Notizie

       Settimana Santa 2013
       Papa Francesco
      Santi in jeans
      Chiesa
      Mondo
      Cultura

Video

      Il Vangelo del giorno
      Il Santo del giorno
      Nella scuola della Parola
      Udienza Generale
      Roma per te
      I volti della Parola

Gocce di vita

      Monsignor Jonas Abib
      Luzia Santiago
      Ricardo Sá

Formazione

      Omelie
      Crisi nella Vita del Credente

Musica

      Good News Festival 3
      Clip
      Audio

Archivi per 'sinodo'

Postado em 30-09-2011

La Chiesa ha messo nelle mani dei cattolici dall’anno scorso un documento in cui il papa Benedetto XVI ci presenta orientamenti precisi a tutti coloro che desiderano approfondire nella Parola di Dio.

Trattasi dell’esortazione post-sinodale Verbum Domini, pubblicato dal Vaticano il 30 settembre 2010, dopo il Sinodo sulla Parola di Dio, che si è tenuto nel mese di ottobre 2008.

Il documento è diviso in tre parti: Verbum Dei, Verbum in Ecclesia e Verbum mundo. Il Papa ha voluto enfatizzare le parole “relazione” e “incontro” in cui appaiono più di 40 volte in 386 pagine del documento. In un’intervista il decano emerito della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Salesiana (UPS) di Roma, don Giorgio Zevini, che ha partecipato del Sinodo del 2008 e ha portato all’esortazione post-sinodale, ci parla un po’ del documento.

Le parole “incontro” oppure “rapporto” appaiono tante volte sulla Verbum Domini. Possiamo dire che il Papa ne ha sottolineate per dimostrare che infatti la Parola di Dio ci porta a questo “incontro” e questo “rapporto”?

Il documento è diviso in tre parti: Verbum Dei, Verbum in Ecclesia e Verbum mundo. Il Papa ha voluto enfatizzare le parole “relazione” e “incontro” in cui appaiono più di 40 volte in 386 pagine del documento. In un’intervista il decano emerito della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Salesiana (UPS) di Roma, don Giorgio Zevini, che ha partecipato del Sinodo del 2008 e ha portato all’esortazione post-sinodale, ci parla un po’ del documento.

E’ vero. Il documento “Verbum Domini” usa molto le parole “incontro”, “rapporto” e simili. Al Santo Padre sta molto a cuore che tra Dio e l’uomo si superi ogni distanza. Dio ci vuole suoi “partner”: ciascuno è reso da Dio capace di ascoltare e di rispondere alla chiamata di Dio e alla Sua Parola. L’uomo è creato nella Parola e vive in essa: egli non può capire se stesso se non si apre a questo dialogo con Dio, che è colloquio di amore. La Parola di Dio rivela la natura filiale e relazionale della nostra vita, introduce al dialogo con il Signore. Essa valorizza l’uomo, non mortifica i nostri desideri autentici, anzi li illumina, purificandoli e portandoli a compimento. Sta a noi aprire la mente e il cuore all’azione dello Spirito Santo che ci fa capire la Parola di Dio presente nelle sacre Scritture.

“Il cristianesimo non è la religione del libro, ma di una persona, Gesù Cristo”, come afferma Benedetto XVI nella prima parte della Verbum Domini. Cosa il Santo Padre vuol dire?
Nella Chiesa veneriamo grandemente le sacre Scritture, pur non essendo la fede cristiana una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la “religione della Parola di Dio”, non di una parola scritta e muta, ma del Verbo Incarnato e vivente. Il cristianesimo non è qualcosa, ma è Qualcuno, è una Persona. Gesù è la Parola unica e definitiva che Dio dice all’umanità. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Pertanto, afferma il Papa, la Scrittura va proclamata, ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco della Tradizione apostolica dalla quale è inseparabile (nn. 7, 22, 24, 39).

Nella Seconda parte della Verbum Domini – Verbum Ecclesia, il papa parla sopratutto della Parola di Dio che è diffusa nelle diverse realtà della Chiesa, tra cui nella propria liturgia, anzi, nella liturgia per eccellenza. In questo modo, esso dimostra che non esiste una autentica esperienza con la Parola al di fuori dalla Chiesa?

Il documento pontificio più volte parla del rapporto della sacra Scrittura con l’esperienza viva della fede e della comunità dei credenti. In altre parole l’approccio al testo sacro non è un momento individualistico, ma deve aprirsi alla vita ecclesiale. La Scrittura va letta e compresa “in Ecclesia”. Dio ci parla in molte realtà, come la sacra Scrittura, i sacramenti, la comunità, la storia… Naturalmente il riferimento alla liturgia come “luogo privilegiato “ dell’ascolto nella fede tende a legare la Parola di Dio al sacramento “fonte e culmine” di tutta la vita della Chiesa. E’ nella liturgia che la Parola di Dio è celebrata come parola attuale e vivente. Da sottolineare l’esempio che il Papa utilizza: come l’adorazione eucaristica “prepara, accompagna e prosegue la liturgia eucaristica” così la lettura comunitaria della Parola prepara, accompagna e approfondisce il mistero celebrato. Questo permette di cogliere la stretta relazione tra “lectio” e liturgia.

Ogni battezzato ha il compito di annunciare la Parola di Dio. Nella terza parte del documento il papa parla della Chiesa missionaria. Come ogni singolo cristiano può rispondere a questo appello di annuncio fatto dalla Chiesa?
La Parola di Dio coinvolge tutti i cristiani: tutti siamo servitori e annunciatori della Parola. Non siamo solo destinatari della rivelazione divina, ma anche portatori agli altri della Parola di salvezza, perché essa è per tutti. La missione di annunciare il vangelo è compito di ogni discepolo del Signore. Naturalmente questo esige da noi che ci lasciamo coinvolgere personalmente dalla Parola di Dio, conoscendola e facendola germogliare dentro di noi sotto la guida e l’azione dello Spirito Santo. Il mezzo che il Papa nella “Verbum Domini” ci suggerisce per vivere e annunciare la Parola ad ogni fratello è quello della “lectio divina”, capace di aprire il tesoro della Parola e realizzare l’incontro col Cristo. Questo metodo, utilizzato da tanti santi nella Chiesa, ci renderà fruitori autentici del vangelo di Gesù e veri missionari nel mondo secolarizzato in cui viviamo. Siamo consapevoli, infatti, che l’annuncio missionario è una necessità derivante dalla natura stessa della fede e dagli impegni presi nel battesimo.

Quale il modo giusto di interpretare la Sacra Scrittura? La Chiesa ci offre un cammino da percorrere affinché non facciamo una lettura fondamentalista al modo nostro?

Il Papa parlando dell’interpretazione della sacra Scrittura ha insistito molto sull’esegesi teologica, che valorizza non solo il “senso letterale” del testo ma anche il “senso spirituale”, dettato dalla Spirito Santo, che è il vero esegeta delle Scritture. Questo approccio al testo sacro ci fa superare una lettura fondamentalista delle sacra Scrittura. E’ decisivo allora cogliere il passaggio tra “lettera e spirito”, sottolineando l’unità interna di tutta la Scrittura, per una corretta ermeneutica della fede. A livello pastorale il metodo della “lectio divina”, praticato dalla tradizione ecclesiale, rimane una via privilegiata all’incontro spirituale con il testo e ci permette di giungere alla vera conoscenza della Parola di Dio attraverso le cinque tappe: “lettura, meditazione, preghiera, contemplazione e vita”. In questo processo interiore la Parola opera nel cuore del credente un vero discernimento, che porta all’incontro con il mistero della volontà di Dio e da questo alla testimonianza della Parola da donare ai fratelli. Questo è un metodo ecclesiale e pastorale per interpretare il testo biblico nella fede.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS
Postado em 30-03-2011

You need to install or upgrade Flash Player to view this content, install or upgrade by clicking here.

La nuova evangelizzazione è lo strumento con il quale la Chiesa si misura con le sfide del mondo, sempre più schiacciato sul presente e sul provvisorio. Questo, in sintesi, quello che emerge dai Lineamenta della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012, sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”. Il documento, pubblicato in 8 lingue e teso a suscitare la discussione a livello di Chiesa universale, è stato presentato recentemente alla stampa dall’arcivescovo Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

Arciv. Nikola Eterovic – Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
“Come ha detto il servo di Dio Giovanni Paolo II, la nuova evangelizzazione deve essere nuova nell’ardore, nei metodi e nell’espressione. Occorre ritrovare la gioia dell’annunciare la Buona Notizia e il Vangelo ai vicini e ai lontani, soprattutto ai membri della Chiesa e, in particolare, a coloro che sono stati battezzati ma non sufficientemente evangelizzati, che si sono un po’ allontanati dalla Chiesa. Anche loro sono invitati a riscoprire la Buona Notizia, la gioia del cristianesimo, la speranza della vita eterna, e condividere questo non solo con i fratelli cristiani, ma anche con quelle persone che ancora non conoscono Gesù Cristo”.

Nel documento, che traccia le linee guida per la prossima assise sinodale, si precisa che anche i cristiani devono fare un’autoverifica – senza paura – per riconoscere e purificarsi da tracce di stanchezza e secolarizzazione. Ma la Chiesa non si rassegna, non si chiude in se stessa, rispondendo, invece, alla sua vocazione missionaria. Attraverso la testimonianza, i giovani, i movimenti ecclesiali, il dialogo interreligioso e l’incontro con le Chiese orientali, la Sposa di Cristo vuole, quindi, promuovere una vera “ecologia della persona umana”.

Arciv. Nikola Eterovic – Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
“Ci sono varie sfide che la Chiesa trova sul suo cammino. Nei Lineamenta ne sono indicate varie: la secolarizzazione, la migrazione, i mass media, l’aspetto economico e quello politico. E poi si sottolinea anche una certa stanchezza dei cristiani, soprattutto nei Paesi di antica tradizione. Bisogna, nel contatto con la Parola di Dio, con i Sacramenti – soprattutto l’Eucaristia – ritrovare la gioia di essere cristiani, di vivere il cristianesimo, secondo la volontà di Gesù Cristo. Occorre, dunque, essere testimoni vivi e attraenti di questa Buona Notizia, che è sempre attuale per il mondo, non solo per i cristiani, ma anche per coloro che cercano il senso della loro vita”.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS
Postado em 24-03-2011

You need to install or upgrade Flash Player to view this content, install or upgrade by clicking here.

La nuova evangelizzazione è lo strumento con il quale la Chiesa si misura con le sfide del mondo, sempre più schiacciato sul presente e sul provvisorio. Questo, in sintesi, quello che emerge dai Lineamenta della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012, sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”. Il documento, pubblicato in 8 lingue e teso a suscitare la discussione a livello di Chiesa universale, è stato presentato recentemente alla stampa dall’arcivescovo Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

Arciv. Nikola Eterovic – Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
“Come ha detto il servo di Dio Giovanni Paolo II, la nuova evangelizzazione deve essere nuova nell’ardore, nei metodi e nell’espressione. Occorre ritrovare la gioia dell’annunciare la Buona Notizia e il Vangelo ai vicini e ai lontani, soprattutto ai membri della Chiesa e, in particolare, a coloro che sono stati battezzati ma non sufficientemente evangelizzati, che si sono un po’ allontanati dalla Chiesa. Anche loro sono invitati a riscoprire la Buona Notizia, la gioia del cristianesimo, la speranza della vita eterna, e condividere questo non solo con i fratelli cristiani, ma anche con quelle persone che ancora non conoscono Gesù Cristo”.

Nel documento, che traccia le linee guida per la prossima assise sinodale, si precisa che anche i cristiani devono fare un’autoverifica – senza paura – per riconoscere e purificarsi da tracce di stanchezza e secolarizzazione. Ma la Chiesa non si rassegna, non si chiude in se stessa, rispondendo, invece, alla sua vocazione missionaria. Attraverso la testimonianza, i giovani, i movimenti ecclesiali, il dialogo interreligioso e l’incontro con le Chiese orientali, la Sposa di Cristo vuole, quindi, promuovere una vera “ecologia della persona umana”.

Arciv. Nikola Eterovic – Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
“Ci sono varie sfide che la Chiesa trova sul suo cammino. Nei Lineamenta ne sono indicate varie: la secolarizzazione, la migrazione, i mass media, l’aspetto economico e quello politico. E poi si sottolinea anche una certa stanchezza dei cristiani, soprattutto nei Paesi di antica tradizione. Bisogna, nel contatto con la Parola di Dio, con i Sacramenti – soprattutto l’Eucaristia – ritrovare la gioia di essere cristiani, di vivere il cristianesimo, secondo la volontà di Gesù Cristo. Occorre, dunque, essere testimoni vivi e attraenti di questa Buona Notizia, che è sempre attuale per il mondo, non solo per i cristiani, ma anche per coloro che cercano il senso della loro vita”.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS
Postado em 07-09-2010

Continuano in Terra Santa i lavori in preparazione al che si terra’ a Roma dal 10 al 24 ottobre.  Sulla base dei Lineamenta, si sta lavorando sull’ Istrumentum Laboris, consegnato ai padri sinodali in occasione del Pellegrinaggio di Benedetto XVI a Cipro nel maggio scorso. Nei giorni scorsi gli Ordinari Cattolici di Terra Santa riuniti per la loro Assemblea ordinaria hanno presentato e riflettuto sui vari temi che saranno trattati nei diversi interventi durante il sinodo.

S.E. Mons. WILLIAM SHOMALI -Vescovo ausiliare di Gerusalemme
La prima preparazione é con la preghiera perche’ il Sinodo abbraccia tanti, tanti temi complessi, come il rinnovamento della fede dei cristiani, la comunione fra le chiese Orientali, il dialogo ecumenico, interreligioso, la migrazione dei cristiani anche con accenni alla questione politica del conflitto in Medio Oriente, sono tutti punti “forti” …

Il Sinodo della Chiesa cattolica per il Medio Oriente riguarda paesi arabi e non arabi, e copre una vasta area geografica che va dall’Egitto alla Turchia, dall’Iran ad Israele, passando per i paesi del Golfo, l’Iraq, il Libano, la Siria, la Giordania, la Palestina e Cipro. Pertanto esso tocca direttamente o indirettamente la realtà di 14 milioni di cristiani, che vivono in mezzo a 330 milioni di abitanti, contando gli Arabi, i Turchi, gli Iraniani, i Greci e gli Ebrei. Insomma il Sinodo per il Medio Oriente si trova di fronte ad una situazione complessa e diversificata.

S.B Mons. FOUAD TWAL- Patriarca Latino di Gerusalemme
Il Sinodo é un punto de partenza . Arriviamo con le nostre proposte, con i nostri problemi… pero sappiamo che tocca a noi rimediare a questo che manca. Con questo incontro abbiamo scoperto i punti deboli, dove c´e bisogno di lavorare, di coordinare con tanti riti, con tanti immigrati, con i lavoratori che si inseriscono in una dimensione mondiale interreligiosa di dialogo … tocca a noi prendere in mano piu seriamente questo lavoro e il mondo certamente ci appoggia e prega per noi e tutto andrá bene speriamo.

La prima giornata di lavori si é conclusa con i Vespri Solenni, nel Carmelo a Betlemme, con la partecipazione degli Istituti di vita consacrata di Terra Santa. Un momento importante di preghiera, per l’intenzione speciale del Sinodo … a poche decine di metri della Basilica della Natività. Quale avvenire per i cristiani del Medio Oriente? “Non temere, piccolo gregge!”. Conclude cosi’ il testo dell’ Istrumentum Laboris, da cui si percepisce la preoccupazione per le difficoltà del momento presente, ma, al contempo, la speranza, fondata sulla fede cristiana, in un futuro migliore, pieno di filiale affidamento alla Divina Provvidenza.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, ,

Postado em 06-06-2010

L’Instrumentum laboris del Sinodo per il Medio Oriente, ovvero il documento per il lavoro dell’assise sinodale, viene pubblicato in 4 lingue: arabo, francese, inglese ed italiano. Benedetto XVI lo consegnerà ai rappresentanti dell’episcopato del Medio Oriente nel corso della sua visita apostolica a Cipro. L’assemblea speciale avrà luogo dal 10 al 24 ottobre 2010 sul tema: “La Chiesa Cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza. ‘La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola’ (At 4, 32)”. Il documento, di una quarantina di pagine, è stato realizzato dall’elaborazione delle numerose risposte al Questionario dei Lineamenta, pervenute dai Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, dalle Conferenze episcopali, dai Dicasteri della Curia Romana, dall’Unione dei Superiori Generali come pure da tante persone singole e gruppi ecclesiali.

Nella prefazione, il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, l’arcivescovo Nikola Eterović, sottolinea che “la situazione attuale nel Medio Oriente è per non pochi versi simile a quella vissuta dalla primitiva comunità cristiana in Terra Santa” in mezzo a difficoltà e persecuzioni. “I primi cristiani agivano in situazioni alquanto avverse. Trovavano l’opposizione e l’inimicizia dei poteri religiosi del proprio popolo … la loro patria era occupata, inserita all’interno del potente impero romano”. Ciononostante “proclamavano integra la Parola di Dio”, compreso l’amore per i nemici, arrivando a testimoniare “con il martirio la fedeltà al Signore della vita”.

Nell’Introduzione si ricorda che Benedetto XVI ha voluto personalmente annunciare tale evento il 19 settembre 2009, accogliendo così “la richiesta di numerosi confratelli nell’episcopato che di fronte all’attuale delicata situazione ecclesiale e sociale” avevano proposto la convocazione di un’assemblea sinodale (1). Due gli obiettivi principali del Sinodo: innanzitutto, quello di “confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità mediante la Parola di Dio e i Sacramenti”; in secondo luogo quello di “ravvivare la comunione ecclesiale tra le Chiese sui iuris, affinché possano offrire una testimonianza di vita cristiana autentica, gioiosa e attraente” (3). Sottolineati con forza anche l’impegno ecumenico e il dialogo con ebrei e musulmani “per il bene dell’intera società” e perché “la religione, soprattutto di quanti professano un unico Dio” diventi “sempre di più motivo di pace” (4). Il Sinodo intende “fornire ai cristiani le ragioni della loro presenza in una società prevalentemente musulmana, sia essa araba, turca, iraniana, o ebrea nello Stato d’Israele” (6). La riflessione è guidata dalla Sacre Scritture (7-12).

Il Primo capitolo tratta della Chiesa cattolica in Medio Oriente ricordando che tutte le Chiese del mondo “risalgono alla Chiesa di Gerusalemme” (14). Si afferma che le divisioni tra i cristiani (Concili di Efeso e Calcedonia, nel quinto secolo, e separazione di Roma e Costantinopoli nell’undicesimo secolo) furono dovute soprattutto a “motivi politico-culturali”. Tuttavia “lo Spirito opera nelle Chiese per avvicinarle e far cadere gli ostacoli all’unità visibile voluta da Cristo”. Nel Medio Oriente, l’unica Chiesa Cattolica è presente in varie Tradizioni, in diverse Chiese Orientali Cattoliche sui iuris. Oltre alla Chiesa di tradizione latina, vi sono 6 Chiese patriarcali, ognuna con un suo ricco patrimonio spirituale, teologico, liturgico. “Queste tradizioni sono, allo stesso tempo, una ricchezza per la Chiesa universale” (15-18). Si ricorda che le Chiese del Medio Oriente sono d’origine apostolica e “che sarebbe una perdita per la Chiesa universale se il Cristianesimo dovesse affievolirsi o scomparire proprio là dove è nato”. C’è dunque la “grave responsabilità” di “mantenere la fede cristiana in queste terre sante” (19). Purtroppo si deve constatare che oggi lo “slancio evangelico è spesso frenato e la fiamma dello Spirito sembra essersi affievolita” (20). “Se la Chiesa non lavora per le vocazioni è destinata a scomparire” (21). La crisi delle vocazioni è dovuta a varie cause: emigrazione delle famiglie, diminuzione delle nascite, un ambiente sempre più contrario ai valori evangelici. Inoltre “la mancanza di unità tra i membri del clero” costituisce “una controtestimonianza” mentre “la formazione umana e spirituale di sacerdoti, religiosi e religiose talvolta lascia a desiderare” (22). Anche “la vita contemplativa, pilastro di ogni vera consacrazione … è assente nella maggior parte delle congregazioni” (23). Si afferma quindi che i cristiani, nonostante il loro “numero esiguo”, “appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e all’identità stessa” di questi Paesi. La loro scomparsa rappresenterebbe una perdita per il pluralismo del Medio Oriente (24). I cattolici sono chiamati a promuovere il concetto di “laicità positiva” dello Stato per “alleviare il carattere teocratico del governo” e permettere “più uguaglianza tra i cittadini di religioni differenti favorendo così la promozione di una democrazia sana, positivamente laica, che riconosca pienamente il ruolo della religione, anche nella vita pubblica, nel pieno rispetto della distinzione tra gli ordini religioso e temporale” (25). I cristiani devono essere minoranza attiva, senza ripiegarsi su di sé “in un atteggiamento ghettizzante” (28). La Chiesa incoraggia a formare famiglie numerose e promuove l’educazione, “che resta l’investimento maggiore” (29): le scuole e università cattoliche accolgono migliaia di persone di tutte le religioni, così come i centri ospedalieri e i servizi sociali (40). Tuttavia, le Chiese e le scuole cattoliche “potrebbero aiutare di più i meno fortunati” (29). E’ infatti “soprattutto grazie alle attività caritative indirizzate non soltanto ai cristiani, ma anche ai musulmani e agli ebrei, che l’azione delle … Chiese in favore del bene comune è particolarmente tangibile” (30). C’è poi un “richiamo alla trasparenza nella gestione del denaro della Chiesa, soprattutto da parte dei sacerdoti e dei Vescovi, per distinguere ciò che è dato per uso personale da ciò che appartiene alla Chiesa (31). Il documento sottolinea quindi che i conflitti regionali rendono ancora più fragile la situazione dei cristiani. “L’occupazione israeliana dei territori Palestinesi rende difficile la vita quotidiana per la libertà di movimento, l’economia e la vita sociale e religiosa (accesso ai Luoghi Santi, condizionato da permessi militari accordati agli uni e rifiutati agli altri, per ragioni di sicurezza). Inoltre, alcuni gruppi fondamentalisti cristiani giustificano, basandosi sulle Sacre Scritture, l’ingiustizia politica imposta ai palestinesi, il che rende ancor più delicata la posizione dei cristiani arabi” (32). I cristiani sono tra le principali vittime della guerra in Iraq. “Ancor’oggi la politica mondiale non ne tiene sufficiente conto” (33). “In Libano, i cristiani sono divisi sul piano politico e confessionale”. “In Egitto, la crescita dell’Islam politico, da una parte, e il disimpegno, in parte forzato, dei cristiani nei confronti della società civile, dall’altra, rendono la loro vita esposta a serie difficoltà”. “In altri Paesi, l’autoritarismo, cioè la dittatura, spinge la popolazione, compresi i cristiani, a sopportare tutto in silenzio per salvare l’essenziale. In Turchia, il concetto attuale di laicità pone ancora problemi alla piena libertà religiosa del Paese” (34). I cristiani sono esortati a non tralasciare il loro impegno nella società nonostante le tentazioni allo scoraggiamento (35). “In Oriente – si rileva – libertà di religione vuol dire solitamente libertà di culto”, non dunque “libertà di coscienza, cioè della libertà di credere o non credere, di praticare una religione da soli o in pubblico senza alcun impedimento, e dunque della libertà di cambiare religione. In Oriente, la religione è, in generale, una scelta sociale e perfino nazionale, non individuale. Cambiare religione è ritenuto un tradimento verso la società, la cultura e la Nazione costruita principalmente su una tradizione religiosa” (37). Per questo “la conversione alla fede cristiana è vista come il frutto di un proselitismo interessato, non di una convinzione religiosa autentica. Per il musulmano, essa è spesso vietata dalle leggi dello Stato”. D’altra parte, per quanto riguarda i cristiani, “in alcuni casi, la conversione all’Islam non avviene per convinzione religiosa, ma per interessi personali … A volte, essa può verificarsi anche sotto la pressione del proselitismo musulmano”. Alcune risposte ai Lineamenta “affermano il fermo rifiuto del proselitismo cristiano, pur segnalando che esso è apertamente praticato da alcune comunità ‘evangeliche’. Di fatto, la questione dell’annuncio ha bisogno di una riflessione più approfondita” per arrivare ad affermare “il diritto di ogni persona e la sua completa libertà di coscienza” (38). L’estremismo islamico, nel frattempo, continua a crescere in tutta l’area costituendo “una minaccia per tutti, cristiani, ebrei e musulmani” (41-42). In questo contesto di conflittualità, difficoltà economiche e limitazioni politiche e religiose, i cristiani continuano ad emigrare: “nel gioco delle politiche internazionali – si sottolinea – si ignora spesso l’esistenza dei cristiani, i quali ne sono le prime vittime; questa è una delle cause principali dell’emigrazione (43-44). Si invitano le Chiese in Occidente a sensibilizzare i governi dei loro Paesi a questa situazione (45). D’altra parte si rileva la crescente immigrazione in Medio Oriente di lavoratori africani ed asiatici, tra cui molti cristiani, “spesso oggetto di ingiustizie sociali … sfruttamento e abusi sessuali” (49). In questo contesto i cattolici sono chiamati ad essere “sempre più testimoni autentici della Resurrezione nella società” (52).

Il Secondo capitolo è dedicato alla comunione ecclesiale. Il documento rileva che i fedeli del Medio Oriente “sono consapevoli del fatto che la comunione cristiana ha per fondamento il modello della vita divina nel mistero della Santissima Trinità. Dio è amore (cf. 1 Gv 4, 8), e i rapporti tra le persone divine sono rapporti d’amore”. Così è necessario che, in seno a ciascuna Chiesa, ciascun membro viva “la comunione stessa della Santissima Trinità. La vita della Chiesa e delle Chiese d’Oriente deve essere comunione di vita nell’amore, sul modello dell’unione del Figlio con il Padre e lo Spirito. Ciascuno è membro del Corpo il cui capo è Cristo” (54). “Questa comunione in seno alla Chiesa cattolica – leggiamo nel testo – si manifesta mediante due segni principali: il battesimo e l’Eucaristia nella comunione con il Vescovo di Roma, Successore di Pietro, corifeo degli apostoli (hâmat ar-Rusul), ‘principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione’” (55). “Per promuovere l’unità nella diversità, occorre superare il confessionalismo in ciò che può avere di limitato o esagerato, incoraggiare lo spirito di cooperazione tra le varie comunità, coordinare l’attività pastorale e stimolare l’emulazione spirituale e non la rivalità” (56). “La comunione tra i vari membri di una stessa Chiesa o Patriarcato – si legge nell’Instrumentum laboris – avviene sul modello della comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro, il Vescovo di Roma. A livello della Chiesa Patriarcale, la comunione si esprime mediante il sinodo che riunisce i Vescovi di tutta una comunità attorno al Patriarca, Padre e capo della sua Chiesa. A livello dell’eparchia/diocesi, è attorno al Vescovo che avviene la comunione del clero, dei religiosi e delle religiose, come pure dei laici” (57). I cristiani sono invitati a sentirsi “membri della Chiesa Cattolica in Medio Oriente, e non soltanto membri di una Chiesa particolare”. I ministri di Cristo e i consacrati sono chiamati ad “essere modello ed esempio per gli altri … molti fedeli auspicano, da parte loro, una maggiore semplicità di vita, un reale distacco in rapporto al denaro e alle comodità del mondo, una pratica edificante della castità e una purezza di costumi trasparente” (58). “Il Sinodo deve incoraggiare i fedeli ad assumere maggiormente il loro ruolo di battezzati promuovendo iniziative pastorali, specialmente per quanto riguarda l’impegno sociale, in comunione con i pastori della Chiesa” (60).

Il Terzo capitolo affronta il tema della testimonianza cristiana. Si ribadisce innanzitutto “l’importanza della catechesi per conoscere e trasmettere la fede” eliminando “il distacco tra la verità creduta e la vita vissuta”: sono elencati alcuni metodi di catechesi (62-69). Per quanto riguarda la liturgia il documento riporta l’auspicio di molti per “uno sforzo di rinnovamento, che, pur rimanendo fermamente radicato nella tradizione, tenga conto della sensibilità moderna e dei bisogni spirituali e pastorali attuali”. “L’aspetto più rilevante del rinnovamento liturgico finora portato avanti consiste nella traduzione in lingua vernacola, principalmente in arabo dei testi liturgici” (70-75). Si ribadisce l’urgenza dell’ecumenismo, superando pregiudizi e diffidenze attraverso il dialogo e la collaborazione: a questo proposito “gioverà, inoltre, la celebrazione dei sacramenti della confessione, dell’Eucaristia, dell’unzione dei malati in una Chiesa diversa dalla propria, nei casi previsti dagli ordinamenti canonici”. “Due segni sono di particolare importanza: l’unificazione delle feste cristiane (Natale e Pasqua) e la gestione comune dei Luoghi di Terra Santa … nell’amore e nel rispetto mutuo”. Si condanna “decisamente il proselitismo che usa mezzi non conformi al Vangelo” (76-84). Si passano in rassegna quindi i rapporti con l’ebraismo che trovano “nel Concilio Vaticano II un punto di riferimento fondamentale”. Il dialogo con gli ebrei è definito “essenziale, benché non facile” risentendo del conflitto israelo-palestinese. La Chiesa auspica che “ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti”. Si ribadisce la ferma condanna dell’antisemitismo, sottolineando che “gli attuali atteggiamenti negativi tra popoli arabi e popolo ebreo sembrano piuttosto di carattere politico” e dunque estranei ad ogni discorso ecclesiale. I cristiani sono chiamati “a portare uno spirito di riconciliazione basata sulla giustizia e l’equità per le due parti. D’altra parte, le Chiese nel Medio Oriente invitano a mantenere la distinzione tra la realtà religiosa e quella politica” (85-94). Anche le relazioni della Chiesa Cattolica con i musulmani hanno fondamento nel Concilio Vaticano II. Vengono ribadite le parole di Benedetto XVI: “Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”. Si rileva che “è importante da una parte avere i dialoghi bilaterali – con gli ebrei e con l’Islam – e poi anche il dialogo trilaterale”. “Le relazioni tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili – si legge nel documento – soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini, mentre essi sono cittadini di questi Paesi già da ben prima dell’arrivo dell’Islam. La chiave del successo della coesistenza tra cristiani e musulmani dipende dal riconoscere la libertà religiosa e i diritti dell’uomo”. “I cristiani sono chiamati … a non isolarsi in ghetti, in atteggiamenti difensivi e di ripiegamento su di sé tipici delle minoranze. Molti fedeli insistono sul fatto che cristiani e musulmani sono chiamati a lavorare assieme per promuovere la giustizia sociale, la pace e la libertà, e difendere i diritti umani e i valori della vita e della famiglia”. Si suggerisce “la revisione dei libri scolastici e soprattutto di insegnamento religioso, affinché siano liberi da ogni pregiudizio e stereotipo sull’altro” e si invita al dialogo della “verità nella carità” (95-99). Nella situazione conflittuale della regione i cristiani sono esortati a promuovere “la pedagogia della pace”: si tratta di una via “realistica, anche se rischia di essere respinta dai più; essa ha anche più possibilità di essere accolta, visto che la violenza tanto dei forti quanto dei deboli ha condotto, nella regione del Medio Oriente, unicamente a fallimenti e a uno stallo generale”. Si tratta di una situazione “sfruttata dal terrorismo mondiale più radicale”. Il contributo dei cristiani, “che esige molto coraggio, è indispensabile” anche se “troppo spesso” i Paesi mediorientali “identificano l’Occidente con il Cristianesimo” recando grande danno alle Chiese cristiane (100-102). Il documento analizza anche il forte impatto della modernità che al musulmano credente “si presenta con un volto ateo e immorale. Egli la vive come un’invasione culturale che lo minaccia, turbando il suo sistema di valori”. “La modernità, del resto, è anche lotta per la giustizia e l’uguaglianza, difesa dei diritti”. Le scuole cattoliche cercano “di formare persone capaci di discernere il positivo dal negativo, per prendere solo il meglio”. Ma “la modernità è anche un rischio per i cristiani”: le società della regione sono infatti anch’esse “minacciate dall’assenza di Dio, dall’ateismo e dal materialismo, e più ancora dal relativismo e dall’indifferentismo … Tali rischi, al pari dell’estremismo, possono facilmente distruggere … famiglie, società e Chiese (103-105). “Da questo punto di vista, musulmani e cristiani devono percorrere un cammino comune”. I cristiani, da parte loro, devono essere consapevoli di appartenere al Medio Oriente e di esserne “una componente essenziale come cittadini”: anzi, “sono stati i pionieri della rinascita della Nazione araba” e “il loro ruolo è riconosciuto nella società” (106-108) anche se “con la crescita dell’integralismo islamico, aumentano un po’ ovunque gli attacchi contro i cristiani” (110). “Il cristiano ha un contributo speciale da apportare nell’ambito della giustizia e della pace”; ha il dovere di “denunciare con coraggio la violenza da qualunque parte essa provenga, e suggerire una soluzione, che non può passare che per il dialogo”, la riconciliazione e il perdono. Tuttavia i cristiani devono “esigere con mezzi pacifici” che anche i loro diritti “siano riconosciuti dalle autorità civili” (111-114). Il documento affronta quindi il tema dell’evangelizzazione in una società musulmana che può avvenire solo attraverso la testimonianza: ma “si chiede che essa sia garantita anche da opportuni interventi esterni”. Ad ogni modo l’attività caritativa delle comunità cattoliche “verso i più poveri e gli esclusi, senza discriminazione, rappresenta il modo più evidente della diffusione dell’insegnamento cristiano”. Tali servizi spesso sono assicurati solo dalle istituzioni ecclesiali (115-116).

Nella Conclusione, il documento rileva “la preoccupazione per le difficoltà del momento presente, ma, al contempo, la speranza, fondata sulla fede cristiana”. “La storia – si legge – ha fatto sì che diventassimo un piccolo gregge. Ma noi, con la nostra condotta, possiamo tornare ad essere una presenza che conta. Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione. La conseguenza di tutto ciò è l’emigrazione, specialmente dei cristiani. Di fronte a questa sfida e sostenuto dalla comunità cristiana universale, il cristiano del Medio Oriente è chiamato ad accettare la propria vocazione, al servizio della società”. L’invito ai credenti è che “siano dei testimoni, consapevoli che testimoniare la verità può portare ad essere perseguitati”. “Ai cristiani del Medio Oriente – conclude l’Instrumentum laboris – si può ripetere ancora oggi: ‘Non temere, piccolo gregge’ (Lc 12, 32), tu hai una missione, da te dipenderà la crescita del tuo Paese e la vitalità della tua Chiesa, e ciò avverrà solo con la pace, la giustizia e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini!” (118-123).

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, ,

Postado em 29-10-2009
Al Sinodo dei vescovi per l’Africa, i temi della pace, della, giustizia e della riconciliazione sono stati affrontati con grande concretezza. Il continente africano ha bisogno di tempo e di fatica per chiudere molti dei dolorosi capitoli che hanno caratterizzato il suo passato storico. Ed i vescovi si sono impegnati a trovare gli strumenti affinché questo cammino avvenga nel migliore dei modi.

mons. GABRIEL MBILINGI – arcivescovo di Lubango, Angola
Innanzitutto l’impegno per una vera pace, una vera giustizia e anche programmi concreti per una riconciliazione, basati anche – ogni tanto – sulla pratiche tradizionali, perché la nostra comunità tradizionale conosce tanti modi, tanti rituali diciamo, di riconciliazione. Qualche rituale non è accettabile per la Chiesa, perché non pone mai da parte la vendetta per esempio e questo è anticristiano.

Quello della riconciliazione è un tema chiave per poter rilanciare l’intero continente. Molte aree dell’Africa tuttavia sono ancora percorse da sanguinosi venti di guerra. Tra questi il Sud Sudan

mons. HIIBORO KUSSALA – vescovo di Tombura Yambio, Sudan
Come Chiesa noi predichiamo il Signore, predichiamo l’amore di Dio. Grazie alla fede e alla pace che viene da Dio possiamo parlare di riconciliazione, perché altrimenti non è una cosa facile. Se guardiamo la nostra storia, alle persone che hanno perso tutto, è difficile dir loro che devono perdonare e iniziare una vita nuova. Io penso che per un processo di riconciliazione come quello nostro dobbiamo riunirci insieme, cristiani e musulmani per discutere e per parlare, perché la riconciliazione deve avere uno spazio di sicurezza, deve avere un luogo di partenza. E soprattutto deve partire dalla verità e quindi trovare un luogo in cui io possa dire quello che è successo senza avere paura che dopo mi accadrà qualcosa. L’autorità deve essere lì per poter applicare la giustizia nei confronti di colui che ha sofferto.

Ed è proprio alla società e al suo bisogno di sviluppo spirituale ed umano che guarda questo Sinodo per l’Africa, un evento che coinvolge l’intera Chiesa universale.

GENEVIÈVE SANZE – Movimento dei Focolari
Penso che i tre problemi che il Sinodo sta discutendo sono molto importanti: la pace, la riconciliazione e la giustizia. Sono veramente cruciali per noi ora in Africa. E’ importante che oggi la Chiesa veda tutto questo e la Chiesa non solo africana; è molto bello lo sguardo della Chiesa perché anche se si tratta di un Sinodo per l’Africa non ci sono solo vescovi africani, ma anche rappresentanti dei paesi dell’Europa, dell’America del Sud, dell’America del Nord, dell’Asia. Tutto questo dà veramente l’idea della Chiesa che porta il suo sguardo su questi problemi in Africa. Quindi, tutti noi – e anche i nostri popoli – ci aspettiamo tanto da questo Sinodo, perché sono problemi che ci toccano veramente e che viviamo ogni giorno. Quindi le risposte sui perché e le soluzioni possibili sono questioni molto importanti che discutiamo e cerchiamo di capire. Tra l’altro è emersa con forza anche la questione del ruolo della donna in Africa, che è stato a lungo discusso. Fa tutto parte di questo processo per cercare di vedere veramente l’Africa con un occhio nuovo.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, , ,

Postado em 24-10-2009

L’Africa è una coacervo di realtà molto diversificate tra loro, anche dal punto di vista religioso. Per questo, afferma il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il continente africano è un importante laboratorio di dialogo con i musulmani. Di un dialogo, però, fondato sul vivere insieme.

“C’è una grande varietà ed è chiaro che l’islam è vissuto in maniera differente a seconda dei paesi. Ma nell’insieme, per quanto riguarda l’islam in Africa, si può dire che malgrado tutto il dialogo di vita è una realtà. Nell’insieme, l’islam è tollerante, tranne alcune eccezioni, come per esempio la Nigeria”.

Per quanto riguarda la fede cattolica, il Sinodo ha messo in rilievo, sin dal primo giorno, la forte crescita delle comunità cristiane. Il cardinal Tauran ha rintracciato nella religiosità naturale degli africani una delle ragioni di questa vitalità.

“Gli africani sono dotati di una religiosità tutta naturale. Non si deve dimenticare che quando arrivarono qui i cristiani e più tardi i musulmani trovarono delle popolazioni che credevano in un essere supremo, in base alla religione tradizionale africana. Dunque vi era già un terreno favorevole…i missionari non hanno portato qui Dio, ma Gesù Cristo”.

La fede si sta quindi progressivamente diffondendo in tutta l’Africa, fino a penetrare nelle culture locali. Una inculturazione, spiega il cardinale francese, che prosegue in maniera spontanea.

“Credo che siano ancora molti i passi in avanti da compiere. Ma quando si guarda alle liturgie in Africa, non sono pochi i progressi compiuti. In particolare se si guarda alle processioni, ai canti…a poco a poco si è arrivati ad avere un cristianesimo africano, aperto alla Chiesa universale, del tutto rispettabile”.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, ,

Postado em 23-10-2009

“Africa, alzati e cammina!”. È questa la forte esortazione lanciata dal Messaggio finale del Sinodo Africano. Un lungo applauso dei 244 vescovi ha accolto la lettura del testo alla presenza di Benedetto XVI. Il documento in quattro lingue, inglese, portoghese, francese e italiano, afferma che “non c’è tempo da perdere: l’Africa deve cambiare e non si deve abbandonare alla disperazione”.

Suddiviso in sette parti, più un’introduzione ed una conclusione, il messaggio del Sinodo contiene numerosi appelli: ai sacerdoti, perché siano fedeli nel celibato, nella castità e nel distacco dai beni materiali. Ai fedeli laici, “ambasciatori di Dio”, perché permettano alla fede cristiana di impregnare tutte le dimensioni della loro vita. In particolare il messaggio raccomanda la formazione permanente dei laici e l’istituzione di Università Cattoliche.

Nel suo messaggio finale il Sinodo Africano rivolge un forte appello al mondo politico: “l’Africa ha bisogno di politici santi che combattano la corruzione e lavorino al bene comune, si legge nel testo. Coloro che non sono formati alla fede, si convertano o abbandonino la scena pubblica per non danneggiare la popolazione e la credibilità della Chiesa cattolica”. Il Messaggio chiama poi in causa le famiglie cattoliche, mettendole in guardia dalle ideologie così dette “moderne” e chiedendo ai governi di sostenerle nella lotta alla povertà, perché una nazione che distrugge la famiglia agisce contro i propri interessi.

Quindi, i Padri Sinodali guardano alle donne e agli uomini cattolici: le prime vengono definite “la spina dorsale” delle Chiese locali; per loro si auspica una promozione maggiore a livello sociale e vengono invitate a non divenire ostaggio di ideologie straniere “tossiche” sul genere e la sessualità. Al contempo, il Messaggio chiama gli uomini cattolici ad essere mariti e padri responsabili, a difendere la vita sin dal concepimento e ad educare i figli. Poi, l’appello ai giovani e ai bambini, presente e futuro dell’Africa, in cui il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Per entrambi, si raccomanda un apostolato attento, che li tenga lontani dalle sètte e dalle violenze.

E ancora, il Messaggio si rivolge alla comunità internazionale, perché tratti l’Africa con rispetto e dignità, cambi le regole del gioco economico e del debito estero africano, fermi lo sfruttamento delle multinazionali, che distrugge le tante ricorse naturali dell’Africa, non nasconda, dietro gli aiuti, altre intenzioni svantaggiose per gli africani.

Quindi, il Messaggio finale si sofferma sul problema dell’Aids: la Chiesa non è seconda a nessuno nella lotta contro il virus Hiv e nella cura dei malati, si legge. In accordo con Benedetto XVI, definito “amico autentico dell’Africa e degli africani”, i Padri sinodali ribadiscono che la questione non sarà risolta con la distribuzione di profilattici, e sottolineano il successo ottenuto invece dalla castità e dalla fedeltà.
Poi, il documento ribadisce l’importanza del dialogo con le religioni tradizionali, in ambito ecumenico ed interreligioso, in particolare con i musulmani: il dialogo è possibile, si legge nel Messaggio, ma è importante dire no al fanatismo, assicurare il rispetto reciproco e sottolineare che la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale e include la libertà di condividere e proporre, non di imporre, la propria fede.

Tra gli altri temi trattati dal Messaggio, l’importanza del Sacramento della Riconciliazione e di programmi diocesani sulla pace, lo stop alla pratica della vendetta, il rafforzamento dei legami con le antiche Chiese di Etiopia e di Egitto e tra l’Africa e gli altri continenti, il ringraziamento ai missionari, la necessità di sostenere i migranti e i rifugiati nel mondo perché l’accoglienza è un dovere.

Fonte: Radio Vaticana

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, ,

Postado em 23-10-2009

In questo momento le discussioni al Sinodo si dividono tra le Congregazioni generali e i circoli minori suddivisi per lingua. Questi incontri in piccoli gruppi formati da una ventina di persone hanno permesso, in un primo tempo, di riprendere i diversi interventi generali e di stilare delle proposizioni poi discusse dai padri generali durante la congregazione generale.

“Nella prima parte del Sinodo abbiamo discusso sui rapporti che abbiamo prima ascoltato e raccolto, e poi diviso in maniera che gli orientamenti in essi contenuti potessero corrispondere alle situazioni particolari dei diversi paesi dell’Africa, e in maniera da mettere in evidenza quegli aspetti che a nostro avviso non erano stati sufficientemente sottolineati”.

Gli ultimi giorni, i 12 circoli minori si sono incontrati nuovamente per emendare le proposizioni contenenti indicazioni per i diversi problemi concreti.

“Al di là delle considerazioni teoriche o teologico-filosofiche noi siamo dei pastori e condividiamo le realtà quotidiane della nostra gente”.

“Il problema della giustizia, o il problema della manipolazione dei giovani, dei diritti delle donne, nella società così come nella Chiesa, o del ruolo dei leader politici che devono essere sostenuti, evangelizzati per divenire efficaci, per porsi al servizio del bene comune, non sono questioni teoriche. Qui si tratta di cose concrete che preoccupano i Padri sinodali e che noi abbiamo affrontato in modo molto preciso nei nostri gruppi di lavoro”.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, ,

Postado em 10-10-2009

La Chiesa ha un ruolo preminente da svolgere in un Sudan pluralista, nell’ambito di una visione che vede il Sudan unito. Lo ha notato Rudolf ADADA ex rappresentante della missione di pace congiunta nel Darfur, che è intervenuto al Sinodo dei Vescovi in qualità di invitato speciale per riferire sulla situazione in una regione dove c’è un conflitto che dura da anni e causa grandi sofferenze alla popolazione civile. Adada ha sottolineato quanto è stato fatto dalla comunità internazionale per riportare una certa stabilità nella regione, anche se – ha detto – il conflitto continua e milioni di persone si trovano ancora nei campi profughi o sono rifugiati. Per uscire dal conflitto, Rudolf Adada ha sottolineato che la comunità internazionale deve impegnarsi in modo efficace per la giustizia e la riconciliazione per riparare alle gravi ingiustizie ed ai crimini commessi, ma nel quadro di una visione unitaria del Sudan.

Pubblica su..
  • Print this article!
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google
  • Furl
  • Technorati
  • YahooMyWeb
  • TwitThis
Videos RSS

Tag condivise:

, ,

Avanti »