| Di fronte a un continente digitale in rapida espansione la Chiesa non può più limitarsi a essere presente nella Rete, ma deve abitarla, lasciando una traccia visibile di sé. E’ questa una delle conclusioni emerse dal Convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”, che la Conferenza Episcopale Italiana ha organizzato a Roma dal 22 al 24 aprile. |
Oltre 1200 i partecipanti, animatori della comunicazione e della cultura, che hanno riflettuto su come poter sfruttare appieno le possibilità offerte dai media digitali senza rinunciare alla fedeltà al messaggio evangelico.
Mons. Domenico Pompili: “Credo che la Chiesa stessa sia chiamata in causa da questo nuovo linguaggio a forte impatto relazionale nel riscoprire quella che è la sua vocazione originaria e cioè di stabilire un contatto diretto, faccia a faccia in cui la parola del Vangelo interpella la persona come tale”.
Mons. Dario Viganò: “Rispetto alla Rete la Chiesa ha avuto un grande entusiasmo da subito. Se noi entriamo nella Rete troviamo una popolazione vastissima di giovani, di gruppi giovanili, di blog, di siti…e quindi certamente il grande entusiasmo ha portato in qualche modo ad abitare anche a volte con un po’ di leggerezza questa Rete, il più delle volte utilizzandola come una vetrina espositiva delle proprie iniziative trasferendo appunto sulla Rete ciò che più classicamente era sulla carta”.
Mons. Domenico Pompili: “Condivido che in alcuni ambienti ecclesiali, talvolta, ci sia un uso un po’ strumentale della Rete quasi fosse un semplice amplificatore. Invece il punto è più strettamente culturale cioè interpretare la Rete non semplicemente come uno strumento ma come un ambiente che ci sta lentamente plasmando e in qualche modo chiama in causa la nostra responsabilità perché sappiamo valorizzare gli elementi positivi e potenziali della Rete, come appunto la dinamica relazionale la capacità di dialogo ed eventualmente attutire quelli che possono essere i rischi e le ambiguità come: la frammentazione, la superficialità, la banalizzazione”.
Mons. Dario Viganò: “A me pare che questo convegno indichi un po’ l’idea di un girar pagina cioè di dire: bene, adesso abbiamo assunto la consapevolezza che abbiamo un’occasione, una chance in più molto importante. E allora dobbiamo acquisire intanto una forma precisa; secondariamente riattivare quel desiderio forte e primario per il Vangelo – come dice il Papa: nella Rete deve trasparire più che “la mano dell’operatore” il cuore appassionato del discepolo per il Maestro -; e poi con un intervento che sia minimamente più sistemico, più coordinato. Perché questo certo forse non porta, come io credo, all’evangelizzazione sul web ma porta almeno ad approfondire i contenuti della fede che sono quella premessa necessaria perché poi l’evangelizzazione possa accogliere il dono della Grazia che è appunto quello della fede che nessuno conquista ma può solo accogliere”.
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Otto anni dopo “Parabole mediatiche”, la Chiesa italiana ha promosso una ulteriore occasione di incontro e di approfondimento, espressione della volontà di capire i mutamenti operati dalle nuove tecnologie nei modelli di comunicazione. “Volti e linguaggi nell’era crossmediale” ” è stato il tema del convegno realizzata dal 22 a 24 aprile. L’evento ha coinvolto grandi professionisti della comunicazione nel paese. Sono stati presenti al convegno ltre 1300 partecipanti provenienti da 180 diocesi italiane, più di 250 operatori dell’informazione accreditati, 25 relatori.
Nel primo giorno, il Giovedì 22, il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Mariano Crocciata, ha parlato dell’impegno della Chiesa italiana per rendere la comunicazione per trasmettere il Vangelo in modo efficace. Abitanti della rete, ma non per occuparla. Utilizzatori delle nuove tecnologie, per stare accanto agli uomini e alle donne del nostro tempo, «evitando di precludersi alcuna strada pur di raggiungerli, secondo monsignor Crociata, i testimoni digitali devono possedere queste fondamentali caratteristiche. Poco dopo, altri professionisti come Nicholas Negroponte, Fondatore e Direttore del Media Lab del MIT, Mons. Dario E. Viganò, Università Lateranense il padre Antonio Spadaro, gesuita, redattore de “La Civiltà Cattolica”, hanno dato il loro contributo a parlare il nuovo linguaggio dei media presenti.
Nel secondo giorno, il venerdì 23, professori delle più importanti facoltà di comunicazione provenienti di varie parti d’Italia hanno parlato sull’uso delle reti sociali, tra le quali, Facebook, e MSN. Facendo un’analisi attento, essi hanno segnalato il profilo delle persone che fanno uso di questi mezzi, e ciò che gli spingi a cercare il suo uso. Lungo la giornata, sacerdoti, religiosi, e agenti di pastorali, esperti di comunicazione hanno esposto i vari modi in cui la Chiesa può usare con creatività i mezzi nel campo digitale, senza perdere l’essenza e il contenuto del messaggio.
Monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontifico Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ha intervenuto riferendosi sul brano dei Atti degli Apostoli nell’immagine dell’apostolo Filippo che cammina accanto ad un uomo che in una strada deserta cerca di capire cosa significa per lui un certo passaggio biblico ed instaura con lui un dialogo culturale. Monsignor Celli, ha voluto soffermarsi su questa “icona biblica” per spiegare il senso della “diakonia nella cultura digitale”. Si tratta, di “un servizio utile e necessario”. Secondo lui, “non bisogna trasformarsi in torri di avorio, ma creare un cortile dei gentili: il Papa – ha ricordato – ci invita ad un dialogo aperto ad ogni uomo”. Ha affermato che, “non si può più parlare solo dell’importanza dei media: essi sono dentro la nostra vita, la orientano e spesso la condizionano”. Ecco perché “se la rete è per definizione virtuale, a noi spetta renderla concreta, darle spessore, offrirle un’anima, darle vita”. La rete, ha ribadito monsignor Celli, deve essere usata per “diffondere la buona novella”. E questa, ha chiarito, non è “un’immagine poetica”, ma una necessità visto che le strade che abbiamo a disposizione oggi sono quelle delle tecnologie digitali. Tecnologie digitali che monsignor Celli ha definito “ancelle”.
Il presidente della conferenza Episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, è intervenuto chiudendo la sessione della giornata, durante il quale ha evidenziato la sfida di annunciare il Vangelo anche tramite i nuovi media. Ha inoltre detto che la Chiesa da sempre è stata attenta a tutto ciò che è innovativo, in modo da poter usare tutte le risorse disponibili per evangelizzare.
Per annunciare il Vangelo nel mondo di oggi “è decisivo non solo avere attenzione per i contenuti dell’annuncio evangelico, ma anche per la forma”….“la forma dell’annuncio del Regno implica, come per Gesù, essere continuamente in movimento, segna la necessità di andare e farsi ovunque presente”. “Tale dinamismo nella Rete – ha spiegato – può divenire dissoluzione del sé, mentre guardando al Maestro è capacità di non farsi catturare da nessun luogo e da nessuna situazione”.
La Rete, per il presidente della Cei, rappresenta “per noi gli ‘estremi confini della terra’ che il Signore Gesù domanda di abitare in nome della nostra responsabilità per il Vangelo”. “La nostra – ha rilevato – è anzitutto testimonianza di Gesù, cioè capacità di rimandare, di rinviare alla trascendenza della sua opera e della sua missione”.
“In questo dinamismo missionario, di continua e aerea itineranza, – ha proseguito – voi, animatori della comunicazione e della cultura, siete protagonisti nella Chiesa. Siete chiamati ad essere sale di sapienza e lievito di crescita. Sale di sapienza, che in concreto significa non essere conformisti e non cercare inutili quanto sterili forme di consenso consolatorio; lievito di crescita, cioè soggetti attivi, terminali di connessioni, attivatori di partecipazione gratuita e responsabile. La Rete non è fatta di confini, ma di ponti. Così la comunità non può e non deve essere quella delle identità escludenti, ma quella dell’amore che include nella verità, e che continuamente impariamo da “colui che hanno trafitto. E’ guardando al volto di Cristo crocifisso e glorioso, infatti, che possiamo guardare al mondo e abbracciarlo con il cuore di Dio che non ha confini”.
Informazione: www.testimonidigitali.it
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Senza timori vogliamo prendere il largo nel mare digitale, affrontando la navigazione aperta con la stessa passione che da duemila anni governa la barca della Chiesa. Lo ha detto il Papa parlando ai partecipanti al convegno della Chiesa italiana sul tema “Testimoni digitali”. Più che per le risorse tecniche, pur necessarie, vogliamo qualificarci abitando l’universo digitale con un cuore credente, che contribuisca a dare un’anima all’ininterrotto flusso comunicativo della rete. Esorto tutti i professionisti della comunicazione – ha aggiunto il Papa – a non stancarsi di nutrire nel proprio cuore quella sana passione per l’uomo che diventa tensione ad avvicinarsi sempre più ai suoi linguaggi e al suo vero volto. Vi aiuterà in questo una solida preparazione teologica e soprattutto una profonda e gioiosa passione per Dio, alimentata nel continuo dialogo con il Signore.
Ecco il suo discorso integrale:
Eminenza,Venerati Confratelli nell’episcopato, cari amici,
sono lieto di questa occasione per incontrarvi e concludere il vostro convegno, dal titolo quanto mai evocativo: “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”. Ringrazio il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, per le cordiali parole di benvenuto, con le quali, ancora una volta, ha voluto esprimere l’affetto e la vicinanza della Chiesa che è in Italia al mio servizio apostolico. Nelle sue parole, Signor Cardinale, si rispecchia la fedele adesione a Pietro di tutti i cattolici di questa amata Nazione e la stima di tanti uomini e donne animati dal desiderio di cercare la verità.
Il tempo che viviamo conosce un enorme allargamento delle frontiere della comunicazione, realizza un’inedita convergenza tra i diversi media e rende possibile l’interattività. La rete manifesta, dunque, una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide. Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona. Si assiste allora a un “inquinamento dello spirito, quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia…” (Discorso in Piazza di Spagna, 8 Dicembre 2009). Questo Convegno, invece, punta proprio a riconoscere i volti, quindi a superare quelle dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo.
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