012

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Infiammare i cuori con la Parola di Dio. In questo Anno della Fede, dedicato al tema della nuova evangelizzazione – al centro dell’ultimo Sinodo dei vescovi – molti movimenti ecclesiali si stanno muovendo su questa strada per suscitare in ogni cristiano una nuova Pentecoste. In Messico, in India e in Russia ci sono esperienze nate con lo scopo di evangelizzare attraverso piccole comunità, nel confronto con l’altro, cercando nuovi metodi per assolvere il mandato dato da Gesù: portare il Vangelo in tutto il mondo. Le scuole di evangelizzazione Sant’Andrea – fu Andrea che condusse Pietro a Gesù – sono ormai più di duemila in tutto il mondo. La prima nacque nel 1980 nella regione di Guerrero, in Messico, un nucleo di 43 persone si riunì per ascoltare 4 nuovi evangelizzatori, uno di loro era Josè Prado Flores:

JOSE’ PRADO FLORES-Fondatore delle Scuole di evangelizzazione Sant’Andrea
Io ero un cristiano normale, avevo studiato la Bibbia, la teologia, ma tutto era nel mio cervello, nella testa…un giorno lo Spirito Santo ha fatto bruciare il mio cuore con un incontro personale con Gesù risorto che ha cambiato la mia vita. Io sono diventato testimone.

Diventare prima di tutto testimoni e poi iniziare ad evangelizzare. Il compito delle scuole è quello di formare “evangelizzatori kerigmatici” che annunciano Gesù risorto. Quattro i passaggi decisivi che attivano un processo di moltiplicazione:

JOSE’ PRADO FLORES-Fondatore delle Scuole di evangelizzazione Sant’Andrea
Noi diciamo: scendere al Giordano che è un’esperienza dell’amore di Dio; salire al Cenacolo: esperienza della potenza dello Spirito; cadere a Damasco: un incontro personale con Gesù e infine camminare a Emmaus per bruciare il cuore con la parola di Dio. Sono le quattro ruote della macchina dell’evangelizzazione,se si può dire così, sono le quattro condizioni per diventare evangelizzatori.

“Dall’incontro con Cristo inizia tutto”: così Sunny Manoj leader del movimento “Jesus Youth”, che ad oggi conta circa 40mila giovani in oltre 30 Paesi asiatici e che mira prima ad un’esperienza personale con Gesù e poi ad una condivisione in piccole comunità. Un percorso che porta ad una forte formazione cristiana dentro la Chiesa indiana, che è in crescita: le chiese sono ancora piene di fedeli e aumentano le celebrazioni

SUNNY MANOI-Leader del movimento “Jesus Youth”
Una volta che hanno ricevuto una formazione è per noi prioritario inviarli a condividere questa esperienza e ad annunciare il Vangelo nel modo che è loro proprio. Certamente la parte più bella è forse quella di aiutarli a sviluppare attraverso il movimento una fede consapevole ed un impegno nei confronti di Gesù e della sua Chiesa.

E’ la cooperazione la parola chiave per i cristiani in Russia. Cattolici, ortodossi e protestanti sono impegnati in un primo annuncio e pertanto lavorano insieme sulla formazione dei credenti. Una testimonianza di unità reale senza dimenticare la propria identità. Al Sinodo Mikhail Fateev, direttore di produzione del canale “United Television” a San Pietroburgo, ha raccontato di incontri con i non credenti nelle più grandi librerie della città:

“Jesus Youth”-Direttore di produzione di “United Television”
Il primo incontro era sull’Inquisizione. Sono venute tante persone che facevano domande ed è stato anche divertente. Abbiamo realizzato dei fiammiferi con la scritta “I cattolici infiammano” e il ritratto del Papa che accende la candela pasquale: per dire che i cattolici non sono solo quelli che hanno alimentato il fuoco dell’Inquisizione ma che oggi infiammano i cuori con la loro fede e il loro entusiasmo.

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Postado em 21-11-2012

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Portare la solidarietà di Benedetto XVI e la sua vicinanza spirituale alla popolazione della Siria sconvolta dalla guerra civile e favorire il coordinamento tra le organizzazioni caritative cattoliche impegnate nell’assistenza. Per questo l’inviato del Papa, il cardinale guineiano Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, ha incontrato in Libano il presidente della Repubblica e i vescovi cattolici di Siria e Libano, insieme a rappresentanti delle chiese ortodosse. Giovedì 8 novembre ha visitato i campi profughi della valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, dove si sono accampati la maggior parte dei 100 mila profughi siriani che hanno raggiunto il paese dei Cedri. Si tratta spesso di campi ancora improvvisati, dove manca tutto, e l’inverno è ormai alle porte. Ecco la testimonianza del cardinal Sarah.

Card. ROBERT SARAH-Presidente del Pont. Cons. Cor Unum
Le necessità sono soprattutto la salute, l’educazione per i ragazzi, l’acqua, l’elettricità, e tanti bisogni, avere anche le tende che possono proteggere veramente dal freddo, dalla pioggia, e così via.
All’interno della Siria sono quasi 2 milioni che hanno lasciato la casa e sono fuori senza cibi, medicine e dunque una situazione molto drammatica all’interno, e fuori la Siria ci sono 420 mila rifugiati in Libano, Giordania, Iraq e Cipro. La Chiesa è impegnata ad accogliere queste persone che hanno dovuto lasciare il paese per la sicurezza (..) e i vescovi e le comunità cristiane fanno di tutto per accogliere, anche nelle famiglie. Noi vogliamo con l’aiuto del Santo Padre e dei padri sinodali, aiutare ad avere almeno il minimo nei campi, per poter vivere in modo umano.

Nel corso dell’incontro con 20 agenzie caritative cattoliche impegnate per l’emergenza in Libano, Siria, Giordania, Turchia ed Iraq, nella sede Caritas di Beirut, il cardinal Sarah ha consegnato il dono del Papa e dei padri sinodali dell’assemblea sulla Nuova evangelizzazione, di un milione di dollari. 700 mila dollari per la Caritas in Siria, dove resta la maggior parte degli sfollati e 300 mila per l’assistenza nei campi profughi dei paesi confinanti. Donne e bambini costituiscono il 75 per cento di chi ha dovuto lasciare la casa, e il 20 per cento ha meno di 4 anni. Una situazione drammatica che richiede un coordinamento degli interventi delle organizzazioni cattoliche, perché si teme che la guerra civile duri ancora a lungo.

Card. ROBERT SARAH-Presidente del Pont. Cons. Cor Unum
Alcuni dicono, questa guerra può durare ancora molto tempo, altri dicono, tra tre mesi forse tutto tornerà alla normalità, però è difficile, perché da quanto si sente, da ciò che dice l’opposizione, cioè chiedono armi, vuol dire che vogliono continuare. Però io sono sicuro che i cristiani, i vescovi, ho partecipato al sinodo dei vescovi maroniti, cercano di tutto veramente per portare alla riconciliazione, portare al dialogo tutti i combattenti.
Io spero comunque che la comunità internazionale potrà intervenire non con la guerra, ma mettendo insieme l’opposizione e il governo per discutere e vedere come riportare la pace nel paese e nella regione.

Autorità politiche, vescovi, fedeli cattolici e profughi, anche musulmani, hanno espresso grande apprezzamento per l’iniziativa di Benedetto XVI, nata come una visita di una delegazione di padri sinodali a Damasco, e poi, per ragioni di forza maggiore, trasformata in una missione speciale del cardinal Sarah.

Sanno che prega perché la guerra possa terminare subito, se possibile. Prega per una riconciliazione, un incontro fra i combattenti, perché la guerra non può portare la pace, solo sedendosi insieme, dialogando, possiamo trovare la pace.

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Postado em 06-11-2012

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Riportare alla luce tutta la decorazione originaria, restituendole la mirabile cromia e ricchezza. Con questi propositi si sono svolti, dal 2005 ad oggi, seppur con alcune interruzioni temporali, i lavori di restauro della Cappella di Sisto V, o Cappella Sistina, che Papa Peretti volle costruire in un’ottica di risanamento e potenziamento della Città Eterna e della Basilica di Santa Maria Maggiore, a seguito del sacco di Roma del 1527. La struttura – alta ben 47 metri – venne realizzata nel 1587 dall’architetto Domenico Fontana, mentre le decorazioni furono realizzate in tre anni dalla vasta cerchia di artisti sistini, sotto la guida di Cesare Nebbia e Giovanni Guerra. Subito dopo l’avvio del restauro, diviso in tre lotti, della monumentale Cappella, si è scoperto che l’originaria decorazione cinquecentesca era stata completamente occultata dalle ridipinture e dalle nuove dorature, realizzate durante il grande restauro del 1870, voluto da Pio IX. Con noi il maestro restauratore Roberto Bordin.

ROBERTO BORDIN-Maestro restauratore
“Il restauro è stato anticipato da una fase di studi, fondamentalmente storico-archivistici, per capire meglio quali sono stati nel tempo gli interventi e le problematiche. Il lavoro è stato molto difficoltoso e complicato, proprio perché si metteva mani su un’opera che non aveva mai avuto interventi dal 1870. E’ stato un lavoro molto meticoloso, diviso in tre fasi. In una prima fase ci siamo occupati delle due cappelle laterali, di San Girolamo e Santa Lucia, che sono state una sorta di cantiere pilota, dove abbiamo potuto verificare quelle che poi sarebbero state –in grande – le problematiche che avremmo trovato nel prosieguo dei lavori”.

I lavori – eseguiti dalla società “Capitolium conservazione restauro”, con la supervisione dei laboratori dei Musei Vaticani – sono stati messi in opera lungo i 2.400 metri quadrati di stucchi, affreschi, dipinti su tela, intarsi in marmi colorati, altorilievi e sculture marmoree che decorano questa “chiesa nella chiesa” e che fanno da cornice alle tombe di due pontefici, il committente Sisto V e il suo predecessore San Pio V.

ROBERTO BORDIN-Maestro restauratore
“Abbiamo cercato di riproporre ciò che era originario, ciò che era preesistente, come poteva apparire nel 1588, il temine della erezione della Cappella. Abbiamo cercato di dare – in qualche modo – splendore a quello che era, fondamentalmente. Calcoliamo poi che, a parte questo restauro del 1870, ci sono stati – seppur poco documentati – degli interventi di restauro che hanno, di volta in volta, comunque, cambiato la situazione. Quindi, (…) abbiamo fatto circa un centinaio di analisi di laboratorio, per verificare tutte le varie stratificazioni, i vari colori, ciò che andava tolto e ciò che non andava tolto. Questa è stata, fondamentalmente, la difficoltà maggiore”.

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Postado em 24-10-2012

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Tre donne unite dall’amore per Cristo. Tre vite spese a servizio della Croce. Per Madre Marianna Cope, Gesù era nei malati di lebbra che incontrava a Molokai, nelle Hawai; per Anna Schäffer era nel suo sì alla sofferenza fisica che provava; per la prima beata pellerossa Caterina Tekakwitha, Gesù era lo sposo da difendere. “Dolce, fragile, il giglio degli irochesi”: l’aveva definita Giovanni Paolo II. Una vita breve, morì nel 1680 a 24 anni, dopo numerose traversie per sfuggire all’ira della sua tribù che la voleva far sposare. Un lungo viaggio in barca la portò dallo stato di New York al Quebec. Fu lei l’icona della GMG di Toronto nel 2002. Una figura attuale sostiene il postulatore della sua causa padre Paolo Molinari:

Padre PAOLO MOLINARI-Postulatore della causa di Caterina Tekakwitha
“Una giovane donna che, nel momento in cui i capi tribù avevano scelto un ragazzo destinato – secondo loro – ad essere suo marito, si rifiutò di accettare sia in base ad un senso cristiano ma evidentemente sotto l’influsso della grazia di Dio. Lei aveva un grande anelito, non soltanto a vivere da cristiana ma anche a dare completamente la sua vita a Nostro Signore, considerando Lui, Gesù come suo sposo”.

Canonizzare una nativa del Nord America – ha sottolineato Padre Molinari –è anche il riconoscimento per la stessa cultura indiana, soffocata soprattutto durante al colonizzazione. Caterina non si sottraeva alle attività della tribù e quindi si dedicava alla caccia durante l’inverno. Ma anche lì, nelle avversità, non dimenticava Gesù:

Padre PAOLO MOLINARI-Postulatore della causa di Caterina Tekakwitha
“Siccome era lontana dal villaggio dove c’era la cappella dei missionari, lei per non allontanarsi dai cacciatori e dalle altre donne, aveva fatto una Croce con due rami d’albero e si metteva così a pregare Gesù Crocifisso. E quindi aveva un’autentica devozione per Cristo Crocifisso”.

E giovane era anche Anna Schäffer quando la vita cambiò tutti i programmi che aveva fatto. Nella Baviera più povera, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, dopo la morte del padre, fu costretta a prestare servizio in una famiglia benestante. A 21anni un grave incidente domestico la portò all’infermità. Un impedimento che non spegne il suo ardente desiderio di farsi missionaria. Illuminata dall’amore di Gesù si mise a disposizione degli altri, offrendo ascolto e consigli. “Malattia e debolezza – disse Giovanni Paolo II durante la sua beatificazione, nel 1999 – possono essere le righe su cui Dio scrive il suo Vangelo”. E con la malattia si confrontò anche suor Marianna Cope, l’angelo della carità nelle Hawaii infestate dalla lebbra. Fu lei a raggiungere nel 1883 padre Damiano di Molokai, il medico dei lebbrosi. Il postulatore padre Ernesto Piacentini:

Padre ERNESTO PIACENTINI-Postulatore della causa di suor Marianna Cope
“Madre Marianna non si perse mai cominciò ad amare i lebbrosi e continuò ad amarli fino alla fine per questo si può dire che amò i lebbrosi più di se stessa. Volle restare lì anche sapendo del grave pericolo che correva, amando i lebbrosi più della sua vita”.

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Postado em 28-09-2012

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Molte delle opere conservate nei Musei Vaticani, sono davvero “Parola dipinta”, comunicazione del messaggio evangelico attraverso le immagini. Ma bisogna sapere come leggerle. A meno di un mese dall’apertura dell’Anno della fede, ci facciamo guidare nella lettura di due capolavori della pittura italiana dal direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci.

ANTONIO PAOLUCCI-Direttore Musei Vaticani
I quadri che vedete rappresentano tutti episodi della storia dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma sono anche uno straordinario capolavoro di catechesi, di dottrina, spiegata attraverso le figure.
Prendiamo un quadro famoso, che tutti conoscono… la cosiddetta deposizione di Caravaggio, che sta qui, forse uno dei quadri in assoluto più celebri di Roma. Dipinta da Caravaggio circa nel 1602, 1603. Quel quadro si trovava in origine, era stato dipinto per una cappella della Chiesa Nuova. Doveva essere la pala d’altare di una piccola cappella.
Raffigura appunto Gesù, schiodato dalla Croce e che sta per ricevere i riti funerari. Intorno ci sono i personaggi storici della passione e morte di Cristo, quelli che conosciamo tutti. E lo mettono su una grande lastra di marmo. Di solito le guide dicono che questa è la copertura del sepolcro. Questo non è esatto. Probabilmente quella che vedete è quella che i romani chiamavano il lapis unzionis, cioè la pietra dell’unzione, perché i personaggi che stanno intorno a Cristo, i suoi parenti e amici, stanno compiendo, nella rappresentazione di Caravaggio, il pietoso rito comune a tutte le culture del Mediterraneo, non solo gli ebrei, ma anche i greci e i romani, della purificazione del corpo del morto prima di calarlo nel sepolcro.
La cosa che fa capire come dietro ci sia una riflessione catechetica e teologica formidabile è che questa pietra mostra verso di noi il suo angolo. (…) Pensate quando la pala era sull’altare della cappella, pensate al prete che alzava l’ostia nel gesto della consacrazione, secondo il vecchio rito tridentino, quindi dando le spalle al pubblico, e diceva “Hoc est enim Corpus meum” questo è il mio corpo. E l’ostia che stava consacrando, agli occhi di chi guardava stava esattamente in asse con l’angolo della pietra. C’è un verso della Bibbia, molto bello, molto suggestivo, che dice: “la pietra scartata dal costruttore è diventata testata d’angolo”. Ed ecco allora che tutto si spiega, Cristo è la pietra scartata, perché è stato sconfitto dalla storia… Sta per essere calato nel sepolcro e tuttavia quella pietra scartata sarà la pietra d’angolo del mondo futuro, della Chiesa che su lui si fonda.

Da Caravaggio a Raffaello, facciamo un salto all’indietro di più di ottant’anni, e di due sale nel percorso della Pinacoteca vaticana.

ANTONIO PAOLUCCI-Direttore Musei Vaticani
Raffaello sviluppa ulteriormente la riflessione sulla Trasfigurazione. Cristo si rivela come Dio, trasfigura sul monte Tabor, trasfigura tra Elia e Mosè, e questo lo vedete nella parte alta del quadro, che è come dominata dalla luce: Cristo splende come il sole. Mentre sotto c’è questo groviglio di donne e di uomini, e quello rappresenta il dramma della vita di ognuno, il male che c’è dentro la vita. E’ un episodio anche questo raccontato dai Vangeli, di un ragazzo posseduto dal demonio, e la madre, poveretta chiede agli apostoli, a Matteo, agli altri che stanno intorno a lui, di liberare il figlio dalla possessione diabolica, ma l’evangelista,, vedete il gesto della mano, dice, “Io non posso liberare nessuno: è lui che può liberare” e indica col braccio teso verso il Cristo trasfigurato. Quindi solo Cristo trasfigurato, cioè Cristo-Dio può allontanare il male del mondo. Tutto questo richiederebbe una predica dal pulpito di tre ore, magari noiosissima, ma Raffaello, quel ragazzo bellissimo che muore troppo giovane a soli 37 anni, e che stava esposto al Patheon di Roma e tutta Roma che gli piangeva davanti, ecco lo ha saputo raccontare con questo quadro mirabile che sta qui, nel cuore dei Musei Vaticani.

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Postado em 27-09-2012

 
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“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” : inizia così l’ultima delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI il 7 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura.
È la Costituzione Pastorale su “La Chiesa nel mondo contemporaneo”, intitolata “Gaudium et Spes”. Frutto dello spirito di aggiornamento, della disponibilità al confronto con la storia che guidarono Giovanni XXIII nell’indire il Concilio Vaticano II, il documento è l’espressione dell’impegno della Chiesa a cogliere, come aveva indicato Papa Roncalli, “i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo”.
L’ordine sociale e il progresso tecnologico, secondo la “Gaudium et Spes”, devono sempre promuovere il bene della persona, la sua dignità. Con questo documento la Chiesa prende su di sé le ansie dell’uomo moderno, dal dramma della povertà al bisogno di un ordine economico più giusto, instaurando con la “famiglia umana” un dialogo concreto, “mettendo a disposizione degli uomini – come è scritto nella Costituzione – le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore”.
Ecco come ne parlava 50 anni fa uno dei padri conciliari, il vescovo di Livorno, monsignor Emilio Guano.

Mons. EMILIO GUANO-Vescovo di Livorno
Questa Costituzione non era prevista dal programma che era stato formulato prima del Concilio Ecumenico. Essa fu proposta durante la prima sessione, ma nasceva dalla maturazione di una situazione largamente diffusa nel momento presente.
Momento di incontri, un momento nel quale si avverte in particolare una nuova tendenza verso l’incontro, che del resto è necessario, tra Chiesa e mondo (…) e la Chiesa, da parte sua, non può disinteressarsi alle cose degli uomini , alle cose degli uomini non in astratto, ma agli uomini come sono, come vivono oggi, con i gusti che hanno, con le gioie che hanno, con le aspirazioni e i problemi che sentono.
(…) Così questa Costituzione dovrebbe essere uno strumento di attuazione del cammino dell’uomo, della famiglia umana, ma in particolare uno strumento del cammino degli uomini verso Dio Padre, gli uomini che hanno come fratello Gesù.

Dalla condanna alla corsa agli armamenti alla cooperazione internazionale sul piano politico ed economico, dalla lotta contro le disparità sociali al riconoscimento del diritto di ciascuno alla cultura: i padri conciliari si interrogano su tutto ciò che affligge l’essere umano e lo rende schiavo.
La “Gaudium et Spes” dialoga con l’uomo moderno, preda dei ritmi frenetici del suo tempo, spesso incapace di mettersi in ascolto della Parola del Signore, in grado di vivere ormai senza neppure porsi il problema dell’esistenza di Dio.
L’ateismo è, infatti, uno dei grandi temi affrontati dalla Costituzione Pastorale: ad esso il Vaticano II contrappone la testimonianza della comunità cristiana aperta a tutti, mai isolata, che vive i problemi del mondo praticando la giustizia e l’amore.
Ascoltiamo il frammento di un’intervista del 1965 a padre Cornelio Fabro, direttore dell’Istituto di storia dell’ateismo dell’Università Urbaniana.

Padre CORNELIO FABRO-Perito conciliare
Quello che è importante notare è che l’ateismo di oggi non vuole essere ateismo , non si presenta con l’etichetta di ateismo se non in varie forme. Quello che le forme, i tipi e le manifestazioni più caratteristiche del relativismo contemporaneo vogliono esprimere è l’essenza, la natura dell’uomo: (…) l’uomo è tale che ha in se stesso il principio del proprio sviluppo, l’uomo deve autenticare le proprie possibilità, l’uomo deve essere il fondamento dell’uomo, come afferma Feuerbach.
(…) E questo impegna i cristiani nelle proprie responsabilità e nelle loro deficienza: un atto di accusa e di riconoscimento delle proprie pecche, dei propri errori, delle proprie manchevolezze, ossia dare quell’esempio al mondo e soprattutto a coloro che non conoscono Dio e che negano Dio, dare quell’esempio che il pensiero di Dio è costruttivo, è fonte di gioia, è fonte di vera giustizia.

Il Concilio, nella Gaudium et Spes”, pone il mistero dell’uomo al centro della sua riflessione. la Chiesa “Realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” svela il senso dell’esistenza alla luce del messaggio di Cristo, come spiegava durante i lavori padre Roberto Tucci, perito conciliare.

Padre ROBERTO TUCCI-Direttore della rivista “Civiltà Cattolica”
La Chiesa ha la capacità di rivelare l’uomo a se stesso in tutte le sue dimensioni alla luce di Dio . La Chiesa sente il bisogno di ricordare all’uomo tutta l’ambiguità che pervade tanti atteggiamenti della vita umana e vuole aiutare l’uomo ad uscire da questa ambiguità. Vuole far affiorare il meglio dell’umanità e soprattutto elevarlo. Elevarlo nella luce di Cristo, nella luce della sua Rivelazione, nella luce della sua grazia.

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Postado em 24-09-2012

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Questo salone circolare al centro del quale spicca una grande colonna cava, a metà tra un cripta e un bunker, è uno dei luoghi più affascinanti dei Musei Vaticani, anche se non è aperto al pubblico, ma solo agli studiosi che ne fanno richiesta. E’ il Deposito detto “delle Corazze”, perché qui stazionava durante il conclave la Guardia nobile del Papa, fino al suo scioglimento, alla fine del Settecento. Oggi è il più noto dei magazzini dei Musei, dove sono conservati circa duemila reperti statuari di età classica, che raccontano, come ci spiega il direttore Antonio Paolucci, “la pace e la guerra, la città e il mare, la vita sociale, il gioco, il rito, la morte”.

ANTONIO PAOLUCCI-Direttore Musei Vaticani
Uno straordinario, variegato, multiforme patrimonio di sculture archeologiche, di manifattura ellenistico-romana, tutte cose che hanno mediamente tra i 20 secoli e i 16-17 secoli, si parla di cose di due millenni fa. Sono frammenti, sono statue complete, sono teste, sono ritratti, sono elementi di decorazione, tutte cose che sono perfettamente dislocate sui loro palchi, sono tutte, ad una ad una fotografate, censite, catalogate, tutte hanno i loro riferimenti bibliografici, tutte sono perfettamente praticabili, nel senso che lo studioso che entra qui dentro, da una parte resta affascinato da questo ambiente, sembra di essere dentro ad un film di Dario Argento o di Polanski, ma al di là di questa prima e meravigliosa impressione, c’è la consapevolezza di avere di fronte una serie di oggetti, di manufatti artistici, anche queste piccole teste, per esempio, che hanno tutte un loro preciso riferimento.
Di ognuna di queste si può risalire, attraverso il numero di catalogo, alla loro storia collezionistica. Si può sapere se hanno avuto o non hanno avuto dei restauri. Sono questi i luoghi che affascinano lo studioso, perché qui può trovare l’anello mancante alla sua ricerca specialistica, qui può trovare l’oggetto che lo farà felice. Perciò l’importanza dei depositi.

Al centro della grande colonna, una grande lapide in latino, datata 1957, spiega la funzione del deposito, voluto da Papa Pacelli.

ANTONIO PAOLUCCI-Direttore Musei Vaticani
Queste cose, c’è scritto nella lapide di Pio XII, vanno tenute insieme, “in unum congregari”, è in latino, naturalmente, perché solo così possono servire agli interessi dello studioso. Queste cose non sono fatte per il grande pubblico, questa è la riserva dello studioso, serve alla repubblica delle scienze, serve al mondo degli archeologi, degli antichisti.
La fisiologia del museo, la sua buona salute, la sua dignità scientifica è fatta di un museo visibile, quello offerto al pubblico, e i Musei Vaticani che stanno sopra e intorno a noi sono un esempio perfetto, e poi il museo che non si vede ma che rappresenta la storia collezionistica del museo che si vede, ne costituisce la riserva, il luogo per esempio dove un opera stressata da troppe esposizioni può essere sostituita, da una che sta qui, in riposo da molti anni, dove si può trovare l’integrazione ad una serie che manca. I Musei Vaticani o gli Uffizi sono musei con storie plurisecolari e il luogo dove la storia si è sedimentata è la riserva, appunto.

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Postado em 11-08-2012

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Il Libano attende con impazienza e gioia l’arrivo di Benedetto XVI, che il 14, 15 e 16 settembre sarà nella Terra dei cedri per la firma e la pubblicazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale per il Medio Oriente. Il Papa, che in tre giorni pronuncerà sette discorsi, incontrerà i vertici politici del Paese mediorientale, i giovani e i leader religiosi, compresi quelli delle comunità musulmane. Sull’attesa che si respira in Libano, abbiamo raccolto il commento di padre Samir Khalil Samir, gesuita nato in Egitto e vissuto in Libano, professore all’Université Saint Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma.

Padre SAMIR KHALIL SAMIR
“In tutto il mondo arabo la gente è religiosa. In Libano è religiosa, cristiani e musulmani insieme. Quando è venuto Giovanni Paolo II c’erano proporzionalmente forse un po’ più cristiani che musulmani, ma sulla piazza c’erano tanti musulmani, che erano contenti. E penso che sarà lo stesso con Benedetto XVI. Una proporzione inferiore di musulmani, rispetto ai cristiani, ma sostanziale, che ascolta la voce del Papa come una voce di saggezza”.

Tanta è l’attesa di conoscere i contenuti dell’Esortazione apostolica post-Sinodale per il Medio Oriente, che Benedetto XVI firmerà venerdì 14 settembre ad Harissa, nella Basilica di San Paolo, e consegnerà domenica, durante la messa al Beirut City Center Waterfront.

Padre SAMIR KHALIL SAMIR
“Il documento che il Papa porterà, l’Esortazione Apostolica, certamente è un testo molto denso, ricco di insegnamenti e di proposte per un pacifico vivere insieme. Il punto fondamentale è il vivere insieme: musulmani e cristiani. Del resto, si sa che il Libano ha un ruolo fondamentale in tutto il mondo arabo, anzitutto per i cristiani, perché è l’unico Paese dove si può gridare la propria fede senza essere messi in prigione. Ci sono delle televisioni cristiane, che parlano dalla mattina alla sera del Vangelo. Ci sono dei giornali cristiani e sono molto letti: quello più famoso del Libano è tenuto da cristiani ortodossi. Le università: le più famose sono cristiane, più di quella nazionale: una nazionale e 52 università private, alcune piccole altre più grandi. Il ruolo nella cultura: il ruolo nella modernizzazione della vita e del sistema politico è riconosciuto che è avvenuto grazie ai cristiani. Allora per questo anche sono stimati”.

Nel corso del nostro colloquio con padre Samir Khalil Samir abbiamo parlato anche di Primavera Araba. Alla luce della storia del Paese, ci ha detto, è poco probabile che il vento della rivolta spiri anche sulla Terra dei cedri.

Padre SAMIR KHALIL SAMIR
“Il Libano è più tranquillo perché, in un certo senso, il cambiamento c’è già stato da molto tempo. Dopo la guerra civile, dopo il 1991, le cose sono cambiate: la gente ha vissuto un’esperienza – durata 15 anni – che li porta a dire: non vogliamo più ricominciare. Ci sono dei conflitti interni ogni tanto, ma si vede che si cerca subito di appianare le cose, tranquillizzare la situazione”.

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