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Archivi per 'Omelie'

Postado em 05-08-2011

Prima Lettura 1Re 19,9.11-13
Salmo Sal 84
Seconda Lettura Rm 9,1-5
Vangelo Mt 14,22-33

Oggi la Parola di Dio ci fa incontrare tre situazioni di scoraggiamento. Scoraggiamento significa che il cuore viene meno, non ci sostiene più: ci viene a mancare il sostegno interiore per proseguire il nostro cammino.

Il profeta Elia, dopo aver combattuto, solo contro tutti, per difendere la sua fede in Dio davanti a Israele, si sente venir meno il cuore e vorrebbe farla finita. Sul monte Oreb il Signore gli viene accanto e gli dice: “Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco”. Sono molto importanti quelle due semplici lettere, pronunciate da Dio: “Su!”. Equivalgono a “Coraggio!”. Elia ritrova la forza di ricominciare il suo cammino, con animo rafforzato. La vicinanza di Dio e l’incoraggiamento ricevuto riaccendono la speranza.

San Paolo ha “nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua” nel suo ministero, nel constatare la chiusura dei suoi fratelli Israeliti nei confronti di Cristo. Ci parla con sincerità del suo cuore e della pena che lo abita, della pesantezza che lo opprime. Ma anche a lui capita, ad un certo punto della vita, di fare un’esperienza molto simile a quella di Elia. “La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma»” (At 23, 11).

L’incoraggiamento ricevuto lo sosterrà fino alla prova suprema del martirio, donandogli un’energia soprannaturale e potente. Durante l’attraversamento del lago di Tiberiade, gli apostoli, turbati, gridano dalla paura. Potremmo dire che viene meno tutto il loro coraggio: sono impauriti e disorientati. Ma anche in questo caso Gesù viene loro accanto e dice: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Subito il terrore sparisce e lascia lo spazio alla fede. Pietro, addirittura, impara ad avere una fiducia tale che gli permette di camminare qualche metro sulle acque. È proprio vero che Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia. La Parola incoraggiante di Dio genera fiducia e produce energia nuova negli uomini.

L’origine etimologica della parola “incoraggiare” è “dare il cuore”. “Coraggio, sono io, non temete!”. Gesù rivolge queste tre espressioni agli apostoli. Dà loro il cuore, il suo cuore, e assicura una vicinanza personale e umana. Il teologo tedesco Paul Tillich diceva che l’incoraggiamento è una delle prerogative tipiche di Dio: “Se l’angoscia viene definita la coscienza di essere finiti, Dio lo dobbiamo chiamare il fondamento infinito del coraggio”. Dio non vuole mai creare panico, scoraggiamento e senso di inferiorità, ma sicurezza e gioia: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17).

Don Geraldo da Silva
Comunità Canto Nuovo- Lugano- Svizzer

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Postado em 20-07-2011

Prima Lettura 1Re 3,5.7-12
Salmo Sal 118
Seconda Lettura Rm 8,28-30
Vangelo Mt 13,44-52

Oggi concludiamo la lettura delle sette parabole raccolte da Matteo nel cap. XIII del suo Vangelo nel discorso in parabole. Però il numero di sette non è casuale. Sette nel mondo ebraico era una cifra allusiva al senso della pienezza. Matteo scrivendo sette parabole sui misteri del Regno di Dio, ha voluto suggerirci quanto sia ricco, profondo, inesauribile il
discorso di Gesù sul Regno. In realtà se dobbiamo guardare bene ci accorgiamo che le sette parabole non sono state buttate là così alla rinfusa, ma c’è tra loro un filo conduttore. Con queste parabole Matteo ci squaderna una piccola grande storia della salvezza della sua origine, quasi, al suo compimento. Vi ricordate la prima parabola che abbiamo letto, quella del seminatore? Lì è l’inizio della storia della salvezza: nel gesto largo del seminatore che getta il grano nel suo campo. La storia della salvezza inizia da qui, dal gesto di Gesù il Figlio di Dio che spande nei solchi del mondo la grande notizia del Signore, di Dio che ci è vicino, ci ama, si interessa di noi. Questo è l’inizio. Nell’ultima parabola letta oggi, quella della rete dei pescatori che, seduti attorno alla rete, raccolgono e separano il pesce, c`è la conclusione, la fine della nostra storia della salvezza. Alla fine c’è il giudizio che separa i pesci buoni da quelli cattivi. Sono i due esiti del mondo davanti al giudizio di Dio. Tra le due scene dell’inizio e della fine si distende la vicenda convulsa, confusa, impegnativa, esaltante dell’uomo e della sua esperienza del Regno dei cieli. E’ un’esperienza che causa la convivenza dei buoni e dei cattivi: grano e zizzania: un’esperienza dove occorre avere pazienza e speranza, fiducia, che il piccolo granello di senape cresca sui ritmi lenti delle stagioni; il pizzico di lievito penetri nella pasta per dargli sapore, questa lievità. Il mondo ha bisogno di un’anima, la nostra vita del gusto, di sapor. Di questa vicenda le parabole di oggi del tesoro e della perla ci dicono che val la pena di giocarsi tutto per questo Regno dei cieli, che è una realtà preziosa, di impegnarsi, di decidersi. Noi siamo convinti che non c’è nulla, assolutamente nulla, che possa stare fuori dal Regno dei Cieli? Che sarebbe da stolti lasciarlo perdere? Forse per essere convinti di questo occorre ricordarci che cos’è questo Regno dei Cieli: è l’Amore di Dio per noi, è la su fedeltà che vuole trionfare sulle nostre infedeltà, è la sua passione che vuole realizzare la salvezza per tutti. Il Regno di Dio è Gesù venuto a perdonare e a salvare. Abbiamo noi la gioia di sentirci amati e salvati dal Signore, raggiunti dalla sua fedeltà nonostante le nostre infedeltà? La nostra gioia sarà vera solo se sapremo partecipare e condividere questa scoperta con gli altri, se sapremo dire ho trovato il bene più grande, quello che dà valore a tutti gli altri beni; il Bene supremo, il nostro Dio amore.

Don Geraldo da Silva
Comunità Canto Nuovo- Lugano- Svizzer

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Postado em 08-07-2011

Prima Lettura Is 55,10-11
Salmo Sal 64
Seconda Lettura Rm 8,18-23
Vangelo Mt 13,1-23

 

Il linguaggio delle parabole è caratteristico di Gesù e del suoVangelo. La parabola serve indubbiamente per chiarire, usando paragonied esempi, che vengono dalla vita di ogni giorno e quindi, partendo da situazioni che ci sono note, ci aiuta a capire il messaggio, ma per andare oltre, per invitarci a scoprire quello che non ci è ancora noto e la cui scoperta deve arricchirci ed illuminarci, sorprenderci e sconvolgere il nostro modo umano di pensare. Pensiamo alla diversità tra un Chiesa categorica, che dice “è cosi” e basta, e una Chiesa delle parabole, che dice “è come”. C’è un abisso tra il definire gelido e il raccontare appassionato. C’è una differenza tra il dire : “Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra” e il dire “Dio è come un Padre che aveva due figli”. “Dio è come il seminatore che uscì a seminare”. E non si tratta di un seminatore maldestro nel suo lavoro, che butta la via la semente, che è distratto, superficiale. Ma di un seminatore che lascia cadere il seme dappertutto. Racconta una fiducia contro tutti i rovi e le spine, oltre  i sassi e gli uccelli che beccano il seme, c’è sempre una terra che lo accoglie e che fiorisce. “Ecco, il seminatore uscì a seminare”. Fermiamoci su questa figura che ci propone la vera immagine di Dio. Dio semina, con larghezza, senza calcolo, a destra, a sinistra, davanti, alle spalle. Il seme cade dappertutto, anche là dove a nostro giudizio non dovrebbe cadere. Dio è fatto così. Non riserva il seme solo al terreno buono, se il seme è la sua Parola intende raggiungere tutti. Noi, per comunicare scegliamo chi è degno, meritevole, di pari grado e cultura. Anche la Chiesa è sempre tentata di alzare steccati per separare il terreno buono da quello che non promette niente di buono. Gesù non ama steccati, Gesù in pubblico parla con tutti, si ferma a conversare soprattutto con i più piccoli, con i più poveri. Gesù ama il gesto ampio del seminatore che su ogni terreno fa giacere il germe vitale della sua Parola, della sua Grazia. Così è Gesù, così è Dio di cui Gesù è l’immagine. E’ un Dio generoso verso tutti, senza discriminazioni, ed è un Dio paziente. Chi non conosce la pazienza del seminatore? Compie il suo gesto sognando il raccolto. Ma è pronto anche a patire la delusione, perché il risultato non è garantito. C’è da attendere e da sperare. Così è per Dio. Anche Dio si affida a un’attesa trepidante perché non vuole forzare nulla. Dio si espone all’insuccesso, perché rispetta la libertà di tutti. Come è fragile il nostro Dio e come è toccante questo suo modo di comunicare con noi! Un Dio infaticabile nella sua generosità, un Dio prodigo e paziente, che rispetta i tempi di maturazione di ciascuno. Non possiamo non restare stupiti, non possiamo non ringraziare il Signore ed imparare da Lui la generosità nel donare e nel comunicare nel segno della pazienza e della speranza. Continuiamo allora a seminare col gesto solenne e largo del seminatore. Non ci fermino le qualità dei diversi terreni. A noi tocca seminare, non giudicare, non pretendere di sradicare la zizzania che cresce assieme al buon grano. A noi tocca gettare la rete, il giudizio lo lasciamo agli angeli del cielo. Il nostro atteggiamento sia di servizio, di lavoro indefesso, instancabile, di impegno e slancio generoso perché a dare frutto non siamo noi, ma il seme che gettiamo.

Don Geraldo da Silva
Comunità Canto Nuovo- Lugano- Svizzera

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Postado em 03-06-2011

Prima Lettura At 1,1-11
Salmo Sal 46
Seconda Lettura Ef 1,17-23
Vangelo Mt 28,16-20

Sono due i movimenti che dobbiamo tenere presenti e considerare se vogliamo intendere nella sua compiutezza la festa di oggi, la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo. Il primo è un movimento verticale. I verbi greci usati per descrivere l’evento, il mistero che oggi celebriamo esprimono tutti lo stesso concetto, quello dell’elevazione verticale, dell’assunzione al cielo. Ora, in tutte le culture, il cielo è per eccellenza il simbolo dell’area divina, dell’infinito e della perfezione.

Con la sua ascensione Gesù risorto ritorna nella gloria della sua divinità, dopo essere passato sulla terra per salvarci. Gesù porta la sua e la nostra umanità nella gloria eterna del Padre, facendo balenare davanti ai nostri occhi, il destino di gloria a cui siamo chiamati (e a cui è giunta anche la sua Madre con la sua Assunzione al cielo). Il primo movimento della festa dell’Ascensione ci richiama al nostro destino, il traguardo grande del nostro vivere, la meta verso la quale siamo incamminati, il senso del nostro esistere e vivere. Ma c’è un secondo movimento da tenere presente e che è particolarmente sottolineato nel Vangelo di Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni… Io sono con voi”. Anche Luca inserisce un richiamo mosso agli Apostoli che restarono sul monte a guardare il cielo: “Uomini di Galilea cosa restate lì impalati a guardare il cielo…”. Gesù che ascende al cielo ci richiama il secondo movimento “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”. Il movimento orizzontale di essere e sentirsi inviati a portare a tutti, in ogni tempo, in qualunque luogo, il messaggio di Gesù.

E’ come se Gesù dicesse: Avanti, ora tocca a voi! E’ venuta l’ora di uscire allo scoperto, di cominciare ad essere veri testimoni in tutto il mondo. Tocca a voi portare il Vangelo di Misericordia, continuare ad essere il corpo vivente di Cristo nel mondo. Ecco il secondo movimento dell’Ascensione: Gesù che sale al cielo ci ricorda il nostro impegno di essere suoi testimoni. Pur conoscendo la fragilità umana degli Apostoli, Gesù ha avuto il coraggio di fidarsi di loro. Non si tratta di un consiglio quello che Gesù lascia, ma di un comando e di un impegno preciso: “Andate, ammaestrate, battezzate, insegnate, siate miei testimoni”.

Gesù sale al cielo perché noi andiamo ad annunciare la sua presenza e la sua azione di salvezza per tutti gli uomini. “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine”. Abbiamo bisogno di ricevere il suo Spirito Santo per sentire presente il Signore, sempre e ovunque con noi per parteciparci della sua grazia, la sua speranza e la sua liberazione.

Don Geraldo da Silva
Comunità Canto Nuovo- Lugano- Svizzera

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Postado em 27-05-2011

Inizio la nostra omelia partendo dal brano evangelico tratto dai discorsi dell’ultima cena, che Giovanni raccoglie direttamente dalle labbra di Gesù. Sono dunque discorsi che presentano un susseguirsi di pensieri, di affetti, di insegnamenti, che hanno la preziosità del testamento, di contenere le ultime raccomandazioni di Gesù.

In questa pagina c’è una parola che più attira facilmente la nostra attenzione e conquista il nostro cuore. Si tratta di una promessa di Gesù colma di tenerezza: “Non vi lascerò orfani” (v 18). Essere orfani è un’esperienza che in forme diverse conosciamo. C’è chi è orfano perché ha perso una persona cara: la mamma o il papà o un familiare, e c’è chi si sente orfano, perché ha perso un maestro, un gruppo, perché è lontano dalla sua terra, dal suo paese, da qualcosa o da qualcuno che rappresenta una ragione fondamentale di vita.

È possibile sentirsi orfani anche di Dio? Al passare attraverso il sentimento dell’assenza, della lontananza, presi dalle difficoltà, di fronte all’incomprensione, provati dalle fatiche della vita, tante volte, ci sentiamo abbandonati come Giobbe. Quante volte diciamo dentro di noi: Signore dove sei? Fatti sentire, fa che non vinca in me lo smarrimento, lo sconforto. Allora abbiamo capito quanto sia importante la promessa di Gesù: “non vi lascerò orfani”. Come è possibile non sentirsi orfani? Come Gesù ci resti vicino? Gesù nel vangelo di oggi ci assicura una forte presenza. L’avvento dello Spirito per il quale usa il nome: Paraclito. Lo Spirito Paraclito: vale a dire consolatore, protettore, avvocato, che non ci abbandona. Avvocato, colui che assiste i credenti di fronte al mondo, garantisce ai discepoli di essere fedeli sempre al loro Signore. “Non vi lascerò orfani, vi manderò lo Spirito Santo presso di voi e in voi”. Dobbiamo sapere, ricordare, riconoscere che lo Spirito è una compagnia intima, affettuosa. Quella dello Spirito è una presenza nel cuore della comunità credente, perché possiamo rendere ragione della speranza che è in noi. È una presenza nascosta, una dinamica propositiva, viva, capace di richiamare e di incantare: operante ed attiva, che si manifesta attraverso l’Amore.

Ecco il modo supremo di accogliere la presenza del Signore: l’Amore. Viviamo l’Amore che vuol dire accettazione, vivenza dei comandamenti: “se mi amate, osservate i miei comandamenti” (v 15). Il comandamento colto come gesto d’amore, impegno d’amore. Poiché ti amo e per amarti, Signore, ti obbedisco, accolgo e vivo i tuoi comandamenti. L’amore che diventa manifestazione di Dio di fronte al mondo. Là dove si ama: Dio è all’opera. Il discepolo che ama diventa Epifania, manifestazione dell’amore stesso del Padre e del Figlio.

Egli ci assicura di non lasciarci orfani, di offrirci questa compagnia divina, consolante, incoraggiante del suo Spirito. È l’augurio e impegno per noi. Impariamo e scopriamo lo Spirito di Gesù presente nella nostra vita, ad ascoltarlo, a conoscerlo sempre meglio, a seguirlo, a corrisponderlo. Non ci sentiamo orfani, soli, abbandonati. La Chiesa cammina con noi, lo Spirito ci accompagna nelle nostre lotte. Per questo ci affidiamo con fiducia allo Spirito di Gesù che è Spirito di vita e di amore, perche ci guidi e rinnovi.

Don Geraldo da Silva
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Postado em 24-05-2011

Motivi di turbamento non mancano di fronte alle notizie vicine e lontane. Penso alle voci di tragedie che quotidianamente giungono al nostro cuore. Gesù vuole rassicurare il nostro cuore spesso impaurito dal futuro incerto: <>.

Nell’incertezza del nostro futuro spunta una certezza, spunta una meta, una dimora dove Gesù è andato a prepararci un posto. Ecco la ragione principale per cui non dobbiamo temere per il nostro futuro, perché oltre al luogo dove abitiamo oggi, c’è un’altra dimora, dove Gesù è andato a prepararci un posto. Una dimora santa, l’ultima dimora, presso Dio, per sempre. Gesù ci ha preparato quel posto, perché vuole che anche noi siamo dove è Lui. <> (v 5-6). Alla luce della risurrezione si riesce a capire meglio quello che il Maestro ha inteso dire con l’affermazione: <>.

LA VIA
La via verso il Padre, verso la felicità. Percorrendo la strada che Lui ha percorso di sicuro troveremo il Padre. Scegliere Gesù come via che ci porta al Padre significa impostare la nostra vita con un vero fondamento di fede e speranza. Il Signore non ci abbandonerà mai; quando le delusioni, l’incomprensioni, gli insuccessi, ci portano a rinchiuderci nelle tombe vuote della strada. Allora ci prenderà la mano, ci rialzerà e ci inviterà a riprendere la via con Lui verso il Padre.

LA VERITÀ
Ieri come oggi tante persone sono andate alla ricerca della verità. Nel passato un grande esempio ci viene da Sant’Agostino (354-430), uno dei pensatori che hanno maggiormente influenzato la storia. Il suo percorso vitale può davvero essere considerato un paradigma umano alla ricerca della verità. Lui ha ricercato la verità da varie parti e dopo, quando ha capito che quella viveva in lui, l’ha trovata in se stesso. Così ha scritto: <>, vale a dire: (Il suono delle parole raggiunge i nostri orecchi; il maestro si trova dentro di noi). Ha detto ancora: <>. Scegliendo Gesù sceglieremo la verità, quella verità che ci rende felici e liberi davvero.

LA VITA
<> (Gv 10,10). Dopo la Risurrezione, Gesù ha dato prova di avere la vita in se stesso. Siamo nati per l’eternità. In quanto Risorto, Gesù è la vita senza fine, solo in Lui abbiamo la certezza della vita eterna. Giorno per giorno partecipiamo, già in questa terra, della vita eterna facendo la volontà di Dio, i nostri impegni cristiani.

Don Geraldo da Silva
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Postado em 13-05-2011

Prima Lettura At 2,14.36-41
Salmo Sal 22
Seconda Lettura 1Pt 2,20b-25
Vangelo Gv 10,1-10

Il Vangelo della quarta domenica di Pasqua trae infatti due immagini e similitudini riferite a Gesù e, che nella tradizione della Chiesa è poi applicata anche a coloro che ne sono divenuti i suoi inviati nel mondo.

- La prima, abbastanza familiare e nota, ci presenta Gesù come il Buon Pastore. Ritratto suggestivo sempre questo del buon Pastore, di colui che ha cura delle sue pecore, le assiste, le difende e le nutre. Amico delle sue pecore che seguono la sua voce. Per farci capire meglio la funzione del Buon Pastore, Gesù lo contrappone al ladro che viene per rubare, uccidere e distruggere: se riferisce ai falsi profeti, “pastori” che seminano panico e morte; chi avanza nel buio, si intrufola in modo scorretto, agisce dietro le spalle.

La seconda è la porta: immagine meno conosciuta. Gesù ha detto : io sono la porta. Cosa vuol dire: Gesù è la porta ? la porta serve per chiudere, quindi per dare sicurezze, per permettere a chi vive in un luogo di sentirsi protetto, di vivere in pace. Porta immagine di sicurezza e di pace. La porta serve anche per entrare ed uscire. La porta che serve per “uscire” diviene allora segno di libertà. Cristo è la porta che vuole farci uscire dai nostri condizionamenti, chiusure, abitudini false per condurci a libertà. Gesù, che è la porta, è la nostra libertà. “Io sono la porta”, io mi apro, mi lascio perciò attraversare: entra in me, condividi i miei pensieri, i miei affetti, i miei ideali. Non voglio essere di ostacolo, ma voglio che tu sia una cosa sola con me. Partecipi della mia amicizia, condividi i miei sentimenti. Io sono la porta e al tempo stesso sono il buon pastore: le mie pecore ascoltano la mia voce. E’ l’augurio, è l’impegno per noi: ascoltare la voce del buon pastore, una voce che ci offre simpatia, attenzione, familiarità, cura. E’ la voce dell’amore.

Il cristiano è colui che sta in ascolto della voce, di una voce che rivela la presenza del maestro. Chiaro che per ascoltare questa voce bisogna rimuovere diversi ostacoli. Bisogna abbeverarsi di silenzio, quel silenzio che ci mette in rapporto con il Signore. Bisogna inoltre che l’ascolto diventi docilità: “Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. Una volta che si è ascoltata la voce, allora non si può rimanere indifferenti: cambia tutto. Quella voce ci raggiunge, penetra nel profondo, ci porta un messaggio di amore e suscita come risposta il desiderio di lasciarsi condurre.

Dove ci condurrà questo pastore premuroso? Chi ascolta la voce, si mette in cammino. Se abbiamo il coraggio di compiere questi passi, entriamo in un’esperienza che allarga le dimensioni e le possibilità del nostro vivere. Perché così afferma il Signore: “Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”.

Don Geraldo da Silva
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Postado em 08-05-2011

Èmmaus – È uno dei brani più conosciuti e più belli dell’intero vangelo. La pagina è nota: non manca di affascinare per certe sue finezze, per i rivèrberi delle sue emozioni che ci coinvolgono: il contesto del vespero, il viaggio e la strada, l’espressione della delusione: “Speravamo”… il desiderio di non essere lasciati soli: “Resta con noi”, Signore…

Èmmaus: cammino dell’uomo e della comunità, cammino personale ed ecclesiale. La strada per Èmmaus al calar della sera, quando fa buio è la strada di due disperati, delusi, “con il volti triste”: “Abbiamo sperato, ma ormai tutto è finito” (v.21). Ancora una volta è Gesù che prende l’iniziativa, viene a cercarli, fa strada con loro e aiutali a cogliere il senso di eventi drammatici, negativi e a prima vista incomprensibili. Gesù apre l’intelligenza a capire il groviglio dell’esistenza, a sciogliere il cuore duro, lento a credere. Così da quei cuori disperati comincia a sgorgare il miracolo della preghiera, una preghiera per le ore buie della vita, una delle preghiere più belle che troviamo sulla bocca del discepolo, del cercatore di Dio: “Rimane con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto!” (v.29) Rimani con noi, per non ripiombarci nella solitudine, nel grigiore e nella tristezza. Stai con noi!

E poi nel calore della casa il gesto dello spezzare il pane rivela la misteriosa presenza di Gesù. A quel punto bisogna partire subito, senza indugi. Infatti leggiamo in questa pagina i tratti qualificanti della comunità cristiana: è comunità che cammina sulle vie del mondo, è comunità che nella Parola di Gesù riletta nella Chiesa trova luce, interpretazione per l’esistenza. È comunità che nello spezzare il pane ha la certezza che il Signore è presente. È comunità che deve andare, nella notte, ad annunciare che il Signore è risorto. Ritroviamo in questi gesti elementi tipici di ogni celebrazione eucaristica, di ogni nostra Messa? Attraverso la Parola e il Pane noi abbiamo la certezza che il Signore risorto è con noi, cammina con noi. E dopo averlo riconosciuto non possiamo non andare ad annunciare questa che è davvero la buona notizia.

Luca annota che “senza indugio” tornano a Gerusalemme. Viene alla mente: la Samaritana che, incontrato e riconosciuto Gesù, “lascia il pozzo di Sichem e corre a dire alla gente…”. È la stessa prontezza dei pescatori che “subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono” (Mt 4,22). Anche Zaccheo scende “in fretta” per accogliere Gesù (Lc 19, 6). L’esperienza dell’incontro con il Signore nella parola e nel pane diviene per i due discepoli, sfiduciati e rassegnati, inizio di una nuova vocazione. Tutti hanno aperti le porte a Cristo: come non ricordare la prima omelia del nostro beato Giovanni Paolo II: « Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!>>

Vogliamo scendere più in profondità, convinti che Cristo è sempre in cammino con noi, in cammino con tutti quelli che sono in cammino, in cammino prima ancora che ce ne possiamo rendere conto. È con noi, sempre, compagno di viaggio e commensale, solidale con le nostre debolezze e animatore delle nostre speranze. Nel cammino di Èmmaus c’è il nostro cammino. Il cammino della vita che conosce stanchezze, dubbi, fatti quotidiani che restano oscuri, che devono venire illuminati dal Signore. “Rimane con noi”, Signore Gesù. Illuminaci, stai con noi!

Don Geraldo da Silva
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Postado em 02-05-2011

“Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? (…) Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17). Il dialogo fra il Risorto e Pietro. E’ il dialogo che precede il mandato: “Pasci le mie pecore”, ma è un dialogo che prima scruta tutta la vita dell’uomo. Non sono forse queste la domanda e la risposta che hanno segnato tutta la vita e la missione del Beato Giovanni Paolo II? Egli stesso lo ha espresso a Cracovia, nel 1999, affermando: “Oggi mi sento chiamato in modo particolare a ringraziare questa comunità millenaria di pastori di Cristo, chierici e laici, perché grazie alla testimonianza della loro santità, grazie a questo ambiente di fede, che per dieci secoli essi formarono e formano a Kraków, è diventato possibile che al termine di questo millennio, proprio sulle rive della Vistola, ai piedi della Cattedrale di Wawel cadesse l’esortazione di Cristo: «Pietro, pasci i miei agnelli» (Gv 21, 15). E’ diventato possibile che la debolezza dell’uomo si poggiasse sulla potenza dell’eterna fede, speranza e carità di questa terra, e desse la risposta: «Nell’obbedienza della fede davanti a Cristo mio Signore, affidandomi alla Madre di Cristo e della Chiesa – consapevole delle grandi difficoltà – accetto»”.

Sì, è questo dialogo di amore tra Cristo e l’uomo che ha segnato tutta la vita di Karol Wojtyła e lo ha condotto non solo al fedele servizio alla Chiesa, ma anche alla personale totale dedizione a Dio e agli uomini che ha caratterizzato il suo cammino di santità.

Tutti ricordiamo come il giorno dei funerali ad un certo momento il vento chiuse dolcemente le pagine del Vangelo posto sulla sua bara. Era come se il vento dello Spirito avesse voluto segnare la fine dell’avventura umana e spirituale di Karol Wojtyła, tutta illuminata dal Vangelo di Cristo. Da questo Libro egli scopriva i disegni di Dio per l’umanità, per se stesso, ma soprattutto imparava Cristo, il suo volto, il suo amore, che per Karol era sempre una chiamata alla responsabilità. Alla luce del Vangelo leggeva la storia dell’umanità e le vicende di ogni uomo e di ogni donna che il Signore aveva posto sulla sua strada. Da qui, dall’incontro con Cristo nel Vangelo, scaturiva la sua fede.

Era un uomo di fede, un uomo di Dio, che viveva di Dio. La sua vita era una preghiera continua, costante, una preghiera che abbracciava con amore ogni singolo abitante del pianeta terra, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e per questo degno di ogni rispetto; redento con la morte e risurrezione di Cristo, e per questo diventato veramente gloria vivente di Dio (Gloria Dei vivens homo – Sant’Ireneo). Grazie alla fede che si esprimeva soprattutto nella preghiera, Giovanni Paolo II era un autentico difensore della dignità di ogni essere umano e non mero combattente per ideologie politico-sociali. Per Lui, ogni donna, ogni uomo, era una figlia, un figlio di Dio, indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle, dalla provenienza geografica e culturale, e persino dal credo religioso. Il suo rapporto con ogni persona è sintetizzato in quella stupenda frase che scrisse: “L’altro mi appartiene”.

Ma la sua preghiera era anche una costante intercessione per tutta la famiglia umana, per la Chiesa, per ogni comunità di credenti, in tutta la terra – forse tanto più efficace, quanto più segnata dalla sofferenza che ha marcato varie fasi della sua esistenza. Non è forse da qui – dalla preghiera, dalla preghiera legata a tante dolorose vicende sue e degli altri – che scaturiva la sua preoccupazione per la pace nel mondo, per la pacifica convivenza dei popoli e delle nazioni? Abbiamo sentito nella prima lettura del Profeta Isaia: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace” (Is 52, 7).

Oggi ringraziamo il Signore per averci dato un Pastore come Lui. Un Pastore che sapeva leggere i segni della presenza di Dio nella storia umana, e ne annunciava poi le grandi opere in tutto il mondo e in tutte le lingue. Un Pastore che aveva radicato in sé il senso della missione, dell’impegno ad evangelizzare, ad annunciare la parola di Dio dappertutto, a gridarla sui tetti… “Come sono belli sui monti i piedi (…) del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «regna il tuo Dio»” (ibid.).

Oggi rendiamo grazie al Signore per averci dato un Testimone come lui, così credibile, così trasparente, che ci ha insegnato come si debba vivere la fede e difendere i valori cristiani, a cominciare dalla vita, senza complessi, senza paure; come si debba testimoniare la fede con coraggio e coerenza, declinando le Beatitudini nell’esperienza quotidiana. La vita, la sofferenza, la morte e la santità di Giovanni Paolo II ne sono una testimonianza e una conferma tangibile e certa.

Ringraziamo il Signore per averci dato un Papa che ha saputo dare alla Chiesa cattolica non solo una proiezione universale e una autorità morale a livello mondiale, ma anche, specialmente con la celebrazione del Grande Giubileo del Duemila, ha saputo dare una visione più spirituale, più biblica, più centrata sulla parola di Dio. Una Chiesa che ha saputo rinnovarsi, impostare una “nuova evangelizzazione”, intensificare i rapporti ecumenici e interreligiosi, e ritrovare anche le vie di un fruttuoso dialogo con le nuove generazioni.

E infine ringraziamo il Signore per averci dato un Santo come Lui. Tutti abbiamo avuto modo – alcuni da vicino, altri da lontano – di scorgere come erano coerenti la sua umanità, la sua parola e la sua vita. Era un uomo vero perché inseparabilmente legato a Colui che è la Verità. Seguendo Colui che è la Via, era un uomo sempre in cammino, sempre proteso verso il bene più grande per ogni persona, per la Chiesa e per il mondo e verso la meta che per ogni credente è la gloria del Padre. Era un uomo vivo, perché colmo della Vita che è Cristo, sempre aperto alla sua grazia e a tutti i doni dello Spirito Santo.

Quanto si sono verificate nella sua vita le parole che abbiamo sentito nel Vangelo di oggi: “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18). Tutti abbiamo visto come gli è stato tolto tutto ciò che umanamente poteva impressionare: la forza fisica, l’espressione del corpo, la possibilità di muoversi, perfino la parola. E allora, più che mai, egli ha affidato la sua vita e la sua missione a Cristo, perché solo Cristo può salvare il mondo. Sapeva che la sua debolezza corporale faceva vedere ancora più chiaramente il Cristo che opera nella storia. E offrendo le sue sofferenze a Lui e alla sua Chiesa, ha dato a tutti noi un’ultima, grande lezione di umanità e di abbandono tra le braccia di Dio.

“Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome”.

Cantiamo al Signore un canto di gloria, per il dono di questo grande Papa: uomo di fede e di preghiera, Pastore e Testimone, Guida nel passaggio tra due millenni. Questo canto illumini la nostra vita, affinché non solo veneriamo il nuovo Beato, ma, con l’aiuto della grazia di Dio, seguiamo il suo insegnamento e il suo esempio. Mentre rivolgo un grato pensiero al Papa Benedetto XVI, che ha voluto elevare il suo grande Predecessore alla gloria degli altari, mi piace concludere con le parole che ha pronunciato nel primo anniversario della scomparsa del nuovo Beato: “Cari fratelli e sorelle, (…) il nostro pensiero torna con emozione al momento della morte dell’amato Pontefice, ma al tempo stesso il cuore è come spinto a guardare avanti. Sentiamo risuonare nell’animo i suoi ripetuti inviti ad avanzare senza paura sulla strada della fedeltà al Vangelo per essere araldi e testimoni di Cristo nel terzo millennio. Ci tornano alla mente le sue incessanti esortazioni a cooperare generosamente alla realizzazione di una umanità più giusta e solidale, ad essere operatori di pace e costruttori di speranza. Resti sempre fisso il nostro sguardo su Cristo, «lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8), che guida saldamente la sua Chiesa. Noi abbiamo creduto al suo amore ed è l’incontro con Lui «che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (cfr Deus caritas est, 1). La forza dello Spirito di Gesù sia per tutti, cari fratelli e sorelle, come lo fu per Papa Giovanni Paolo II, sorgente di pace e di gioia. E la Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci aiuti ad essere in ogni circostanza, come lui, apostoli infaticabili del suo divin Figlio e profeti del suo amore misericordioso”. Amen!

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Postado em 01-05-2011

Cari fratelli e sorelle!

Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!

Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così numerosi a Roma da ogni parte del mondo, Signori Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e lo estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione.

Questa Domenica è la Seconda di Pasqua, che il beato Giovanni Paolo II ha intitolato alla Divina Misericordia. Perciò è stata scelta questa data per l’odierna Celebrazione, perché, per un disegno provvidenziale, il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera della vigilia di questa ricorrenza. Oggi, inoltre, è il primo giorno del mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore. Questi elementi concorrono ad arricchire la nostra preghiera, aiutano noi che siamo ancora pellegrini nel tempo e nello spazio; mentre in Cielo, ben diversa è la festa tra gli Angeli e i Santi! Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste.

“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa “Pietro”, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: “Beato sei tu, Simone” e “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l’edificazione della Chiesa di Cristo.

Ma il nostro pensiero va ad un’altra beatitudine, che nel Vangelo precede tutte le altre. E’ quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa Elisabetta dice: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). La beatitudine della fede ha il suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all’inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14).

Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio san Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all’inizio della sua Prima Lettera, Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: “Siete ricolmi di gioia” – e aggiunge: “Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime” (1Pt 1,6.8-9). Tutto è all’indicativo, perché c’è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una realtà accessibile alla fede. “Questo è stato fatto dal Signore – dice il Salmo (118,23) – una meraviglia ai nostri occhi”, gli occhi della fede.

Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato, ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol Wojtyła: una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyła ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: “Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria – Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria” (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266).

Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: “Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan Wyszyński mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio»”. E aggiungeva: “Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa – e soprattutto con l’intero episcopato – mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato”. E qual è questa “causa”? E’ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile.

Swoim świadectwem wiary, miłości i odwagi apostolskiej, pełnym ludzkiej wrażliwości, ten znakomity syn Narodu polskiego pomógł chrześcijanom na całym świecie, by nie lękali się być chrześcijanami, należeć do Kościoła, głosić Ewangelię. Jednym słowem: pomógł nam nie lękać się prawdy, gdyż prawda jest gwarancją wolności.

[Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà.]

Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre.

Karol Wojtyła salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo “timoniere” il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare “soglia della speranza”. Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace.

Vorrei infine rendere grazie a Dio anche per la personale esperienza che mi ha concesso, di collaborare a lungo con il beato Papa Giovanni Paolo II. Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo, ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una “roccia”, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa.

Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Tante volte ci hai benedetto in questa Piazza dal Palazzo! Oggi, ti preghiamo: Santo Padre, ci benedica! Amen.

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